martedì 7 settembre 2010
CORRIERE DELLA SERA
Domenica 5 Settembre 2010
I LUOGHI. PUGLIA NEL CANALE DI OTRANTO A VENTI CHILOMETRI DALLA COSTA SORGERÀ IL PIÙ GRANDE IMPIANTO ITALIANO OFFSHORE, IN NOME DELLA NUOVA (MALINTESA) ECONOMIA VERDE
SULLE ROTTE DEI GRIFONI MINACCIATI DAL PARCO EOLICO
di Carlo Vulpio
Le pale al largo di Tricase stermineranno i migratori e condanneranno i delfini
GIRA SU' CEPPI ACCESI/ LO SPIEDO SCOPPIETTANDO (...)/ TRA LE ROSSASTRE NUBI/ STORMI D' UCCELLI NERI,/ COM' ESULI PENSIERI,/ NEL VESPERO MIGRAR. (GIOSUÈ CARDUCCI)
Il filmato: Una foresta di pali ed eliche che ai volatili sembreranno alberi.
In Rete c' è un filmato girato a Creta: mostra che cosa accade agli uccelli
L'AFFARE L'ENERGIA DEL VENTO È «L' AFFARE DEGLI AFFARI», HA DETTO TREMONTI. RENDE MOLTO DI PIÙ DEL NARCOTRAFFICO, SPECIE DA NOI, PRIMI IN EUROPA NEI FINANZIAMENTI PUBBLICI
C'è un punto preciso, nel canale di Otranto, che la comunità nazionale e internazionale farebbe bene a non perdere mai di vista. Individuarlo è facile. Basta tracciare una linea retta sulla carta geografica fra il porto pugliese di Tricase e l' incantevole insenatura della greca Paleokastritsa, nell' isola di Corfù. Sono poco più di sessanta miglia marine, all' incirca settantadue chilometri. Il «punto» di cui parliamo si trova a una ventina di chilometri da Tricase e, come vedremo, sembra partorito dalla lucida follia di un genio del Male. Perché sarà proprio in quel punto che il grifone morirà. Decapitato. E con lui, sempre lì, in quel maledetto punto preciso, verranno abbattute intere «divisioni» dell' esercito di uccelli migratori che attraversano il mare Mediterraneo. Aironi rossi, bianchi, cenerini. Cicogne bianche e nere, che magari avrebbero sperato di raggiungere le torri di Avila, in Spagna, o i comignoli di Copenaghen, sui quali poter appollaiarsi felici. E poi gru e fenicotteri. Gabbiani e pellicani. Gufi reali e falchi. Il falco della regina e il falco pellegrino. E poi ancora tordi, rondini, upupe, anatre, colombi, oche, beccacce e tutti i passeriformi... Ma torniamo alla nostra retta immaginaria fra Tricase e Paleokastritsa. In realtà è una rotta, come sanno bene pescatori e navigatori. Una rotta che ha visto di tutto. Navi turistiche, pescherecci grandi e piccoli, barche a vela, yacht miliardari, unità militari, piroscafi arrugginiti e stracolmi di disperati, come i diecimila albanesi a bordo del Vlora sbarcati a Brindisi nel 1991. E poi, per tutti gli anni Novanta e fino a ieri, scafi e gommoni di trafficanti di esseri umani, a cui decine di migliaia di «clandestini» - profughi di guerra, perseguitati politici, poveri - affidavano la propria vita. Spesso sacrificandola per sempre, assieme a tutti i loro risparmi. Su questa rotta bellissima, magica, dove ancora si vedono i delfini saltare fuori dall' acqua all' inseguimento dei traghetti e si può scorgere la mole di un capodoglio che, infastidito dal moto ondoso delle imbarcazioni, si allontana, negli ultimi venti anni hanno perso la vita decine di migliaia di esseri umani. Uomini, donne, bambini - curdi, albanesi, rom, cingalesi, iracheni, afghani, pachistani, il conto delle «etnie» ormai non lo tiene più nessuno -, che sono finiti in pasto ai pesci o nel ventre di qualche nave greca naufragata duemilacinquecento anni fa e ancora custodita dagli abissi. Questa rotta magica, se guardi il mare un po' meglio e un po' più in profondità, ti ricorda che il canale di Otranto è un cimitero. Un cimitero di cui l' umanità dovrebbe vergognarsi. Questa rotta, da millenni, è anche la strada migratoria obbligata del grifone e di tutte le altre specie di uccelli che ora rischiano di essere falciati in mare aperto, in quel punto preciso al largo di Tricase, dove la giunta (di centrosinistra) della Regione Puglia ha approvato, con una velocità degna di miglior causa, e nonostante una prevedibile sentenza contraria della Corte Costituzionale che puntualmente e per fortuna è arrivata, la realizzazione del più grande parco eolico italiano offshore. Ventiquattro torri, ciascuna alta centotrenta metri. Una foresta di pali ed eliche che agli uccelli sembreranno alberi e fronde mosse dal vento e che ingannerà non soltanto il grifone e i suoi fratelli, ma anche i delfini e i capodogli. I