giovedì 18 febbraio 2010

SONO GIORNI DIFFICILI IN CUI TUTTI SIAMO CHIAMATI AD ESSERE PROTAGONISTI DEL FUTURO DEL NOSTRO TERRITORIO.
CON GLI ULTIMI AVVENIMENTI A SPINAZZOLA TROVERETE ANCHE UN ARTICOLO DI CARLO VULPIO CHE CI AIUTA A RIFLETTERE SUL QUEL CHE VOGLIAMO E POSSIAMO ANCORA ESSERE
POI LASCIATE IL VOSTRO COMMENTO

Venerdì 19 Febbario 2010

Clima intimidatorio per gli impianti fotovoltaici? La città tutta fa quadrato intorno al suo sindaco Carlo Scelzi. Il sindaco ha diramato un comunicato stampa diffuso anche in città nel quale esprime apprensione denunciando pressioni ricevute in questi giorni. Sottolineando: “non tanto di temere per il sottoscritto, ma per la propria famiglia e per quelle di chi sta intorno”. Inoltre ha dato mandato, sulla base delle notizie pubblicate dalla “Gazzetta” che ha riportano stralci delle lettere fatte giungere in redazione dalla società interessata alla realizzazione di un impianto fotovoltaico in contrada “Podice”, nonché per i toni di altre missive ricevute via mail, di portare l’accaduto all’attenzione della magistratura. Assume questo inaspettato epilogo la controversia vicenda legata al progetto presentato dalla Agrienergy Group di Altamura che in Consiglio Comunale si è vista contrapporre perplessità per l’impatto ambientale che l’insediamento industriale avrebbe sul territorio. Cosa che evidentemente non è piaciuta alla società che ha affidato alle lettere il suo aspro e accusatorio disappunto. L’impianto fotovoltaico oggetto delle polemiche è stato previsto in un area anche irrigua su una superficie di oltre 60 ettari per 400 specchi inseguitori, una vela 18x10 metri, altezza 10 metri con base in cemento 7x7x 3 metri. A cui si aggiunge la realizzazione di una sottostazione in cui far confluire la corrente prodotta dall’impianto fotovoltaico per essere immessa nella rete nazionale che andrebbe ad occupare all’incirca altri 7 ettari. Il sindaco raggiunto telefonicamente ieri nella sede della Provincia dove svolge ruolo di consigliere ha ribadito la totale trasparenza dell’operato dell’amministrazione, respingendo ogni illazione presente nelle lettere della società, ed in particolar modo su di un presunto accordo intercorso tra la stessa, lui e il vice sindaco Sebastiano Fiore. Così come diramato nel comunicato stampa: “nel caso specifico, relativamente all’incontro con il Sig. Girolomo Ninivaggi, di certo ci siamo espressi a favore dell’energia alternative, ovviamente riservandoci di verificare e valutare al momento della presentazione il progetto”. Cosa che è stata fatta dal consiglio Comunale che ha espresso il suo diniego che non ha portato alla immediata bocciatura del progetto, ma ad un nuovo passaggio in commissione Comunale allargata ed inoltre all’impegno di sottoporre mediante una conferenza l’eventuale accettazione del progetto, ritenuto invasivo, previo consenso dalla città. Ma c’è dell’altro in questa vicenda. Nella sua lettera la società afferma di avere tutte le autorizzazioni necessarie per avviare l’impianto ritenendo la negazione del Comune di Spinazzola pretestuosa. La legge 99/2009 sancisce che: per la realizzazione di impianti alimentati a biomassa e per impianti fotovoltaici, ferme restando la pubblica utilità e le procedure conseguenti per le opere connesse, il proponente deve dimostrare nel corso del procedimento, comunque prima dell’autorizzazione, la disponibilità del suolo su cui realizzare l’impianto”. Orbene in data 1 febbraio 2010, dieci giorni prima del Consiglio Comunale che ha trattato l’impianto fotovoltaico in contrada “Podice”, giungeva al protocollo del Comune di Spinazzola una lettera indirizzata al Sindaco Scelzi e al Consiglio Comunale che non ha mai ricevuto questa missiva. Nella quale i signori: Rocco Giannone, Falcitelli Angela, Giuseppe Giannone di Palazzo San Gervasio, proprietari in parte dei terreni dove si vuole allocare l’impianto della Agrienergy rappresentata dal Ninivaggi, facendo riferimento alla legge 99/2009 portavano a conoscenza il loro: “fermo e totale dissenso e contrarietà alla richiesta di cessazione in qualsiasi forma e qualsiasi prezzo, dei propri fondi per la realizzazione di impianti fotovoltaici, come preannunciato dalla Società Agrienergy”. Motivo, quello che aveva creato il principale dissenso all’impianto in Consiglio Comunale: “per il particolare pregio agricolo e, perché sarebbe grave destinarli ad altra destinazione”. Domanda d’obbligo, perché questa lettera e pare ne esistono altre dello stesso tono giunta al Palazzo di Città non sono mai giunte all’attenzione dei consiglieri Comunali. Che fine hanno fatto? La società nella sua missiva annuncia richiesta di risarcimenti milionari mentre di questo ed altro con molta probabilità dovrà occuparsene la magistratura, con una città, vicina al suo sindaco e pronta come in passato a respingere ogni forzatura sul suo territorio.

