domenica 24 febbraio 2013


FRANCESCO DIPALO SU UN TRALICCIO DELL’ALTA TENSIONE PER PROTESTA
Dopo il diritto al voto di fatto negato agli studenti in Erasmus ed a quelli fuori sede, stessa sorte tocca ai testimoni di giustizia e loro famigliari lasciati vergognosamente nell’assoluta precarietà. Francesco Dipalo, testimone di giustizia ha scritto al Presidente della Repubblica e per protesta da due giorni è salito su di un traliccio dell’alta tensione nei pressi della località protetta. Chi dice di amare questo Paese e di volerlo governare che sia di destra, sinistra, centro, grillini, liste civiche, non rivolga il suo sguardo altrove. In ogni parole della lettera scritta da Francesco al Presidente Napolitano vi è tutto il fallimento di un sistema che ha smesso di difendere i cittadini onesti. Francesco ha posto la sua vita e quella dei suoi a rischio per onorare la verità e servire lo Stato. Suo fratello Alessio a cui due sgherri avrebbero dovuto sparare continua da Radio Regio Altamura a denunciare la collusione tra politica, affari e consorteria che ha inquinato la moralità della Murgia.
Condizioni di vita quelle di Francesco Dipalo drammatiche per sè e per la sua famiglia dovute che alcuni funzionari del Ministero dell’Interno sembrano descrivere come una cronica e costante mancanza di fondi a garanzia di un dignitoso servizio di protezione. Chiediamo agli organi di stampa di dare ampia diffusione alla notizia e alle Istituzioni di intervenire al più presto.
LA LETTERA A NAPOLITANO: NON ABBANDONATEMI!
Ill.mo Presidente Napolitano,
Le scrivo, gentile Presidente, per parlarle della mia drammatica situazione dei testimoni di giustizia.
La mia storia purtroppo non è diversa da quella di altri testimoni di giustizia che per senso civico o sensibilità istituzionale hanno sentito il dovere di testimoniare esponendo se stessi e le loro famiglie alle ritorsioni delle organizzazioni criminali. Sono stato inserito, unitamente ai mie famigliari, nello Speciale Programma di Protezione nel dicembre del 2009 su richiesta del Pubblico Ministero titolare delle indagini la dott.ssa Desirèe Digeronimo della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e dalla Direzione Nazionale Antimafia. La mia testimonianza è stata determinante per il rinvio a giudizio di una organizzazione criminale che per anni imperversava ad Altamura in provincia di Bari, inoltre i Giudici del Riesame del Tribunale di Bari hanno di recente emesso una ordinanza di custodia cautelare in carcere per tutti gli imputati, disponendo per uno di loro anche il sequestro dei beni per oltre 35 milioni di euro. Lei Signor Presidente si ricorderà di Altamura perché è stato in visita ufficiale il 1 ottobre del 2009. In quel periodo io ero già stato sottoposto a programma di protezione nella mia città prima di essere trasferito in località protetta. Devo premettere che io ho un fratello giornalista, Alessio, che da anni anche lui denuncia pubblicamente le collusioni tra criminalità organizzata, politica e imprenditoria deviata, ed è stato vittima anch’egli di brutali aggressioni da parte del clan, un collaboratore di giustizia ha dichiarato agli inquirenti che lo dovevano sparare. In occasione della sua visita io e mio fratello siamo stati controllati a vista per tutta la durata della sua permanenza ad Altamura, io dagli uomini del nucleo operativo protezione Puglia e mio fratello da uomini della Digos a bordo di una moto di grossa cilindrata identificati dalla locale guardia di finanza su richiesta di intervento di mio fratello perché aveva notato di essere costantemente seguito. Bene Signor Presidente mentre le autorità locali hanno disposto questi provvedimenti a nostro carico, Lei, in assoluta inconsapevolezza e buona fede, ha stretto la mano a alcuni dei principali imputati del procedimento penale in corso dove io e mio fratello ci siamo costituiti parte civile e nel quale sono testimone di giustizia. Ovviamente questi provvedimenti sono stati applicati per evitare che io o mio fratello potessimo in qualche modo avvicinarLa. Aspettiamo ancora di sapere chi ha ordinato quei provvedimenti nei nostri confronti. Quando sono stato condotto in località segreta con mia moglie e i miei tre figli di 30, 25, e 23 anni, mi sono subito reso conto che eravamo stati affidati a funzionari dello Stato privi di sensibilità e di umanità. Arrivati a destinazione ci hanno sistemato in una struttura ricettiva dove per ben sei mesi siamo stati lasciati senza documenti e senza tessere sanitarie. Gli uomini del nucleo operativo di protezione ci hanno dettato delle regole da seguire tra le quali le più rigide erano quelle di non rivelare a nessuno, neanche ai parenti più stretti dove eravamo. Prima di partire io ero in procinto di essere sottoposto ad un intervento chirurgico e avevo esposto agli uomini della protezione questa mia esigenza. Per ben sei mesi nessuno ha fatto nulla e siamo stati lasciati letteralmente soli senza documenti e tessere sanitarie. Le mie condizioni erano peggiorate e non potevo più muovere la gamba sinistra. A nulla sono valse le varie richieste di aiuto il tal senso al nucleo operativo di protezione. Non potevo andare al pronto soccorso perché privo di documenti e perché mi avevano obbligato di non rivelare a nessuno la mia reale identità compreso ai pubblici ufficiali. Questa situazione è andata avanti per mesi e i dolori ormai erano insopportabili. Poi mi sono rivolto ad uno specialista a pagamento che mi ha prescritto una cura in attesa di essere sottoposto ad intervento chirurgico. Le cure mediche avevano dei costi è ho fatto presente al nucleo operativo di protezione che avevo assoluta necessità di acquistare i farmaci. Mi hanno risposto che non c’erano soldi e che dovevo arrangiarmi. Chiaramente non potevo chiedere aiuto ai miei parenti perché per farmi inviare i soldi avrei dovuto rivelare la località segreta e conseguentemente mi avrebbero revocato la protezione. La minaccia della revoca della protezione è sempre costante da parte dei funzionari del Ministero dell’ Interno. Ill.mo Signor Presidente per far fronte alle cure sanitarie io e mia moglie abbiamo dovuto impegnare le fedi nuziali e l’oro che avevamo con noi al banco dei pegni e il Servizio Centrale di Protezione non ci ha mai più messo nelle condizioni di poterle riscattare. I fatti che Le ho appena esposto, sono stati da me dettagliatamente riferiti alla Commissione Centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione presso il Ministero dell’ Interno, presidente della commissione era il Sottosegretario on. Alfredo Mantovano. Ill.mo Signor Presidente sono trascorsi tre anni da quel tragico episodio, e nulla è cambiato, anzi la situazione è peggiorata e ha travolto anche i miei famigliari. Perché anche loro devono pagare per le mie scelte di aver denunciato?. Mia moglie e i miei figli sono già state vittime di brutali pestaggi da parte delle persone da me denunciate e non è giusto che continuino a soffrire. Il.mo Signor Presidente essere sottoposti a programma di protezione provoca inevitabilmente effetti devastanti a livello emotivo e psicologico e non si è sufficientemente assistiti rispetto al trauma subito. Il comportamento dei funzionari del Servizio Centrale di Protezione ha anche contribuito pesantemente a compromettere il futuro affettivo dei miei figli. Ci sentiamo abbandonati dallo Stato, quello Stato in cui ho sempre ostinatamente creduto nonostante le ritorsioni subite. Non si può suggerire a commercianti, artigiani, imprenditori vittime del racket a denunciare per poi abbandonarli al loro destino. Non è giusto. E’ stato negato a me e ai miei famigliari anche il diritto al voto perché non ci sono i soldi per organizzare la nostra trasferta nel comune di residenza. Tutto questo in piena violazione dell’ art. 48 della nostra costituzione. E’ da mesi ormai che presento istanze al Servizio Centrale di Protezione, ho inviato raccomandate alla Commissione Centrale, ho inviato decine di mail alla segreteria del Ministro Cancellieri, nessuno mi ha mai risposto. Non rispondono più neanche ai Carabinieri della mia scorta che stanno vivendo da vicino la mia drammatica situazione. Nei giorni scorsi un funzionario del Nucleo Operativo di Protezione ha riferito testualmente: “ ti puoi anche mettere una corda al collo a Roma non ti risponderà mai nessuno”. Ill.mo Signor Presidente, io non mi metto la corda al collo perché amo profondamente mia moglie e i miei figli. Ill.mo Signor Presidente tutto questo non può e non deve più continuare, lo Stato mi deve rendere degno per quello che ho fatto sacrificando la mia famiglia, me stesso e la mia azienda, e non può continuare ad umiliarci. Per questo Le chiedo Signor Presidente di intervenire.
Località protetta, 23 febbraio 2013
Francesco Dipalo