quali, a causa del rumore degli aerogeneratori perderanno il senso dell' orientamento e finiranno «spiaggiati», com' è già accaduto sui litorali del Gargano per colpa dei boati delle esplorazioni petrolifere sottomarine. Non è un allarme per evitare un rischio. È una certezza. Il grifone, questa sorte, l' ha già subìta. In Rete c' è un filmato girato a Lendas, nel Sud dell' isola di Creta, il 27 ottobre 2009, che meriterebbe d' essere proiettato nelle scuole e divulgato come le foto delle foche uccise a bastonate in Norvegia e in Canada o come la foto-simbolo (benché finta, perché «costruita» per ragioni di propaganda militare) del cormorano ricoperto di petrolio durante la guerra del Golfo del 1991. Nel filmato si vede il grifone colpito da un' elica e si sente persino il colpo secco, come di una mannaia, che lo abbatte. Il grifone precipita al suolo. Vorrebbe rialzarsi, ma non ce la fa. Ricorda l' albatro di Baudelaire che cade, apre le ali, zoppica, ma non riesce a riprendere il volo. Dopo un po' quel grifone, uccello caro agli dèi, si accascia e muore lì, nella terra del padre degli dèi, dove Rea nascose Zeus per sottrarlo a Crono, che divorava i suoi figli. In nome dell' energia pulita, che tutti vorremmo, anche questo corridoio migratorio di uomini e uccelli rischia di essere divorato dalla green economy, ormai sempre meno green e sempre più economy. Il consumo dei combustibili fossili - petrolio, carbone - non diminuisce, il territorio viene «tombato» dalle mastodontiche opere necessarie a piantare torri (e a installare pannelli fotovoltaici, invece che sugli edifici, nei terreni agricoli) e i contributi pubblici fioccano come manna dal cielo. «Da noi - ha scritto Giovanni Sartori su questo giornale - è fiorita soltanto l' industria dell' eolico, dei mulini a vento, ed è fiorita quasi soltanto perché fonte di tangenti e di intrallazzi». Dev' esserci qualcosa di vero, se anche il ministro dell' Economia, Giulio Tremonti, ha detto che «l' eolico è l' affare degli affari». Per esser chiari, rende molto di più del narcotraffico. Soprattutto in Italia, al primo posto in Europa per erogazione di finanziamenti pubblici, e in Puglia, che è al primo posto in Italia. Il «parco» eolico individuato con il compasso sulla rotta del grifone, per esempio, sarà di 94 megawatt, costerà tutt' al più 50-60 milioni di euro e beneficerà, secondo alcuni calcoli approssimati per difetto, di contributi pubblici per 90 milioni di euro l' anno, per vent' anni. Cioè un miliardo e ottocento milioni. Oppure, se si vorranno riscuotere i contributi in «certificati verdi» (vendibili a chi inquina, affinché, pagando, possa continuare a farlo), di 280 milioni l' anno per quindici anni, ovvero quattro miliardi e duecento milioni di euro. Naturalmente, nessun beneficio per la bolletta. Al contrario, è bene sapere che in questo modo per ogni chilowattora acquistato se ne pagano tre. Sarebbe bello se su questa rotta si incontrasse qualcuno pronto ad aiutare gli uccelli migratori, come molte volte è avvenuto per i popoli migranti. Qualche magistrato, per esempio. Che cercasse di capire, per dirne una, cosa c' è dentro la società dal nome celestiale «Sky Saver», che ha sede in un piccolo paese pugliese e il cui socio unico è una società olandese. O che individui la logica che in Puglia consente di allestire dovunque si voglia un impianto di energia alternativa da un megawatt con una semplice autocertificazione (con un assessore all' Ambiente che è un magistrato e un presidente che si professa «ambientalista»), mentre per una concessione edilizia - nel centro abitato - dei comuni rientranti in zona protetta si deve dimostrare che «non saranno utilizzati sistemi che provochino l' allontanamento di volatili», che impediscano cioè ai falchetti di nidificare. Il nostro grifone non sa nulla di tutto questo. Sa bene però che quelle pale sono il suo nemico e che se anche superasse indenne le eliche al largo di Tricase, deve vedersela con quelle che lo aspettano in Puglia, Irpinia, Basilicata. Una selva. Che ogni giorno diventa più fitta. E dove una volta il grifone era il re. Tanto che con il suo nome, vultur gryphus, venne chiamato il Vulture, il vulcano spento che oggi è un lago di acqua minerale. Ma non tutto è perduto. Quattro parole