Giovedì 18 febbraio 2010. Fotovoltaico
«Il sindaco Scelzi aveva già detto sì»

Bufera per l’amministrazione Comunale per l’impianto fotovoltaico da 10 MW (per la società proponente 50milioni di euro di investimenti) e la realizzazione della sottostazione (altri 20milioni di euro) da cui immettere l’energia nella rete nazionale, in contrada “Podice”.
La società che ha proposto gli insediamenti industriali dopo il ritiro dal voto nel consiglio comunale per l’approvazione ha inviato prima una dura lettera aperta al Comune. L’azienda annuncia di rinunciare all’impianto fotovoltaico ma non alla sottostazione e per questo si dice pronta ad intraprendere azioni legali milionarie contro il Comune, ipotizzando una perdita di 150milioni di euro.
Nella missiva a firma di Girolamo Ninivaggi di Altamura rappresentante della società Egrienergy Group srl, si afferma che sia il sindaco Carlo Scelzi e il suo vice Sebastiano Fiore avevano concesso un colloquio preventivo con la società prima che la stessa iniziasse la progettazione degli impianti: «dopo aver esposto dettagliatamente il progetto, aver ricevuto approvazione/disponibilità da parte dell’Am - ministrazione Comunale, rappresentata dal Sindaco e vice Sindaco, il sottoscritto ha dato corso alla progettazione esecutiva e presentazione presso i competenti uffici per chiedere/ottenere le previste autorizzazioni per realizzare e gestire gli impianti previsti, diversamente non si sarebbe nemmeno iniziata la progettazione e quindi sostenuto ingenti costi».
Sindaco e vice capaci attraverso un semplice colloquio di anticipare valutazioni tecniche? Dell’in - contro tra i vertici dell’amministrazione e società però non è emerso nulla durante il consiglio comunale convocato con urgenza solo due giorni prima della discussione sull’insediamento industriale. Questo il tempo messo a disposizione dei consiglieri comunali per valutare la compatibilità sul territorio di un impianto di 400 specchi inseguitori su una estensione di oltre 60 ettari, oltre alla sottostazione che la Agrienergy Group non ritiene invasiva. Anche se la proposta era stata presentata a «settembre/ottobre 2008».
Come da cronaca a porsi di traverso all’approvazione in consiglio Comunale ci si è messo l’as - sessore all’ambiente Giuseppe Tarantini, il quale tra l’altro ha affermato: «stiamo discutendo di un progetto che va al di là di quelli finora trattati. Io credo pienamente alle energie rinnovabili ma non devono esserci invasioni così pesanti sul territorio».
Se è vero quel che afferma Ninivaggi sul consenso preventivo dato da sindaco e vice come mai Tarantini ha assunto tale posizione?
La società afferma inoltre di voler pagare il 2% di royalty al Comune, ma per l’impatto ambientale dell’impianto molte sono state le perplessità dei consiglieri comunali. A firmare il parere tecnico il geometra Vito Patruno, perchè la funzionaria Cinzia Rotondella si è dichiarata incompatibile: la Agrienergy ha affidato a suo fratello arch. Angelo Rotondella e all’ing.Vincenzo Ferri la redazione del progetto.
In Comune gli architetti sono ben due: come mai per l’importanza del progetto questo non è stato relazionato dall’altro architetto del Comune?
Dopo la lettera inviata da Ninivaggi resta da vedere se vi sarà una serena valutazione, non condizionata, da parte del Consiglio Comunale quando il progetto verrà e se verrà riproposto.
La società intanto conclude: «Dopo aver già revocato la nostra disponibilità per realizzare l’im - pianto di produzione fotovoltaica non abbiamo revocato nostra richiesta di approvazione per la realizzazione del cavidotto Minervino/Spinazzola; della costruzione della nostra sottostazione».