mercoledì 30 gennaio 2013


QUARANTADUE ANNI, EX OSPITE DI «CASA MICHELE», HA TAGLIATO L’IMPORTANTE TRAGUARDO
Quando la laurea in lingue e letteratura diventa un traguardo nella lotta alla droga
Non c’è seduta di laurea in cui non si manifesti emozione. Vuoi per la fine del percorso degli studi, vuoi per la soddisfazione di aver raggiunto la meta apparsa persino a volte lontana. In quella di A.C., 42 anni, discussa venerdì 25 gennaio, capirete dopo il perché della scelta delle sole iniziali, le ragioni sono state tante, ma soprattutto altre. In pochi infatti al momento della proclamazione del neo dottore in lingue e letteratura straniera sapevano, con consapevolezza, quello che era stato il suo percorso di studio e di vita. Non raccontiamo qui la storia di uno studente fuoricorso o di un lavoratore avanti negli anni che ha raggiunto il dottorato. Questa è storia inaspettata, di riscatto e di amore. il cui ricordo ha riempito gli occhi di lacrime, riportando le lancette dell’orologio del tempo esattamente a venti anni fa. Perché A . C. non è un neo laureato qualsiasi. Lui è stato il primo ragazzo, all’epoca ventiduenne, che nel febbraio 1993 fu ospitato in “Casa Michele”. Il centro di accoglienza per tossicodipendenti sorto a Spinazzola su iniziativa di Antonio Cicorella, Franco Raimo e Cosimo Forina. Una eccezione nel territorio. Una risposta. una luce di speranza nel deserto sociale per chi era in difficoltà. Diremo di più, fu proprio lui, A.C. ad aver avviato con la sua richiesta di aiuto: «Antonio se torno a casa sono certo che continuerò a farmi, voglio restare qui» l’inizio dell’ospitalità in forma residenziale nella casa in abbandono che l’associazione “Insieme” aveva ottenuto in locazione dal Comune di Spinazzola. Un ex “Lazzaretto” ubicato fuori città, luogo di sofferenza e morte, trasformato da Antonio Cicorella, il quale dedicò tutta il resto dei suoi giorni all’aiuto di altri ragazzi, in Casa di speranza e di vita. Sono stati 110 i ragazzi ospitati in poco più di due anni e mezzo di intensa attività di volontariato, esperienza terminata con la morte di Antonio Cicorella avvenuta il 27 settembre del 1995. L’esistenza di A.C. con l’arrivo a Spinazzola cambiò, passando dall’abbandono e dall’emarginazione a cammino sul sentiero di un nuovo senso della vita. «Dalla droga si può uscire e tornare ad essere degli uomini liberi», questa la filosofia di Casa Michele. Però nulla faceva presagire, per il vissuto di quel giovanetto, smarrito, timido ed insicuro, che sarebbe giunto un giorno il momento di vederlo in una aula gremita dell’Università di Bari per far conoscere tutto il suo sapere. Lo scorso venerdì “l’Uomo nuovo” A.C. che a causa della droga si era fermato con gli studi alla sola licenza di scuola media ha discusso la sua Tesi, con padronanza, esponendola in italiano, inglese, francese e con approfondimenti nel latino sulla: «Etimologia delle erbe aromatiche». Ben oltre il voto, a lui la lode, pur non avendola raggiunta nel percorso universitario. La scelta di autorizzare questo racconto riportando le sole sue iniziali è dettata esclusivamente dalla sua umiltà: «non è importante che io venga da tutti riconosciuto». Ma il nome per esteso ed il volto di A.C. invece è ben noto a quanti si rivolgono a lui per chiedere aiuto. Perché lui, oltre a studiare, nella città in cui vive, ha aperto un “Centro di ascolto e di orientamento” che gestisce a sue spese con la sua compagna. Finalizzato alla lotta contro tutte le droghe e l’uso di alcool specie tra i giovani. Venti anni fa A.C. dopo la permanenza in Casa Michele ha completato il percorso di recupero nella Comunità Incontro di don Pierino Gelmini. In seguito ha lasciato l’Italia per recarsi in Inghilterra facendone poi ritorno con quel sogno mai abbandonato: riprendere i suoi studi. Ed è riuscito prima a diplomarsi e poi, meravigliando ancor più tutti, a laurearsi. Nel fare sintesi della sua vita ha rivelato a chi ha condiviso la sua festa di laurea: «senza, Casa Michele di Spinazzola, senza di voi, Franco e Mimmo, che prima avete aiutato Antonio e poi con lui tutti noi, non so quello che sarebbe stata e se ci sarebbe stata la mia vita». Poi le sue parole si sono fatte carezze per i suoi genitori e verso chi con amore gli è accanto come sposa. Il traguardo raggiunto a 42 anni da A.C. è stato per chi diede vita a Casa Michele ancora una certezza. Quella che fu giusta scelta, pur sfidando ogni pregiudizio e ostacolo, aver compreso la necessità di dare una risposta all’emarginazione. Facendo argine al diffondersi della cultura dello sballo, lottando contro ogni droga. Soprattutto tendendo una mano di aiuto verso chi era in difficoltà. Testimonianza che trovò il suo punto di riferimento in Antonio Cicorella. Quella mano ora è ancor più stretta, e diventata abbraccio con chi a pieno titolo ha raggiunto, da uomo libero, il suo riscatto personale assumendosi a sua volta impegni nel sociale. A lui, al dott. A.C. gli auguri di questo nuovo traguardo