hanno già fatto il giro del mondo: «vulture must not die» (il grifone non deve morire). È lo slogan internazionale di tutti quelli che gli vogliono bene. RIPRODUZIONE RISERVATA L' impianto A volere il parco eolico offshore di Tricase fu, nel 2006, Grazia Francescato, ex presidentessa del Wwf, all' epoca portavoce nazionale dei Verdi, nominata assessore all' Ambiente dal sindaco Antonio Coppola (centrosinistra). Nelle «osservazioni» presentate dal Wwf alla Regione per la «Via» (Valutazione di impatto ambientale) - denunciano le associazioni contrarie al progetto - «non si fa cenno alla questione dell' impatto sull' avifauna migratoria, nonostante il Wwf, più di ogni altro, dovrebbe conoscere l' importanza del canale di Otranto per le rotte migratorie, visto che gestisce parte della riserva Oasi delle Cesine, vicino a Otranto». Ma ci sono anche le pale eoliche sulla terraferma a creare allarme, come le 14 torri autorizzate dalla Regione Puglia sulla collina dei Fanciulli delle Ninfe, che rischiano di pregiudicare il riconoscimento da parte dell' Unesco della città di Otranto come patrimonio dell' umanità.
domenica 5 settembre 2010

MURGIA, LE PALE EOLICHE GHIGLIOTTINE PER UCCELLI OLTRE CENTO METRI
Il Prie, se approvato, prevede di piazzare dalle 101 alle 121 torri eoliche di altezza che andrà anche oltre cento metri
LA CORSA
È già partita la corsa dei proprietari terrieri per degradare il proprio terreno e accappararsi le installazioni di torri Nel piano comunale è stata prevista una selva di installazioni
Cosimo Forina • Spinazzola.
Con il piano regolatore per impianti eolici (Prie) a Spinazzola sarà possibile, se approvato, piazzare dalle 101 alle 121 torri eoliche di altezza che raggiungerà gli oltre cento metri. Una selva di torri, a cui potrebbero sommarsene altre su una superficie di 182,62 Kmq. La Puglia è diventata l’Eldorado delle “Green energy” in tutte le sue salse, dall’eolico, al fotovoltaico, non disprezzando nemmeno gli impianti a biomasse. Facendo gridare da più parti al disastro ambientale. Ma il disastro non è solo quello visivo.
GLI UCCELLI
I pali eolici saranno la morte certa per impatto degli uccelli presenti sul territorio: falco grillaio, gufo reale, la civetta, barbaggianni, allocco, nibbio reale, falco pellegrino, gheppio, merlo, cornacchia, gazza, tortora, tordo, bottacio, beccaccia, quaglia, colombaccio, pettirosso, cinciarella, fringuello, rigogolo, passero, ghiandaia, allodola.
Ancor più di quanto possa fare un cacciatore sparando ogni giorno con le sua doppietta. E’ singolare leggere negli atti del Comune il divieto di effettuare le opere di cantierizzazione dei progetti durante i periodi migratori (autunnale e primaverile) e durante il periodo riproduttivo (15 marzo – 15 luglio) per le possibili interferenze prodotte dai singoli parchi eolici sulle rotte locali dell'avifauna negli spostamenti tra i siti puntuali esterni al Parco Nazionale dell'Alta Murgia (bacino Locone, lago di Serra del Corvo). Mentre il rischio una volta alzate le torri e le pale sull’avifauna sarà costante.
LO STUDIO
A titolo di esempio lo studio di “Via dal Vento”fatto su 10 rotori di un diametro di 89,6 metri, è posizionato su una torre di 67 metri, la sua rotazione copre verticalmente un’area di oltre 6.300 mq. A crearsi è una barriera di oltre 6,3 ettari ad un’alte zza compresa tra i 22 ed i 112 metri. Gli uccelli che si trovano a passare in quella zona hanno una elevata probabilità di essere colpiti dalle pale, che si comportano come affilate mannaie».
L’IMPATTO
«La collisione avviene in genere con la parte più esterna delle pale, che non possono essere rilevate dagli uccelli in transito a causa dell’elevata velocità di rotazione. Infatti, anche se sembrano girare lentamente a causa delle enormi dimensioni, le pale hanno una velocità di rotazione compresa tra 9 e 19 giri al minuto. La punta della pala, per fare un giro completo, percorre una circonferenza di 282 metri in 3-6 secondi, pari ad una velocità compresa tra i 152 ed i 320 km/h. Se un uccello sfugge ad una delle tre pale in rotazione dispone solo di 1-2 secondi per non essere colpito dalla successiva, un tempo che non gli dà praticamente scampo».Queste solo parte delle controindicazioni di quelle energie che chiamano “pulite”.