Mercoledì 17 Febbraio. Torri eoliche rebus sulla Murgia Tanti dubbi sulla proliferazione degli impianti
Dopo la procura di Trani, pm Giuseppe Maralfa, anche la procura di Bari, pm Renato Nitti, ha posto sotto osservazione le procedure e le opere che hanno portato ad innalzare le torri eoliche e quelle previste in esecuzione tra Minervino Murge, Spinazzola e Poggiorsini. Nella vicenda, la pubblica accusa intravede i reati di falso e violazione delle norme ambientali. Al momento non risultano indagati. La notizia comunque è di quelle che pesano per due ordini di ragione: la disponibilità anche a Spinazzola, dopo Minervino, ad accogliere altre torri eoliche, non da pochi considerate «smembra paesaggio» (diversi i progetti depositati presso l’ufficio tecnico comunale) e la conferma che questo tipo di insediamento industriale, come ipotizzato dai magistrati, potrebbe provocare danni al patrimonio faunistico dell’area murgiana. Ed in particolare alla specie protetta del falco “g rillaio” che sul territorio, così come sancito a livello europeo, eccezionalmente nidifica.
Quello del rischio ambientale e faunistico dovuto ai pali eolici non è cosa nuova: andando a ritroso, si può considerare che già nel 2007 altre violazioni sono state contestate. Come quelle legate all’opera - zione denominata «Ventus» condotta dal Comando Stazione Forestale dello Stato di Gravina di Puglia, competente nell’am - bito del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Quella indagine ha portato al sequestro di opere di escavazione dove dovevano essere installare le torri eoliche realizzate nell’area del Parco dell’Alta Murgia, contestazione per la difformità nella realizzazione dei cavidotti e contestazione per la costruzione di una sottostazione in area Parco, territorio di
Spinazzola, da dove far affluire la corrente prodotta dagli impianti eolici alla rete nazionale. Cinque i rinviati a giudizio, processo in corso presso la sede distaccata del tribunale di Trani, sezione staccata di Canosa di Puglia. Già nelle loro relazioni gli uomini del Comando Forestale di Gravina portavano all’attenzione del magistrato che erano rav visabili violazioni delle zone protette Sic-Zps (Sito di interesse comunitario, Zona di protezione speciale), aree naturalistiche tutelate, indipendentemente da quelle ricadenti nel vincolo del territorio del Parco Nazionale dell’Alta Murgia.
Ma quante sono le torri sinora installate che troverebbero contestazione anche da parte della procura di Bari? A Minervino se ne contano cinquantasei, quattro le aziende interessate. Quel che è certo comunque, è che ancor prima che queste torri venissero innalzate, perplessità erano già presenti. Tanto che erano stati acquisiti gli atti dell’autorizzazione unica espressa dalla Regione Puglia.
Sui pali eolici sulla Murgia pende anche una interrogazione dell’on. Pierfelice Zazzera dell’Italia dei Valori alla quale il Governo non ha ancora dato risposta. Il parlamentare chiede al ministro dell’Ambiente e dell’Interno di conoscere, dopo alcuni arresti avvenuti a Mazara del Vallo (Trapani) riconducibili a persone sodali con il superlatitante Messina Denaro, quale controllo è in atto per scongiurare il rischio di infiltrazione mafiosa o di malavitosi nell’ambito delle energie rinnovabili, perché a suo avviso alcuni degli arrestati in Sicilia operano sul territorio murgiano.
Ancora. Alcuni mesi fa gli uomini della Guardia di Finanza, tra luglio-agosto, hanno acquisito in Regione tutti i fascicoli dei progetti legati agli impianti eolici e fotovoltaici proprio del territorio Minervino, Spinazzola, Poggiorsini. Tutto questo potrebbe, così come dalle stesse informative del Comando Forestale di Gravina aver creato l’interesse della Procura di Bari?
Intanto il presidente del Parco dell’Alta Murgia, Girolamo Pugliese, dopo l’apertura delle indagini del pm Nittti, sottolinea «Neanche una sola torre eolica è stata impiantata nel territorio del Parco Nazionale dell’Alta Mugia. Quattro anni fa fui costretto addirittura ad effettuare personalmente un sopralluogo nel territorio di Minervino Murge per impedire l’installazione di quattro torri che la Regione sosteneva fossero state autorizzate dal Parco. Dopo quel tentativo di coinvolgere l’Ente in un’euforica ed interessata politica di insediamenti di fonti di energia alternativa, abbiamo segnalato a tutte le Amministrazioni competenti in materia di impianti energetici e di valutazioni ambientali, in particolar modo alla Regione Puglia, che la realizzazione degli impianti eolici per la produzione industriale di energia fuori dal Parco ma nella Zona di Protezione Speciale Murgia Alta non era stata preceduta da un’ade - guata valutazione della loro incidenza sugli habitat naturali. Siamo stati inascoltati, se non liquidati con supponenza ed arroganza».