domenica 20 gennaio 2013


AMBIENTE
UNA NUOVA TUTELA

Veri e propri corridoi ecologici tra la Puglia e la confinante regione Basilicata
Area prioritaria per la Comunità Europea per la presenza dell’unica popolazione di «Salamandrina terdigitata» in Puglia
I valloni sotto il segno della «salamandrina»
La zona di Spinazzola diventa «Sito di importanza comunitaria»
di Cosimo Forina
Visti dal satellite i Valloni di Spinazzola sembrano radici che solcano il territorio. Il loro verde intenso contrasta con i campi manipolati dall’uomo a coltura prevalentemente cerealicola.
Da alcuni mesi questa terra, ancora per fortuna quasi del tutto incontaminata, è diventata un Sito di importanza comunitaria (Sic) andando ad accrescere la rete Natura 2000 della Puglia.
La ragione, oltre a numerose specie animali in questo eco-sistema, la si deve ad un piccolo anfibio endemico dell’Italia meridionale di grande interesse conservazionistico: la “Salamandrina Terdigitata”. Quello di Spinazzola è il primo sito noto per la Puglia. Il presidente del Wwf Puglia, Leonardo Lorusso, nell’annunciare questa importante scoperta così si esprimeva: «I soci del Wwf, in collaborazione con gli esperti della Societas Herpetologica Italica hanno studiato un autentico scrigno di biodiversità, nel comune di Spinazzola. La cosa più straordinaria è che si è attivato un processo bottom-up: i cittadini hanno segnalato, circostanziando con scientificità i luoghi meritevoli
di tutela. La Regione ha validato e avviato l’iter di istituzione di un nuovo sito di interesse comunitario». I “Valloni di Spinazzola” sono diventati così quella testimonianza da tutelare e rispettare. Ecco lo stralcio del documento che accompagna la richiesta di tutela: «L’area, posizionata nelle Murge Nordoccidentali, è caratterizzata da residui boschi mesofili e piccoli corsi d’acqua, circondati da seminativi. In detta area, sono state rinvenute specie la cui protezione è considerata prioritaria dalla Comunità Europea, tra cui l’unica popolazione di “Salamandrina terdigitata ” nota per la Puglia. La specie è stata riscontrata in un torrente perenne all’interno di una stretta valle caratterizzata da una perticaia di Cerro (Quercus cerris) assimilabile all’habitat delle “Foreste pannonico-balcaniche di quercia cerro-quercia sessile”. Il ritrovamento diquesta specie e di contingenti numerosi di “rana italica”, conferisce a questo sito un’elevata rilevanza erpetologica, anche in considerazione che, per le specie citate, rappresenta il limite dell’areale conosciuto. Il sito presenta inoltre popolazioni di altre specie di interesse conservazionistico e ospita anche specie ornitiche, assai rare o addirittura assenti dal restante territorio regionale (ad eccezione del Gargano e del Subappennino Dauno) quali: il picchio rosso maggiore (Dendrocopos major), l’Allocco (Strix aluco), il picchio muratore (Sitta europaea), il pecchaiolo (Pernis apivorus). Tra i mammiferi, spicca la presenza del «Toporagno acquatico di Miller» (Neomys anomalus), ma sono state osservate anche tracce di istrice (Hystrix cristata), tasso (Meles meles), faina (Martes foina), e soprattutto del lupo (Canis lupus). I Valloni rappresentano dei veri e propri corridoi ecologici tra la Puglia e la confinante Basilicata. L’area, inoltre, appare di rilevante valore per il parco Regionale “Valle dell’Ofanto” essendo ubicata alle sorgenti del torrente Locone il cui corso è inserito in parte nell’area parco». Non sarà tra l’altro sfuggito, certamente ai più, che all’interno della descrizione si giunge anche a determinare la presenza del lupo in forma stanziale sul territorio. Una ricchezza. L’insieme delle aree protette Parco dell’Ofanto, Parco della Murgia, oggi la zona Sic dei Valloni determinano una grande opportunità anche per la città, che si aggiunge a quelle storiche, archeologiche, architettoniche. Un mix difficilmente riscontrabile altrove. Qui nella terra della Salamandrina Tertigitata, eretta a simbolo del “Valloni” d’obbligo quindi è pensare alla tutela dell’ambiente che deve portare a cambiare anche il concetto di coltura e uso del territorio.

E adesso saranno più difficili le alterazioni dell’ecosistema dell’Alta Murgia

Il tentativo di assalto al territorio in questi anni, proprio sulle terre coltivate confinanti con i verdi Valloni di Spinazzola è cosa assai nota. Su questo tratto gli industriali del vento e del sole hanno posto da tempo, con centinaia di proposte di progetti, l’attenzione per concretizzare i loro interessi. Non sono state innalzate, per una serie di vicissitudini di cui si è occupata la Gazzetta, le alte torri smembra-paesaggio, anche se di recente sono comparse le prime turbine del mini eolico. Ma non mancano di già alcuni ettari di terreni tombati con pannelli fotovoltaici. L’istituzione di una zona Sic richiama a rimuovere e prevenire ogni turbativa che possa alterare l’eco-sistema esistente, sia al suo interno che nei suoi confini e luoghi adiacenti. Infatti quando si chiede di cambiare anche il modo di esercitare la coltura agricola, si vuole sensibilizzare a non creare ragioni di vulnerabilità dell’area. «Legata, si legge nel documento regionale ad esempio, al rischio di messa a coltura dei lembi di bosco ancora presenti nelle aree più pianeggianti dei valloni, e problemi legati alle infiltrazioni di fertilizzanti e pesticidi usati in agricoltura all’interno dei corsi d’acqua presenti nei valloni». L’estensione della zona SIC “Valloni di Spinazzola” include tutto il Vallone dell’Ulmeta fino al recapito nel Canale del Locone; inoltre, comprende le seguenti vallecole: Valle dei Buffoni, Valle Cristovecchio, Boschetto Santa Maria, Verruca, Madonna del Bosco, Mare di Mantoia (5mila.493 ettari).Il tipo di vegetazione, importante, comprende quello dei querceti dell’Italia meridionale seppur considerata secondaria rispetto a quella dell’area dei Balcani. La prime dichiarazione in positivo sulla Zona Sic Valloni è espressa da Franco D’Amato presidente provinciale Federcaccia/Bat: «contrariamente a quello che si pensa di chi pratica la caccia, per noi la tutela del territorio è prevalente. Noi ci sentiamo guardiani dell’ambiente e lo abbiamo dimostrato con tante denuncie e attuando la rimozione di pericoli. La zona Sic Valloni è un vincolo che ci salva, senza dubbio, dall’assolto di eventuali istallazioni di torri eoliche che turbano i corridoi naturali dell’avifauna e possono influenzare sulla migrazione venatoria. Ma anche sulla struttura dell’ambiente, non tralasciando l’influenza dei rumori dei rotori sugli animali». Del resto le stesse direttive europee parlano chiaro circa la tutela delle aree protette. Che sia la fine di ogni avventura di aggressione al territorio, sin qui scongiurata, anche la zona Sic Valloni di Spinazzola? Tutto dipende dal rispetto dell’uomo a quanto lo circonda e Spinazzola non fa eccezione.