LO STRANO AFFARE
Per l’installazione di un palo eolico, le società del vento, sono disposte a pagare annualmente sino a 15mila euro, mentre nel caso del fotovoltaico si arriva ad affitti della durata di 20 anni, con compenso annui per ettaro sino a 5mila euro (per 1MW di fotovoltaico necessitano dai 3 ai 4 ettari di appezzamento). Un’enormità visto il valore reale dei terreni a Spinazzola il cui prezzo oscilla da un minimo di 10mila euro ad un massimo di 20mila euro ad ettaro. In buona sostanza nel caso dell’eolico per ogni palo l’agricoltore incasserà in 15 anni 225mila euro, mentre per ogni ettaro affittato utilizzato a fotovoltaico non meno di 100mila euro. Viene da chiedersi il perché le società preferiscano affittare i terreni piuttosto che acquistarli.
Ma quanto può fruttare il territorio nel caso dell’eolico? Moltissimo per gli industriali del vento. Secondo l’indice di ventosità la producibilità a 50m, con rotori da 2,0 MW è di 4.000 MWh lordi; con rotori da 2,5 MW, è 5.000 MWh lordi. Con i certificati verdi si trasforma in decine di milioni di euro annui di incasso per le società da cui detrarre gli affitti, le royalties da pagare al Comune, e spese di manutenzione e tassazione. In buona sostanza il vero affare è per chi installa anche se a dettare la disponibilità ad accogliere pale non è solo la politica, è soprattutto la bassa redditività dei terreni, specie con la crisi del comparto cerealicolo che ha visto crollare il prezzo del grano. Quindi a Spinazzola è partita la corsa dei possidenti per vedere i propri terreni trasformati da agricoli a categoria di degradati, ma ben remunerati. All’occupazione dei terreni si aggiungono gli effetti accessori, come i cavidotti, o le sottostazioni per immettere l’energia nella rete nazionale. Uno sconquasso che cambierà il paesaggio

Assalto alla Murgia da Minervino a Spinazzola
In Veneto:
La stessa società petrolifera si è proposta, in Veneto, con le stesse modalità, ma fornendo spiegazioni un po’ diverse.
La Differenza:
Scelzi (Pd) dichiara che se la ricerca sarà positiva, si farà un referendum; in Veneto il Pd dice “non abbiamo bisogno di trivellazione”
COSÌ I TEXANI CERCANO IL PETROLIO LA PAURA DELLE TRIVELLE LEGA IL TERRITORIO PUGLIESE E LUCANO CON LA PADOVANA
Cosimo Forina • Spinazzola.
Cosa unisce due città della Puglia: Spinazzola e Minervino, tredici città della Basilicata, con sessantatre del Veneto tra Padova e Rovigo? Il filo rosso è la ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi. Protagonista la società texana Aleanna Resources, posseduta da tre aziende di esplorazione e sfruttamento, la texano-canadese Saxon Oil, che ha dichiarato nel bilancio 2008 ricavi per 5,6 milioni di dollari, e le texane Kerns Petroleum, attiva nelle esplorazioni, ed Aleanna Energy. Anche nel Veneto come in Puglia e Basilicata ad accorgersi “stranamente” dei progetti di ricerca c’è voluta la pubblicazione sul Bollettino Regionale con comunicazione dell’inizio della procedura Via. Se tra la Murgia e l’Alto Bradano il progetto porta il nome di “Palazzo San Gervasio” 561 chilometri quadrati, nel Veneto le concessioni richieste dalla Aleanna Resources sono due: “Le Saline” tra Padova e Rovigo per 579 chilometri quadrati e “Tre Ponti “ che alle due province aggiunge anche aree nel Veneziano, per 640: un totale di oltre 1.220 chilometri quadrati. Quel che stupisce sono le similitudini che caratterizzato il rapporto con i territori e le rassicurazioni che da Sud a Nord giungono dalla società che ha sede a Matera, rilasciate da Roma dall’avv. Emanuele Turco legale della Aleanna Resources. Specie dopo e non prima che i cittadini apprendano della possibile ricerca di idrocarburi. Pronti in fotocopia i conforti di Turco: «la prima attività di ricerca sismica consisterà nel far passare pesanti Tir che emetteranno onde sonore con masse battenti. Registrate da geofoni che sveleranno se vi siano idrocarburi nel terreno. Trivellazioni? Siamo solo ai rilievi superficiali che, nel Ferrarese, due anni fa, abbiamo completato in 3-4 mesi su un’area di 130 chilometri quadrati, con un protocollo