16 Febbraio 2010
SVILUPPO E GESTIONE DEL TERRITORIO SEMPRE IN PRIMO PIANO Dopo l’eolico il fotovoltaico polemiche su megaimpianto

Il ritiro dall’approvazione nell’ul - timo consiglio Comunale, per disaccordo nella stessa maggioranza di centrosinistra guidata dal sindaco Carlo Scelzi, di un mega impianto fotovolitaico da 10MW da ubicare in contrada “Podice”, 400 specchi inseguitori su un terreno in parte irriguo di oltre 60 ettari, altro non è che l’ennesima conferma delle tante perplessità che ruotano in torno al grande busines che si è scatenato, anche sul versante murgiano, a Spinazzola nel suo particolare, per gli insediamenti industriali legati all’energie prodotte da fonti rinnovabili. Eolico, fotovoltaico e impianti alimentati da biomasse. A rendere disponi bile il territorio ci si è messa la crisi del sistema agricolo. A Spinazzola, come affermato dallo stesso vice sindaco Sebastiano Fiore, con delega al settore, sono oltre duecento i progetti di impianti fotovoltaici presentati che si aggiungono alla richiesta di centinaia di torri eoliche. Una selva di pali distruttiva del paesaggio racchiusi in faldoni che hanno subissato per il loro iter di approvazione lo stesso ufficio tecnico comunale. Cosa sta succedendo su questo tratto di paese e cosa richiama tanta invasione, interesse degli industriali delle energie rin novabili? L’investimento per ogni impianto realizzato è di milioni di euro. Al proprietario del terreno vanno le briciole per la servitù concessa, in alcuni casi una mangiata di royalty per il Comune e sotto la ricaduta occupazionale poco o nulla. Eppure c’è chi si ostina a sostenere che questo è il progresso ed il futuro: «un’occasione da non perdere». Tra le voci «contro» anche quella del direttore regionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali in Puglia, arch. Rug giero Mar tines, il quale oltre a definire incompatibili gli impianti fotovoltaici nelle aree a coltivo tipiche della Regione ha sottolineato: «una nuova disarmonia, fatta da interventi a macchia di leopardo stanno “se gnando” il territorio, si sta contrapponendo alla origina ria armonia del paesaggio pugliese. Lo stesso paesaggio che contraddistingue la Puglia, per il suo essere ancora incontaminato, rispetto anche alle regioni limitrofe. Un paesaggio, quello pugliese che assieme alle forti valenze storico-architettoniche ed archeologiche, costituisce una indiscussa attrattiva. Giova in ogni caso ribadire che gli interventi di impianti eolici e fotovoltaici in Puglia, se da un lato producono energie rinnovabili, stanno producendo un grave detrimento ad un bene che rinnovabile non è: il paesaggio».