venerdì 11 gennaio 2013


IL CASO
RESPONSABILI? NESSUNO
LA CONDANNA
L’Europa ha appena condannato l’Italia per lo stato disumano delle condizioni dei detenuti
APPELLI INASCOLTATI
Inascoltati gli appelli del capo dello Stato, insufficiente da molti decenni l’azione dei governi
UNO SPRECO INTOLLERABILE
Spinazzola, così è ridotto il «carcere modello»
COSIMO FORINA
SPINAZZOLA. «Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione», disse Voltaire nel Settecento. Due giorni fa i giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo hanno sancito che nelle carceri italiane continua ad esserci un trattamento disumano. I giudici hanno condannato l’Italia a risarcire per 100mila euro sette detenuti: tre del carcere di Piacenza quattro di quello di Busto Arsizio, costretti a scontare la loro pena in non più di tre metri quadrati. Per il capo dello Stato Giorgio Napolitano, il quale ha sollecitato (inutilmente) più governi ad affrontare la questione carceri, si tratta di «una mortificante conferma della incapacità dello Stato a garantire i diritti elementari dei reclusi in attesa di giudizio e in esecuzione di pena». «Avvilita ma non stupita» il ministro della Giustizia Paola Saverino. Più preoccupata ad ammonire: «Vietato fare sulla pelle dei detenuti campagna elettorale». Quella sentenza potrebbe costituire un precedente per gli oltre cinquecento ricorsi che ben impacchettati potrebbero giungere presto alla Corte di Strasburgo. Altri risarcimenti potrebbero essere imposti allo Stato, cioè a tutti i cittadini italiani. E per l’Italia, chiamata a stringere sino all’ultimo buco della cinghia per risanare i conti dello spreco, potrebbe essere un altro bel salasso. Oltre a collezionare giudizi non di certo gratificanti. Quelle brutte figure di cui tener veramente conto, da evitare, se si vuole salvare la faccia, all’estero. Le carceri italiane stanno letteralmente scoppiando. Negli spazi destinati a 45mila posti regolamentari, ammassati all’inverosimile, si contano 65mila detenuti. Non sardine, ma uomini e donne con il diritto di esistere, pur dovendo scontare la loro pena che dovrebbe essere ri-educativa. Ed invece è un bollettino di guerra. Perché in ragione di quelle condizioni: autolesionismo e soprattutto i suicidi sono in aumento. Tanto tra i detenuti che tra gli uomini della Polizia Penitenziaria, pochi rispetto all’organico necessario, costretti loro malgrado a lavorare in condizioni oltre ogni limite della ragionevolezza. Da queste parti, in terra di Murgia, quando si parla di sovraffollamento delle carceri non si può che sentirsi doppiamente indignati. Perché qui e non altrove si è scelto in modo paradossale di chiudere, non solo il carcere a Spinazzola, divenuto nel frattempo una eccellenza, ma non è stato mai aperto neppure il carcere di Minervino Murge. Edifici costruiti con progetti fotocopia, con capienza possibile sino a 100 posti, costati miliardi di vecchie lire, del tutto uguali a quello di Genoano di Lucania, a pochi chilometri da Spinazzola, anche questo vuoto. Inutilizzato. Simboli dello spreco e della indifferenza. La singolare storia del carcere di Spinazzola raccontata in ogni sfaccettatura dalla “Gazzetta” è esempio della più marcata contraddizione. Perché la struttura funzionante, scippata al territorio, nonostante il pellegrinaggio di parlamentari di ogni sigla politica, consiglieri e assessori regionali, garante dei detenuti è stata chiusa per due motivi incredibili: l’impossibilità di reperire altro personale e perché d’improvviso, dopo anni dal suo funzionamento, con un blitz di tecnici arrivati dal Dipartimento che aveva avuto ripensamenti sulla chiusura è stata dichiarata inidonea e antieconomica. Già l’antieconomicità. Nell’Italia dello spreco se il parametro della detenzione con decenza non rientra nella tabella della presunta “buona spesa” questa è da considerate consumo improponibile. Come la penseranno ora in quel del ministero della Giustizia, dove le loro relazione erano state ampiamente contestate dal sindacato Ugl Polizia Penitenziaria per il carcere di Spinazzola, circa il dispendio di denaro pubblico che lo Stato dovrà sborsare per i risarcimenti ai detenuti? Il popolo dei 65mila internati non sono un corpo estraneo della società ma il suo più degenerato risultato, quando accertata la colpa. Ogni costo sul recupero, contro ogni recidiva, è un investimento nel futuro. Quindi le aspettative dei detenuti ci appartengono e nessuno può dirsi estraneo. A dirla come Adriano Sofri, giornalista, scrittore, ex leader di Lotta Continua, condannato a 22 anni di carcere - quale mandante dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi:“Può capitare a chiunque, anche a voi di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c’entrate. C’entriamo tutti”.
Se lo sciopero della fame e della sete del radicale Marco Pannella non è servito a fare un passo in avanti verso l’amnistia, una risposta possibile all’indecente sovraffollamento delle carceri, forse ci riuscirà l’ultimatum fissato da Strasburgo che obbliga l’Italia entro un anno a porre rimedio. E Spinazzola, con le altre carceri del territorio vuote ed inutilizzate, potrebbe essere richiamata a svolgere un ruolo.
«HOTEL MILLE SBARRE»
Ci hanno persino ironizzato pensando ad un utilizzo diverso del carcere di Spinazzola dopo il suo abbandono: trasformarlo in “Hotel Mille Sbarre”
EDIFICIO FANTASMA
Una costruzione inutilizzata, non presieduta, tutelata, rispettata. Per convenienza: un edificio fantasma
QUANTE PROMESSE FINITE NEL NULLA
Ci hanno persino ironizzato pensando ad un utilizzo diverso del carcere di Spinazzola dopo il suo abbandono. Trasformarlo in un hotel con nome strafottente: “Hotel Mille Sbarre”. Ma ora che agli occhi dell’Europa e del Mondo l’Italia viene declassata nei diritti umani, per la condizione in cui sono costretti a vivere i detenuti, quella struttura vuota non può che pesare come un macigno sulle coscienze. A prevalere la sua storia, vergognosamente sconsiderata. Una costruzione inutilizzata, non presieduta, tutelata, rispettata. Per convenienza: un edificio fantasma. L’Istituto Penitenziario di Spinazzola su cui dentro e fuori è piombato il silenzio non è solo emblema dello spreco. E’ rinuncia di un presidio dello Stato, sottrazione alla rieducazione dei detenuti, negazione del diritto alla loro dignità. Le celle svuotate da ogni suppellettile come gli uffici sono li a testimoniarlo. Gli appelli scaturiti verso il Ministero della Giustizia dal consiglio comunale e provinciale non sono serviti nulla. Ed ora sarebbe invece il caso di ricominciare a ribadire da parte delle istituzioni del territorio la necessità della riapertura del carcere di Spinazzola che altrimenti resterebbe vuoto per sempre. Per non sentirsi complici nelle motivazioni che hanno portato la Corte di Strasburgo alla condanna dell’Italia. Il dito puntato è grave: “Trattamento inumano e degradante”. Una colpa se pur indiretta della città che non ha saputo e voluto agire, se non formalmente, all’ennesimo scippo sul suo suolo. Quello di Spinazzola ricordiamolo, era un carcere modello. Dove si stava sperimentando un percorso, unico in Italia, finanziato dalla Asl/Bt contro la recidiva di reati odiosi come quelli che toccano la sfera sessuale. Un cammino approvato in commissione parlamentare da tutti i rappresentanti delle forze politiche. Una eccellenza che forse deve aver dato fastidio, visto che poi invece di potenziare la struttura, come ci si aspettava, la si è smantellata, smembrata di ogni bene, affinché nessuna traccia rimasse di un percorso positivo. Del carcere di Spinazzola, come se la beffa non dovesse mai aver fine, si è continuato a parlar bene sulle riviste ufficiali del pianeta carcere, finanche dopo che questo era stato chiuso. Cento i posti della sua capienza, da poter occupare. Altrettanto ve ne sarebbero in quello di Minervino Murge, ed ancora nella struttura di Genoano di Lucania, ma anche ad Irsina. Il Governo dei tecnici divenuti politici, prima di andare a casa o il prossimo imminente, decida di potenziare il corpo della Polizia Penitenziaria, con nuove formazioni e assunzioni. Investendo nelle strutture lasciate al declino. Qui, in questo tratto di paese, dove è anche Italia, è già possibile non negare il diritto alla dignità per oltre 300 detenuti.
Scheda
Ecco tutte le tappe di una brutta storia all’italiana