che prevedeva anche gli indennizzi». In Veneto evidentemente rispetto a Spinazzola il progetto dell’Aleanna se lo sono letti, infatti Turco ammette: «se vi sono idrocarburi nel terreno partirà la richiesta di aprire un pozzo esplorativo profondo 3.500 metri. A quel punto tutto l’iter burocratico dovrebbe ripartire da capo Ma posso dire che i pro grammi di lavoro legati a ricerche sismiche e apertura di un pozzo esplorativo, che produce gas per 24-56 ore, comportano investimenti di 10-15 milioni di euro. Sono comprensibili le preoccupazioni delle realtà locali: ora si aprirà il dialogo». Dal Veneto giunge la conferma, sempre negata dal sindaco Scelzi, unico su quindici sindaci a dirsi favorevole alla ricerca petrolifera, che oltre ai rilievi sismici non sono affatto esclusi pozzi esplorativi a 3500metri di profondità. Come del resto è scritto chiaramente anche nel progetto “Palazzo San Gervasio” fortemente contrastato oltre che da tutti i sindaci della Basilicata anche dall’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia. E mentre il sindaco Scelzi (Pd) dichiara che se la ricerca risulterà positiva, solo allora verrà coinvolta la popolazione con un referendum: “sono contrario alle trivellazioni: non sono previste nella fase di ricerca poiché si tratta solo di studio geologico effettuato con strumenti non invasivi”, in Veneto il consigliere Pd di Monselice, Francesco Miazzi afferma: «L’Ita - lia è divenuta una specie di Eldorado, le royalties sono tra le più basse al mondo. La Bassa Padovana ha già dato troppo in termini di salute e ambiente, non ha bisogno di queste trivellazioni».
LA SCHEDA
L’oro nero
La società texana Aleanna Resources LLC di Houston (USA) ha presentato il progetto denominato “Palazzo San Gervasio” L’area interessata al progetto comprende un territorio di 561 Kmq in gran parte in Lucania Le città interessate al progetto con Acerenza, Banzi, Barile, Forenza, Genzano di Lucania, Ginestra, Maschito, Montemilone, Oppido Lucano, Palazzo San Gervasio, Ripacandida, in Lucania, mentre in Puglia sono interessati i comuni di Minervino Murge e Spinazzola.
L’oro bianco
Più che l’oro nero in questa area la risorsa più preziosa è l’acqua: il governo con il contributo della Regione Basilicata, ha già approvando il progetto «Marascione», per l’irrigazione di circa 5.000 ettari tra Puglia e Basilicata.
Centinaia di milioni di euro di investimenti potrebbero essere vanificati dalla ricerca petrolifera.
domenica 29 agosto 2010

«SALVIAMO LA MADONNA DELLA SPADA»
L’AFFRESCO STA PER ESSERE CANCELLATO DALLA DEMOLIZIONE DELL’EDIFICIO
di Cosimo Forina
Voci sempre più insistenti indicano che nel mese di novembre alcune abitazioni ubicate in via Primo Maggio, nel borgo antico, li dove le case si affacciano sulla “Grava dei Francesi” saranno demolite dal Comune perché giunte, dopo anni di incuria e abbandono, a collasso strutturale. Altri edifici, come quelli già crollati e demoliti, che scompariranno come traccia della storia di Spinazzola. Si è resa molto pericolosa la facciata esterna dell’edificio di via Primo Maggio, facciata in evidente stato di distacco, e di certo già rifatta negli scorsi decenni e cambiata rispetto all’architettura originaria. Internamente all’immobile, tetti e soffitti, come accaduto per altri edifici vicini, sono crollati. Quello che però desta più allarme è l’affresco murario celato dentro l’arco sottostante l’edificio, da anni murato. Si tratta di una deposizione dalla croce, detta “Madonna della Spada”. Non risulta che sia stato studiato un progetto per il suo recupero. Già da molto tempo era stato lanciato l’allarme dalle pagine della “Gazzetta”.affinché si procedesse, con la tecnica dello strappo, alla sua rimozione. Circa quattro anni fa, con l’ausilio di alcune scale dalla parte del vicolo che sbuca vicino l’ingresso della chiesa Matrice, la «Gazzetta» aveva documentato lo stato dell’affresco che appariva di già in parte compromesso.Dopo la perdita degli affreschi del XV secolo di via “Calderale”, denunciati giorni fa dalla “Gazzetta”, la notizia della possibile perdita anche di questo bene del patrimonio della città desta ulteriore sconcerto. L’opera forse del XVII secolo, la datazione non è definita perché al disotto dei pigmenti visibili potrebbero essercene degli altri, si caratterizza per tinte marcate ed in particolare per il blu utilizzato nel manto della Vergine intenda ad accogliere, come nella Pietà di Michelangelo, Gesù morto deposto dalla croce tra le sue braccia. Un atto di amore e di dolore che l’artista, ignoto, ha voluto evidenziare con un grosso coltello che si configge nelle carni della Madre. Gli affreschi murari nel borgo antico di Spinazzola, espressi probabilmente a devozione, sono una rarità. Questi sembrano essere stati collocati in archi di ingresso alla città, per chi vi giungeva dalla “Grava dei Francesi”. Di altri se ne hanno traccia all’interno di quelle che furono chiese, anche queste molto frequenti nel borgo antico di Spinazzola, come nel caso del piccolo tempio detto “San Giuseppe”, oggi utilizzato come cantina, ubicato vicino a quel che fu il primo Ospedale censito dei Templari. E qui è possibile scorgere al suo intero dietro le botti, due strati di affreschi databili, i più antichi presumibilmente al XIV secolo e quelli sovrapposti al XVI-XVII secolo. Ma torniamo alla “Madonna della Spada”. Per gli esperti sembra non sia più possibile procedere per la sua rimozione alla tecnica dello strappo: per salvarla bisognerà asportare direttamente tutti i tufi su cui l’opera è stata realizzata, il che significa procedere nella eventuale demolizione dell’immobile con la massima cautela e oculatezza. Prudenza e attenzione a cui dovrà aggiungersi capacità nell’opera di recupero, per poi passare ad una fase di consolidamento degli intonaci e delle pitture con un accurato restauro. Di certo, anche nel caso di quest’opera, pregevole e di forte valore simbolico, si è perso tempo prezioso. L’umidità potrebbe, anche in questi ultimi anni, aver procurato guasti irreversibili. Di quel che è oggi, la “Madonna della Spada” se ne saprà di più a novembre, quando a morire sarà un’altra zona del borgo antico che nulla racconterà più se non con le sue macerie.
venerdì 27 agosto 2010

ABBANDONATA L’AREA ARCHEOLOGICA - IN QUEL POSTO SORGEVA IL CASTELLO, ABBATTUTO NEL 1936, DOVE NACQUE IL PAPA INNOCENZO XII.
di Cosimo Forina
Posto di fronte alla Chiesa Matrice vi è il luogo in cui sorgeva il castello di Spinazzola, abbattuto nel 1936 inspiegabilmente. Lì il 13 marzo 1615 nacque Antonio Pignatelli, divenuto papa con il nome di Innocenzo XII. Una campagna di scavi tra il 2006-2007 condotta dalla sovrintendenza ai beni archeologici, a cura di Giuseppina Canosa, finalizzata inizialmente e riportare in luce le fondamenta del castello riconducibile al IX secolo, portò invece a tre scoperte eccezionali.
LE VECCHIE MURA
La prima: appena al di sotto delle vecchie mura fu rinvenuto un villaggio preistorico dell’Età del Bronzo. Si tratta del primo insediamento che riscrive la storia della città e riporta l’orologio in dietro nel tempo di qualche migliaio di anni della presenza dell’uomo in forma stanziale.
IL SIGILLO DI PIOMBO
La seconda scoperta fu effettuata durante gli scavi, realizzati dopo opere di consolidamento del pianoro dove è ubicato il castello che a causa di una frana stava rischiando di scivolare nella grava detta dei francesi: fu trovato un raro e prezioso sigillo in piombo, raffigurante l’Imperatore Leone VI detto “il filosofo” (886-912).
LA TOMBA E IL PUGNALE
Poi la scoperta davvero inaspettata (la terza della serie), ovvero: la tomba di un uomo di rango, dell’Età del Bronzo, con tanto di pugnale di bronzo, con due margini taglienti, da considerare quindi, come scrive la sovrintendenza, come funzione di arma e non di utensile. L’uomo sepolto doveva di certo avere ruolo di guida nella sua comunità. Risultato: tutti questi reperti, per mancanza di un museo, sono finiti in custodia alla sovrintendenza. E l’area archeologica del castello non se la passa certo meglio. In poco più di tre anni dal rifacimento della recinzione in tufo, questa è stata divelta, distrutta in più punti e pare anche portata via.