·L’istituto penitenziario di Spinazzola è stato attivato il 1° dicembre 2004 per volontà del provveditore Rosario Cardillo.
·Nel maggio 2005 con decreto del Ministero il carcere assunse la denominazione di «Istituto penitenziario per adulti sezione staccata di Trani».
·Per gli effetti del provvedimento di indulto voluto dal ministro Clemente Mastella, nel 2006 l’istituto penitenziario fu svuotato e il personale distaccato fu fatto rientrare in Basilicata.
·In seguito, il provveditore dell’amministrazione penitenziaria Angelo Zaccagnino riapre l’istituto, dirottandovi tutti i detenuti sex offender, ovvero persone macchiatesi di reati a sfondo sessuale.
·L’on. Pierfelice Zazzera dell’Italia dei Valori in visita al carcere il 15 agosto 2009 presenta una interrogazione al ministro Alfano, finalizzata a far potenziare il carcere di Spinazzola. L’interrogazione ripercorre la significativa storia di questo istituto di pena.
·A questa prima interrogazione parlamentare segue un’altra del senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri (Pdl) dopo l’audizione della direttrice Mariella Affatato proposta dall’on. Benedetto Fucci (Pdl) alla Commissione Parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali, presidente on. Leoluca Orlando (Idv). In quella occasione viene presentato il progetto sperimentale nazionale contro le recidive di reati a sfondo sessuale.
·Dopo il decreto di chiusura del 16 giugno 2011, terza interrogazione parlamentare. Stavolta la presentano i deputati Radicali eletti nel Pd con cui si chiede al ministro della Giustizia Nitto Francesco Palma l’immediata riapertura dell’Istituto Penitenziario .
·Sempre a cura dei Radicali, Annarita Digiorgio, propone una mozione al consiglio regionale recepita dal consigliere Ruggiero Mennea con cui si chiede al governatore Nichi Vendola di intervenire personalmente presso il ministro.
·Con decreto del ministro Angelino Alfano il 16 giugno 2011 inspiegabilmente il carcere di Spinazzola viene chiuso. La notizia è nota alla direzione dell’Istituto solo il 26 luglio. Nel giro di pochi giorni prima si ha il trasferimento dei 35 detenuti e del personale. La struttura è stata poi svuotata anche di arredi e strumentazione in modo selvaggio. Nessuno ha pagato i danni causati.
·Il 25 ottobre, il capo dipartimento Ionta annuncia la riapertura del carcere di Spinazzola.
·La «riapertura» non c’è mai stata

mercoledì 14 novembre 2012


Tipi Tosti

"Il destino è un'invenzione della gente fiacca e rassegnata".
Ignazio Silone


Cosimo Forina, dalla droga alle inchieste sulle ecomafie

Artigiano, per venti anni volontario in un Centro di prima accoglienza accanto ai tossicodipendenti, dal 2003 giornalista pubblicista. Autodidatta.
di Cinzia Ficco
Parlo di Cosimo Forina, nato nel ’58 a Canosa di Puglia e residente a Spinazzola (Bat), che scrive per la Gazzetta del Mezzogiorno – edizione del Nord Barese – come collaboratore da Spinazzola e nove anni fa ha pubblicato “Antonio Storia di un Uomo” con la “Dellisanti Editore”.
Una vita, la sua, spesa per il prossimo e alla ricerca della verità. Tante volte ha ricevuto minacce, aggressioni. Ma lui non molla. Continua ad occuparsi oltreché di cronaca locale, di ambiente, gestione dei rifiuti e fenomeni di criminalità, legati alle ecomafie. Il 21 marzo 2009 ha ricevuto il Premio “Rosario Livatino” all’impegno sociale. Fare l’artigiano, vedremo da questa intervista, non gli basta.

Cosimo, come hai cominciato ad occuparti di tossicodipendenza?

Nel 1986, aiutando i ragazzi ad entrare in Comunità. In particolare nella Comunità Incontro di Don Pierino Gelmini. Ero un volontario. Avevo aperto un dialogo con i ragazzi in piazza, li accompagnavo a fare i colloqui presso la sede della Comunità Incontro di Andria e presso la struttura sanitaria (Got poi trasformati in Sert). Una volta ottenuta la convenzione tra Asl e Comunità, li portavo al centro, che li avrebbe ospitati.
Avevi una certa preparazione o hai improvvisato?
Sono andato ad istinto. Mi sono lasciato guidare dall’esperienza, e, soprattutto, ho condiviso il disagio dei ragazzi. Ho cercato di lavorare molto su di loro, convincendoli a lasciare la droga, senza il supporto di alcun farmaco. Ho fatto tutto, basandomi solo su un principio: la fede nell’uomo, nonostante tutto. Il primo, tra i tanti ragazzi incontrati, è stato Antonio Cicorella, di cui racconto nel mio libro. Con lui, dopo il suo cammino in Comunità, iniziato nel 1987 e conclusosi tre anni dopo, ho fondato a Spinazzola il Centro di prima accoglienza “Casa Michele”. Unico nel suo genere. Venivano accolti ragazzi provenienti dalla strada e ospitati sino all’ingresso in Comunità.
Antonio mi ha lasciato un segno profondo.
Perché?
Era consapevole di essere in Aids conclamato ed ha dedicato sino alla sua morte, avvenuta il 27 settembre 1995 a Casa Michele, tutto se stesso, aiutando altri ragazzi ad entrare in Comunità. Nel nostro centro – una casa in abbandono, un “ex Lazzaretto” alla periferia della città, ottenuto in locazione dal Comune di Spinazzola – in due anni e mezzo di attività, sono stati ospitati 110 ragazzi, che hanno trovato in Antonio il loro riferimento. In quegli anni quasi il 70 per cento dei ragazzi ospiti era sieropositivo ed i farmaci per contrastare l’Hiv non erano ancora efficaci. Tanti, purtroppo, non sono sopravvissuti. Un flagello silenzioso, che ha mietuto vittime più della stessa eroina. Chi, invece, ha concluso il suo cammino si è reinserito a pieno titolo nella società. L’esempio di Antonio ha profondamente segnato quanti sono stati a contatto con lui. Alcuni dei ragazzi, che sono poi riusciti a crearsi una famiglia, hanno scelto di chiamare il loro primo figlio proprio Antonio. In segno di gratitudine verso chi ha generato in loro la speranza del riscatto.
Cosa ti ha lasciato quella esperienza?
La certezza che chiunque, anche da emarginato, se lo vuole, può ritrovare la forza del suo recupero, diventando, come nel caso di Antonio, protagonista della sua vita e di quella degli altri. La droga la si può sconfiggere e ritornare ad essere degli uomini liberi. Anche affrontando la morte.
C’è qualche altra storia che porti con tè?
Oltre all’esempio di Antonio, che considero un maestro di vita, un diacono non consacrato per la sua testimonianza anche di fede. Ogni ragazzo che ho conosciuto ha lasciato in me parte del suo vissuto. Ed è oggi questo il bagaglio che completa la mia esperienza.
Quali sono state le difficoltà maggiori?
La diffidenza iniziale delle persone e delle istituzioni. Chi si occupava di tossicodipendenti in una piccola realtà veniva visto con sospetto. Aprire il centro è stata una provocazione. Tant’è che come presidente dell’associazione, dopo che si è tentato di far chiudere “Casa Michele”, ho anche dovuto subire un processo, in cui sono stato assolto. Avevamo una scelta, chiudere e abbandonare i ragazzi al loro destino o lottare. Abbiamo scelto la seconda soluzione.
Da chi hai avuto supporto?
E’ arrivato dalle persone, che hanno iniziato a credere in quello che stavamo facendo. E la casa in abbandono, da ex luogo di disperazione e morte, all’improvviso si è trasformata in un luogo caldo ed accogliente, di speranze e vita.
Chi ti ha deluso?
Chi non ha compreso quello che stava succedendo tra quelle mura. L’atto di amore di un Uomo, Antonio, che, consapevole di dover morire, ha abbracciato il destino degli altri, portandolo sino ai confini della speranza, sino ai confini della vita.
Poi perché hai chiuso con questa esperienza?
Dopo la morte di Antonio e di altri ragazzi non ho avuto la forza di proseguire. Per anni ho sperimentato come vincere la droga, tentando di dare dignità alla vita. Non sono stato capace di affrontare la morte di quei ragazzi che, spesso abbandonati da tutti nei reparti infettivi, avevano solo me come ultimo riferimento per le loro pur piccole necessità.
Perché ci si droga? Dopo venti anni ti sarai fatto un’idea!
Non è la droga che rovina la persona, ma una vita rovinata, che approda alla sostanza. Le motivazioni possono essere tante. Quando queste, in personalità fragili, vengono delegate ad una sostanza, significa che c’è qualcosa che non va. E la droga arriva come acqua sul bagnato. La droga, secondo tanti, è inizialmente un grande piacere. Ma il suo prezzo è troppo alto, che distrugge tutto: affetti, sentimenti, legami, amicizie, amore. Per questo non vale la pena sperimentare nessuna droga. Chi fa uso di droghe cosiddette leggere non è detto che finisca con usare quelle pesanti. Ma chi è approdato a queste, è partito proprio da quelle leggere, magari semplicemente da uno spinello.
Chi fa più facilmente ricorso alla droga?
Nel passato, quando a prevalere era chi faceva uso di eroina, facilmente individuabile, a prevalere erano gli uomini. Ma erano tante anche le ragazze, che riuscivano a procurarsi la sostanza con la prostituzione. Oggi sembra non esserci questa distinzione. Le droghe, specie tra i giovani e giovanissimi, sono diventate di uso comune. Dall’eroina si è passati alla cocaina o ad altre sostanze, alcool, e nessuno più accetta apertamente la propria condizione di tossicodipendente. Invece, non è così. La dipendenza è diventata ancora più subdola ed a essere rovinato è un numero sempre più crescente di ragazzi. Quando parlo di dipendenze parlo anche di quelle dal gioco e da altre forme di patologia.
Sono più i ragazzi provenienti da famiglie benestanti?
Non c’è distinzione. Un tempo si pensava che drogarsi fosse legato al ceto abbiente. Poi l’infezione si è diffusa in ogni parte della società, colpendo tutti, dai figli degli operai a quelli dei notabili, senza distinzione di sorte e la dipendenza si è diffusa in tutte le sue forme.
Qual è la giusta terapia?
Dare tempo, dedizione, esempio e amore. Attraverso saldi principi, insegnando a riempire di senso la propria vita. A chi ha smarrito il sentiero dell’esistenza bisogna insegnare che non si può avere tutto e subito. E che è sbagliato concepire il divertimento come un unico assoluto. La vita è anche sacrificio, dolore, pianto, capacità di affrontare il cammino in ogni sua parte.
La via della legalizzazione potrebbe essere quella giusta?
No. Non credo che liberalizzare le droghe, sia leggere che pesanti, rappresenti la soluzione. Come già detto, chi cerca la sostanza è chi delega ad altri il desiderio del proprio benessere. Sconfiggere la droga significa dare senso alla vita. Per combattere la cultura dello sballo è importante affermare che si può condividere gioia e divertimento con gli altri, anche restando lucidi e se stessi. Accettando i propri limiti, senza rinunciare a nuove ambizioni.
Cosimo, dal 2003, sei anche un giornalista. Uno con la schiena dritta. Che per il suo lavoro ha avuto tante minacce. E’ così? Su cosa sei impegnato in questo momento?