UNA SITUAZIONE CRITICA
L’area archeologica e le mura medioevali sono ricoperte da sterpaglia, il camminamento realizzato intorno agli scavi presenta situazioni di grave pericolo. Perché dal lato della «Grava» sono stati buttati già i tufi che costituivano il parapetto protettivo, non prima di aver asportato le basale in pietra. Gli scavi della sovrintendenza erano stati protetti da teli e ricoperti con terra, in attesa di proseguire le ricerche non appena fossero arrivati nuovi finanziamenti. Ora questi emergono visibilmente strappati come se qualcuno sia andato a metterci le mani alla ricerca di chissà che cosa.
DIMENTICATO
Tutto questo, sembra lontano dallo spirito e dalle intenzioni manifestate dal sindaco Carlo Scelzi, che, ad esempio, in uno scritto riportato nel volume «Storia di Spinazzola, gli uomini, le cose, gli eventi, le origini», curato dalla prof.ssa Liana Bertoldi Lenoci del Centro Studi Storici e Socio Religiosi in Puglia-Bari, assicurava: «Nella mia qualità di primo cittadino, assistito dai signori consiglieri, in particolare dall’assessore alla Cultura Nicola Di Nardi, ho il dovere di tutelare gli aspetti culturali della città, che mi è dato amministrare e promuoverne la conoscenza. Una storia che inizia con l’analisi della natura e dell’ambiente per proseguire con le testimonianze neolitiche, archeologiche, architettoniche, laiche ed ecclesiastiche che costituiscono, complessivamente, la nostra storia agganciandola a quella del territorio circostante e della Regione». Quello che sta accadendo nell’importante area archeologica di interesse storico-scentifico è l’esatto contrario.
martedì 24 agosto 2010

UNO SCEMPIO IN VIA CALDERALE
DISTRUTTI AFFRESCHI DEL XIV SECOLO NEI PRESSI DELLA CHIESA DI SAN PIETRO APOSTOLO
La cancellazione della storia, delle opere d’arte che la testimoniano è il maggior delitto che si possa fare contro le future generazioni. Se questo avviene per incuria e indifferenza la colpa non trova giustificazione, specie se altri hanno tentato di proteggere e far recuperare il bene.
Il borgo antico di Spinazzola, privo di un piano di recupero, sta subendo trasformazioni irreversibili da parte di chi anziché concepire gli interventi sugli immobili come conservativi agisce senza regole trasformandoli a proprio compiacimento e necessità.
L’OBIETTIVO
Il proposito che anima i proprie tari è quello di migliorare i beni secondo una visione moderna, con interventi drastici, con trasformazione sulla originale architettura. Quel che se ne ricava è un ibrido tra antico e moderno che nulla a che fare con la storia della città e del suo borgo antico medioevale. Questo obbrobrio sta avvenendo senza che da parte dei proprietari vi siano in fondo “colpe dirette”, e questo perché a dover dettare le regole negli interventi per una corretta conservazione del borgo antico dovevano essere le istituzioni. A partire dal Comune, per quel che concerne l’aspetto tecnico-amministrativo e politico, nonché la sovrintendenza, ove sui beni storici dove si interviene ricorra la necessità di tutela.
AFFRESCHI PERDUTI
In via “Calderale” piccola stradina caratterizzata da un arco che unisce due fabbricati contrapposti, ubicata nei pressi della chiesa San Pietro Apostolo (Chiesa Matrice) pochi anni fa, erano tornati alla luce in modo del tutto occasionale per la caduta dell’intonaco che li ricopriva, degli affreschi murari a tema religioso databili intorno al XIV secolo.
Divenuti ben presto meta di chi, anche con la guida della pro-loco, si inoltrava nel borgo antico per scoprirne il suo fascino. Su tale opere per garantirne la conservazione e il recupero era stato approntato un progetto d’intervento sottoposto ed approvato dalla sovrintendenza di cui la “Gazzetta” si è occupata in passato. Per la mancanza di qualche migliaio di euro, tutte le buone intenzioni sono rimaste nel cassetto, ma il peggio è che ora di quegli affreschi e di quelli che presumibilmente erano ancora celati sotto l’intonaco, specie su tutto l’arco, non è rimasto più nulla. Cancellati e rimossi inesorabilmente per sempre. Sull’arco si è permesso di agire rimovendo tutto l’intonaco, portando i tufi, come si suol dire, a faccia vista.