Avere la schiena dritta significa semplicemente mantenere la propria coerenza, non accettando compromessi. Quindi fare semplicemente il proprio dovere. Mi occupo e mi sono occupato di ambiente, ciclo dei rifiuti, energie alternative, in particolare del flagello del territorio con le torri eoliche e i pannelli fotovoltaici e dell’influenza della mafia in questi settori, ma anche del connubio tra politica e affari. Non ti nascondo che non è facile fare questo mestiere quando c’è gente che non trova il coraggio di reagire, magari verificando in modo diretto le informazioni. Spesso si preferisce girare la testa dall’altra parte, pensando che quello che avviene, non ci appartenga.
Da chi hai avuto maggiore solidarietà?
Da pochissimi. Quando si tenta di delegittimare un giornalista per quello che scrive gli si fa terra bruciata intorno. Poi si passa a cercare di renderlo non credibile, magari deridendolo. Non ti fanno mancare niente. Mi arrivano valanghe di lettere anonime, querele di sbarramento e qualche aggressione. E la solidarietà, tranne quella di rito, nasce e muore con la stessa velocità della vita delle farfalle.
Come reagiscono i tuoi colleghi pugliesi alle tue inchieste?
Credo che diversi abbiano approfondito gli argomenti da me trattati. Con tutti ho ottimi rapporti, dando il massimo della disponibilità nello scambio delle informazioni. Non ho mai rincorso lo scoop. Ho solo raccontato quello che mi capitava di vedere, cercando di trovare riscontro nella lettura anche di centinaia di documenti. Questo, per chi mi conosce, è cosa nota.
Hai una vita piena. Fai anche l’artigiano!
Svolgo la mia attività dal 1986. I miei manufatti sono realizzati con una antica ed esclusiva tecnica artigianale. Utilizzo elementi naturali, incastonati nella pelle, tinteggiata a mano. Mi ispiro solo alla Natura. Produco Set da scrivania, agende, rubriche, complementi per la scrittura, diari, album fotografici, utilizzando come elemento decorativo vere foglie di quercia, spighe di grano, foglie e ramoscelli di ulivo, elementi riconducibili al Parco Nazionale dell’Alta Murgia. La mia terra.


Ma dove trovi il tempo per fare tante attività?
Qualche notte in bianco per scrivere non è poi spesa così male.
Ma non sarebbe meglio fare solo l’artigiano?
Me lo chiedo e chiedono spesso. Ma vivere pienamente non significa solo respirare. Scrivere e raccontare il luogo in cui si vive, in tutte le sfaccettature, è una gran brutta e, nello stesso tempo, bella malattia. Credo inguaribile. Come l’emozione che viene dal risultato della propria capacità manuale, unita alla tecnica acquisita in anni di esperienza. Tutto sommato a pensarci bene i miei due lavori si equivalgono. Come artigiano, manipolo la materia. Come giornalista, uso le parole. Tutti e due i mestieri riservano particolari soddisfazioni.
E la tua vita privata?
E’ appagata dalle persone a me care e dal loro sorriso.
Ma ne vale davvero la pena?
Quando sono in piena crisi, spesso, mi ripeto che no, forse non vale la pena. Ma poi ti guardi intorno e ti accorgi che quello che hai raccontato è servito a fare da arginare a molto, più di quello che ti aspettavi. Non si può rimanere con le mani in mano di fronte ai predoni del territorio, della salute della gente, del bene comune. Ed allora ti ripeti che sì, è valsa la pena scrivere tutto, senza tralasciare nulla, facendo rigorosamente i nomi ed i cognomi.
Ti senti un tipo tosto?
Credo proprio di no. Mi ritengo una persona normale, che tenta di fare solo la sua parte sino in fondo. Da una piccola città non puoi permetterti di romanzare la cronaca. Devi raccontarla e basta. La soddisfazione, se così posso dire, è quella di sapere che da una tua inchiesta giornalistica è poi scaturita una indagine giudiziaria o qualche interrogazione parlamentare bipartisan. Ma per questo non ti chiamo nei talk show televisivi come avviene per noti giornalisti strapagati, che romanzano gli atti dei Tribunali. Per i piccoli artigiani della parola come me il salario non cambia: 6,80euro a pezzo lordi, minacce e querele, tutto incluso.




lunedì 5 novembre 2012

MALEDETTAMENTE TUTTO VERO
Lettera aperta di Carlo Vulpio pubblicata il 5 novembre 2012 dal Giornale con il titolo: “Vi svelo le manovre della lobby di Casaleggio”
Grillo, Di Pietro, Travaglio e De Magistris: ecco tutti i volti della cerchia.
L’sms di Giggino a Travaglio: “Vulpio contro Santoro, io mi dissocio”

Caro direttore,
era il 5 maggio 2009 e io – candidato indipendente con l’IdV al Parlamento europeo – rilasciai al Giornale un’intervista in cui affermavo letteralmente che l’Idv era un partito pieno di banditi, che andavano cacciati a pedate.
Nota bene: lo dicevo il 5 maggio, cioè «prima» del voto (6 e 7 giugno), consapevole di farmi molti nemici non soltanto all’interno del partito con cui mi ero candidato, ma anche in tutta l’area (stampa, magistratura, associazioni) a esso «collaterale», in alcuni casi in buona fede, in molti altri no.
Il giorno della pubblicazione di quella intervista, ecco, puntuale, la telefonata. Non di Di Pietro, ma di Grillo. Di Pietro mi chiamò, lamentandosi della «inopportunità» delle mie parole, ma lo fece subito dopo il comico genovese. Grillo mi disse che non avrei dovuto parlare di quegli argomenti, men che meno con il Giornale.
Ovviamente, come sa chi mi conosce un po’, né Grillo né Di Pietro mi impressionarono più di tanto. Anzi, diciamo che non mi fu difficile zittirli, portando esempi concreti di «banditismo dei Valori» che i due conoscevano benissimo e che dimostravano quanto fosse fondata la mia denuncia del doppiopesismo e dell’ipocrisia sui quali essi lucravano moralmente, politicamente ed elettoralmente.
Non ce n’era bisogno – poiché la mia stroncatura elettorale era stata decisa fin dall’inizio dalla premiata ditta Casaleggio (che gestiva contemporaneamente forma e contenuti del blog di Grillo, di Di Pietro e dell’Idv) – ma così facendo firmai la mia condanna. Non solo non fui eletto per un paio di centinaia di voti, ma al momento delle «opzioni» il duo Alfano Sonia-De Magistris Luigi, obbedendo al diktat del padrone, scelse in maniera tale da tenermi fuori, così da far scattare il candidato sardo Uggias (sì, uno dei Batman dell’Idv, oggi indagato per peculato), noto anche per essere il difensore del fotografo Zappadu (quello delle foto rubate degli ospiti di Berlusconi a Villa Certosa).
Questo non è un racconto «vendicativo» di una persona «tradita». Avrebbe potuto esserlo, se avessi detto queste cose solo oggi. Invece le ho dette «prima», addirittura durante la campagna elettorale (nessun «matto» ha fatto una cosa del genere dalle elezioni del 1948 a oggi) e non una volta soltanto.
Il 7 maggio 2009, per esempio, a Ferrara mi capitò una cosa simile e ancor più singolare. Parlavo di libertà di stampa e con me c’erano De Magistris e Nanni (sì, l’altro Batman dell’Idv dell’Emilia Romagna, anch’egli indagato per peculato). Mi permisi di criticare Santoro e le finte battaglie dei «paladini» della libera informazione. Nanni si agitava sulla seggiola, De Magistris addirittura insorse. Io lo mandai al diavolo. Lui si giustificò così: «È che poi Di Pietro, Grillo e Travaglio chiamano me e rompono le palle a me per le cose che dici tu!». Incredibile, De Magistris mi stava dicendo che lo avevano messo a fare il mio cane da guardia. Due giorni dopo, a Pescara, incontrai Travaglio e gliene chiesi conto. Messo alle strette, Travaglio mi mostrò un sms sul suo cellulare: era De Magistris che lo avvertiva: «Vulpio sta attaccando Santoro, ma io mi sono dissociato». Potrei continuare. Su Vendola, per esempio, del quale Grillo, Di Pietro e De Magistris sono diventati alleati nonostante ne conoscessero le imprese di malgoverno. Ma credo che possa bastare, per ora. Altrimenti il Giano bifronte Grillo/Casaleggio potrebbe rilanciare: Di Pietro non più al Quirinale, ma direttamente al vertice dell’Onu.

Aggiornamento
LA REAZIONE INSINCERA HA LE GAMBE CORTE, I SOTTERFUGI E LE FURBATE PURE
Dopo la pubblicazione della lettera aperta di Carlo Vulpio su “Il giornale” l’on. Sonia Alfano ha scritto risentita un post sul suo blog: "Perché Carlo Vulpio non è eurodeputato" (http://www.soniaalfano.it/2012/11/05/perche-carlo-vulpio-non-e-eurodeputato/), ricevendo immediatamente un mio intervento tra i commenti che però è stato bloccato (Your comment is awaiting moderation. 5 novembre 2012 at 20:49). Certo di fare cosa gradita lo riporto qui aspettando di poter ospitare tra i commenti quello di Sonia Alfano o dei suoi adepti.

Cara Sonia Alfano (mi permetterai ancora il tono gentile e confidenziale, vero?), ho ricevuto sul mio profilo Facebook, dopo aver postato la lettera di Carlo Vulpio pubblicata oggi da “Il Giornale”, il tuo commento risentito che mira essenzialmente a smentire Carlo sulla questione delle “opzioni”.
Sono rimasto in silenzio in questi anni perché l’esperienza della campagna elettorale delle Europee resta per me un ricordo spiacevole, considerati gli sforzi protesi a far si che voi tre, insieme, così come eravate partiti, da indipendenti – e cioè tu, Carlo e Luigi De Magistris - poteste giungere, ognuno per ciò che rappresentava, al Parlamento Europeo: lotta contro tutte le mafie, per una giusta giustizia, in difesa della libertà di stampa. Quest’ultimo tema rappresentato in modo particolare da Carlo, con tutte le vicende che lo hanno costretto al bavaglio, in serio pericolo per la sua incolumità e libertà personale.
La sua mancata elezione non è stato un incidente di percorso e tu lo sai benissimo.
Contrariamente al vostro suffragio, sorretto dagli apparati dell’Idv e da Grillo, i voti, pur tanti ma non sufficienti, raccolti da Carlo sono stati solo frutto di un lavoro senza risparmio e di un consenso vero che si è manifestato attraverso: giovani, uomini e le donne che hanno scelto di sentirsi non estranei alla “rivolta dei buoni”. Principio che con slancio generoso è stato proposto in tutta Italia da Carlo Vulpio.
Ma torniamo alle opzioni (anche se tu eludi l’altro tema, il lavorìo alle spalle di Carlo e contro di lui, appena Carlo si azzardava a dire le cose come stanno, si trattasse di criticare Santoro oppure i professionisti dell’antimafia, o a esprimersi per la separazione delle carriere dei magistrati ecc.).
Quasi a voler giustificare te stessa, tu elenchi circoscrizione per circoscrizione il risultato del voto e quello degli eletti facendo intendere che Carlo Vulpio sarebbe stato fuori gioco. Invece non è così. La mattina in cui tu dovevi scegliere per quale circoscrizione optare, tra me e te ci sono state diverse telefonate, nonostante io fossi nei pressi di un ospedale, in attesa che una persona a me cara entrasse in sala operatoria. Motivo delle conversazioni l’invito a non optare per il Nord-Ovest (cosa che invece tu hai fatto) perché tra il primo dei non eletti, Louvin (della lista Lib. Dem. Aut. Della Val d’Aosta, apparentata con IDV), e Carlo si era raggiunto un accordo. In base al quale loro due si sarebbero alternati nel mandato europeo, proprio per non far venire meno le ragioni della loro candidatura. Ma ciò che taglia davvero la testa al toro, e dimostra che ciò che sto sostenendo è la verità, è la notizia (lanciata dalle agenzie di stampa appena chiuse le urne) delle opzioni fatte da te e da De Magistris con una fretta da rapina in banca, senza parlarne con nessuno, eccetto che con il vostro “padrone” (perché io me lo ricordo ciò che dicesti a Carlo in mia presenza: “Abbiamo (abbiamo, cioè tu e De Magistris) promesso a Di Pietro che sulle opzioni avremmo fatto come diceva lui”.
Ulteriore conferma viene da questo articolo sulla Nuova Sardegna, http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2009/06/10/news/uggias-ce-la-fa-di-pietro-e-stato-di-parola-1.3314131 in cui il sardo Uggias parla della promessa fattegli da Di Pietro, con l’accordo tuo e di De Magistris del seggio a Strasburgo.
Quindi, cara Sonia, le cose, piaccia o no a te e ai tuoi sostenitori, sono andate così.
Tu dici di esserti spesa per Carlo Vulpio ma voglio ricordare che in quanto a lealtà nei tuoi confronti e verso Luigi De Magistris, Carlo è andato oltre quello che un candidato proteso a raggiungere uno scranno doveva fare.
Un esempio per tutti: il professor Vattimo più volte ha insistito di poter fare, proprio nel Nord-Ovest, l’apparentamento con Carlo, rifiutato da lui per non tradire la scelta della “terna”, l’unione con te e De Magistris. Ma poi tu sai bene di cosa sta parlando Carlo, sai bene dei manifesti (mt 6 x 3) che vi ritraevano con Di Pietro stampati e poi mai diffusi e di tutti i boicottaggi innescati a danno di Carlo: il suo nome cancellato, le sue foto oscurate, i video censurati. Solo perché tu eri presente - a cominciare da Bari, nel Kursaal Santa Lucia -, Carlo ha iniziato a fare nomi e cognomi dei furbetti arroccati dentro l’Idv come banda degli onesti.
Questo è quanto dovevo dirti. Carlo Vulpio piaccia o no ha scritto verità. Scomoda, come è sempre stato lui, ma scomodo nei confronti di chi, non vivendo di coerenza, ha interpretato la propria vita come opportunità e furbizia.
Cosimo Forina