SCEMPIO
Dell’affresco sulla parete, dove è stata persino piazzata e ancorata una impalcatura, non restano che pochi segni. Solo pochi tratti da cui non si riesce più nemmeno a dedurre quel che era l’opera. Lo sbigottimento è tale che non si riesce ad andare oltre il biasimo, la riprovazione. Altrove quel che si ha come identità della propria storia viene valorizzato, a Spinazzola se ne concede la distruzione. Le tracce dell’antichità qui non destano emozione, solo ingombro ai propri fini. Agire così però non coincide con gli interessi del patrimonio e della collettività, della città, a cui resta ora il nulla per la perdita di una parte preziosa del suo passato.
mercoledì 18 agosto 2010

LA GRANDE CORSA «MACCHÉ PETROLIO QUI IL VERO ORO È L’ACQUA»
L’ENTE IRRIGAZIONE CONTRO IL «VIA LIBERA» ALLE RICERCHE
Cosimo Forina • Spinazzola.
Nuovo capitolo sul progetto “Palazzo San Gervasio”. Senza il parere vincolante dell’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria in Puglia (Eipli), Lucania e Irpinia, la ricerca dell’oro nero sul territorio potrebbe sfumare. Il bene più prezioso qui era e resta l’acqua.
L’iter autorizzativo ambientale posto in essere dalla società texana AleAnna Resorces LLC, portato al vaglio delle Regioni Basilicata e Puglia, nonché dei Comuni interessati al progetto di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi denominato “Palazzo San Gervasio” che si estende su di un territorio di 561 Kmq in gran parte in Lucania, che riguarda le città di Acerenza, Banzi, Barile, Forenza, Genzano di Lucania, Ginestra, Maschito, Montemilone, Oppido Lucano, Palazzo San Gervasio, Ripacandida, Rapolla e Venosa in Basilicata; Minervino Murge e Spinazzola in Puglia, potrebbe non essere sufficiente per ottenere il via libera da parte del Ministero dello Sviluppo Economico dipartimento per l’Energia.
LA LETTERA - E’ quanto si sostiene con una lettera fatta giungere, nonostante il periodo agostano sul tavolo del Ministero, dal direttore generale dell’Eipli, dott. Lorenzo Larocca (l’ente è guidato dal commissario di governo Saverio Riccardi): “L’area geografica sulla quale insiste il programma di ricerca idrocarburi, risulta essere il larga parte coincidente e sovrapposta con quella interessata dall’attre zzamento irriguo previsto nel progetto definitivo “Schema Idrico Basento-Bradano - Tronco Acerenza- distribuzione III lotto”, per l’irrigazione di circa 5000 ettari nei territori dei Comuni di Palazzo San Gervasio, Ban zi, Irsina e Genzano di Lucania. Progetto già approvato e finanziato dal Comitato interministeriale per la programmazione economica per l’importo di 104,5milioni di euro, nell’ambito della legge obiettivo, inserito nel Programma delle Infrastrutture Strategiche del Mezzogiorno”.
GLI ATTI -Si tratta dopo i lavori della Salerno - Reggio Calabria della seconda opera più importante prevista dal Governo nell’Italia Meridionale che ha conseguito tutti gli atti approvativi: Decreto Commissariale, approvazione Cipe, approvazione tecnico-economica dipartimento infrastrutture della Regione Basilicata. Parere favorevole del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Sovrintendenza per i beni ar cheologici della Basilicata. Verifica di ottemperanza del Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata e Autorizzazione Paesaggistica.
IL PROGETTO -Progetto sostenuto principalmente, per lo sblocco dei finanziamenti, dal ministro Raffaele Fitto e dal presidente della Regione Basilicata Vito De Filippo, come più volte ribadito alla “Gazzetta” dal capo di gabinetto del commissario dell’Eipli, Adriano Di Noia. Attore, quest’ultimo della sinergia istituzionale tra Governo e Regione, per una azione di rilancio del Mezzogiorno ed in particolare nei territori interessati dai progetti per il settore agricolo fino a oggi dimenticati dalle realizzazione di grandi infrastrutture di opere idriche. “E’ del tutto evidente, è stato sottolineato al Ministero da Larocca, che qualunque eventuale atto concessorio, relativo alla richiesta di permesso per la ricerca di idrocarburi, debba acquisire preventivo parere del Servizio Tecnico e conseguente nulla osta da parte della Direzione Generale di questo Ente”. Si sottolinea, in buona sostanza, che la ricerca degli idrocarburi possa “risultare in contrasto e configgere con l’infrastruttura strategia irrigua, programmata e finanziata dalla Sta to”.
L’INFRASTRUTTURA -Ed infine: “E’ appena il caso di precisare che tale infrastruttura è solo parte terminale di investimenti statali in termini di invasi sperimentali (Diga di Acerenza e Genzano di Lucania) oltre ad adduttori principali che hanno comportato ingenti risorse finanziarie pubbliche per circa 400milioni di euro”.
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