sabato 27 ottobre 2012



LA STORIA A DUE PASSI
L’altopiano scenario strategico

TEATRO DELLA GUERRA FREDDA
La crisi fu innescata dal lancio dello Sputnik, dallo sciagurato e disastroso sbarco degli esuli cubani, addestrati dalla Cia, nella Baia dei Porci
MURGIA,MEZZO SECOLO FA SFIORATA L’APOCALISSE
Missili nucleari “Jupiter” istallazioni smantellate dopo la crisi di Cuba
di Cosimo Forina
Spinazzola- Il 25 ottobre 1962 nel Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite (New Yorh) il rappresentante degli Stati Uniti rivolgendosi all’ambasciatore dell’Urss chiedeva di affermare se corrispondesse a vero che l’Unione Sovietica stava istallando missili a media e lunga gittata a Cuba. Fu l’inizio della grande crisi che portò ad un passo dall’apocalisse, la terza guerra mondiale. Esattamente cinquanta anni fa a rischiare di essere annientate a pari degli Stati satelliti dell’Unione Sovietica: la Puglia. A partire da: Gioia del Colle, Spinazzola, Gravina, Acquaviva delle Fonti, Altamura, Laterza, Mottola e in Basilicata: Irsina, Matera. Perché nelle campagne aride e desolate di queste città, poco popolate e all’insaputa degli abitanti che pur con grande dignità vivevano di stenti, per lo più braccianti, sin dal 1959 furono istallate dagli americani basi missilistiche dotate ognuna di tre Jupiter con testate nucleari puntati contro l’Urss. Ognuna delle quali cento volte più potenti delle bombe sganciate in Giappone su Hiroshima e Nagasaki. Una potenza distruttiva, quelle delle bombe H paragonabile a 50 milioni di tonnellate di tritolo. La scelta di piazzare le basi sulla Murgia arrivò nel 1958 dopo una trattativa tra il Governo americano e quello italiano guidato da Amintore Fanfani, anche se a siglare poi l’accordo fu l’anno successivo Antonio Segni. La terra di Murgia diventa luogo di offesa e difesa nel più pavido momento della guerra fredda tra le due superpotenze mondiali. Il perché di quelle basi è presto detto. Tutto era partito con il lancio e messa in orbita da parte dell’Unione Sovietica il 4 ottobre 1957 del primo satellite artificiale Sputnik (in russo Cпутник) che destò grande scalpore nel mondo. Gli americani scoprono con gli alleati del Patto Atlantico di essere attraverso l’uso di vettori intercontinentali quindi vulnerabili, a rischio, e corrono ai ripari con la istallazioni di propri missili a media gittata, 2500 chilometri, affidandoli alla 36° Aereobricata di Gioia del Colle. Parte la corsa all’armamento atomico. Questo l’episodio da cui scaturì il rischio concreto dell’uso di quelle ami distruttive. Il 17 aprile del 1961 John Kennedy autorizza lo sbarco nella Baia dei Porci ad esuli cubani addestrati dalla Cia per rovesciare il regime di Fidel Castro suscitando l’ira Nikita Kruscev il quale di 18 ottobre minaccia l’intervento militare. Le basi italiane vengono allertate. Tutto lo scenario murgiano che ospita le basi è soggetto a spionaggio tanto che ad Acquaviva delle Fonti cade un aereo “Mig” bulgaro e il pilota arrestato e rinchiuso nel carcere di Bari sino a quando sarà giustificata la sua presenza nel cielo italiano per un errore di rotta. Spionaggio da ambo le parti. Gli aerei americani scoprono che i sovietici a loro volta stavano trasportando missili nucleari a Cuba da puntare contro gli Stati Uniti. Il 22 ottobre del 1962 Kennedy annuncia la presenza di quegli armamenti e ordina un blocco navale nei confronti dell’isola. E’ il momento cruciale della crisi. Se le navi sovietiche avessero continuato la loro rotta immediata e distruttiva sarebbe stata la reazione con l’uso degli armamenti atomici. Fu proprio Amintore Fanfani a proporre la risoluzione della crisi offrendola a Kennedy: “gli americani si impegnavano a smantellare le basi della Murgia ed i russi a non istallare le proprie a Cuba”. La proposta accolta da Kennedy venne trasmessa a Kruscev, mentre il mondo si preparò al peggio perché le navi russe erano ormai prossime alla zona di interdizione dell’embargo. A peggiorare la situazione il 28 ottobre viene abbattuto un aereo americano. Nelle basi missilistiche della Murgia viene dato l’allarme rosso, quello che precedete il lancio. Ad intervenire anche papa Giovanni XXIII che richiama con la sua enciclica alla pace tra gli uomini. Sono le ultime e interminabili ore in attesa della decisione dei sovietici quella di accettare o meno la proposta americana. La terra di Murgia e quella della Basilicata si unisce in una grande manifestazione a Matera contro la guerra e per la pace. Ed in quella piazza rimbalzerà liberatoria la notizia che le navi sovietiche non avevano forzato il blocco, cambiando rotta, facendo ritorno con il loro potenziale bellico verso l’Urss. Le basi della Murgia così come montate furono smantellate e tutto è rimasto segretato sino a che i documenti americani non sono poi stati resi noti circa una decina di anni fa. Dopo cinquant’anni, della Murgia fronte di guerra, quando il mondo fu ad un passo dalla sua distruzione, questa storia contemporanea non è ancora presente nella sua drammaticità in nessuno dei libri scolastici.
Sulla storia degli Jupiter in Puglia è stato realizzato un film documentario "“Murge il fronte della guerra fredda” che presto sarà trasmesso dalla Rai.
Le scuole che vogliono organizzare un incontro con il regista del documentario Fabbrizio Galatea possono rivolgersi alla
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