Domenica 14 febbrario.
La maggioranza prima ha tentato di arrampicarsi sugli specchi, poi sugli specchi è scivolata. I tre punti salienti dell’ordine del giorno dell’ultima seduta consiliare sono stati tutti ritirati. Il primo riguardava la convenzione con cui si intendeva manteneva in ruolo ancora a Spinazzola il segretario comunale Giulio Rutigliano, dal primo febbraio in servizio a Minervino. La maggioranza dopo l’incal - zare dell’opposizione e le contrarietà interne ha chiesto il ritiro del punto.
Ritirato dal voto anche l’installazione del mega impianto fotovoltaico da 10MW previsto in contrada “Podice”, nonché le opere connesse a la costruzione della sottostazione dove far confluire la corrente prodotta nella rete nazionale. Dopo il dettaglio del progetto da parte del vice sindaco Sebastiano Fiore, a gelare le aspettative di chi era favorevole all’impianto ci ha pensato l’assessore “verde”Giuseppe Tarantini: «stiamo discutendo di un progetto che va al di là di quelli finora trattati. Io credo pienamente alle energie rinnovabili ma non devono esserci invasioni così pesanti sul territorio».
Lo stesso progetto posto all’attenzione del consiglio comunale è una fotocopia di quello presentato anche a Minervino Murge che prevede: l’installazione di 400 inseguitori, specchi collocati su una piattaforma della grandezza di 18 metri per 10 posti su un pilastro alto 10-12 metri, che ha una base in cemento armato di 7 metri per 7, profonda 3 metri. La superficie interessata dal mega impianto è pari a 61 ettari, oltre ad altri 6 ettari per la sottostazione e 1,6 ettari per gli allacci: una enormità.
Quel che è ancora emerso nella discussione e che a Spinazzola, solo per il fotovoltaico sono giunti 200 progetti. «Per l’accettazione del mega impianto, ha sostenuto ancora Tarantini, non può essere esclusa la volontà della popolazione». A fargli eco il neo consigliere della maggioranza Domenico Lombardi che ha evidenziato che i terreni su cui si vuole installare questo impianto hanno peculiarità rilevanti, in quanto irrigui. Benedetto Silvestri Vigilante del Pdl ha affermato: «Sento puzza di bruciato, argomenti analoghi sono stati approvati in passato in assenza della minoranza». Franca Carbone dell’I d V, ha letto una missiva del direttore regionale Ruggiero Martines del Ministero per i beni e le attività culturali, con la quale richiama al proliferare di impianti eolici e fotovoltaici in Puglia. Nella lettera si legge: «giova in ogni caso ribadire che gli interventi indicati in oggetto, se da un lato producono energia rinnovabili, stanno producendo un grave detrimento ad un bene che rinnovabile non è: il paesaggio». Nonostante il tentativo di svilire gli interventi da parte del vicesindaco, adducendo ragioni tecniche, la maggioranza su questi specchi è scivolata nella più manifesta contraddizione. Conclusione: punti all’or - dine del giorno rinviati a data da destinarsi.

Quel maledetto doppiopesismo di politici e magistrati che fa dell’Italia un Paese marcio “dentro”. L’inchiesta giudiziaria sulle toghe Tommasino e Petrucci, la candidatura del pm Nicastro e il silenzio mafioso sulla vicenda del gip Forleo
Pubblicato il 18 febbraio 2010 da Carlo Vulpio

Lo scandalo della “cricca” della Protezione civile rivela un Paese marcio “dentro”. A destra, a centro e a sinistra. Sopra e sotto. Di fronte e di profilo.
Al di là dell’accertamento dei reati e di chi li ha commessi (poiché la prima impressione è che dal grano – come cereale e come quattrini – ci sarà da separare un bel po’ di paglia), sono i dettagli non costuituenti reato a fare la differenza in questa storia. E a dirci chi siamo, cosa siamo diventati.

Non parlo di prostitute e di massaggi veri o finti, che fin quando non sono l’oggetto del reato o la merce di scambio per commetterlo, restano comportamenti privati classificabili alle voci “puttanizia e puttanicizia”, buoni soltanto per i sermoni dei moralisti d’accatto.
Parlo, per esempio, di quel “dettaglio” dei dialoghi tra imprenditori, alti funzionari pubblici e docenti universitari, ai quali si promette un lauto incarico o una pingue consulenza poiché raccomanderanno i figlioli degli amici degli amici e li faranno entrare all’università senza le “prove d’ingresso”.
Capite che cosa significa? Marci loro e marci anche i loro figli. Come gran parte del Paese, ormai.

Tutto questo avviene, per pura coincidenza, nel giorno del diciottesimo compleanno di “Mani pulite”. Si dovrebbe diventare maggiorenni a questa età. E infatti appalti e commesse e tutto quanto vengono spartiti come e meglio di prima, tutti insieme nel grande PUP, il Partito Unico del Potere, mentre il popolo bue fa il tifo sugli spalti per una partita truccata.

La ricorrenza di Tangentopoli ’92 ha dato occasione a uno dei protagonisti di allora, il magistrato Gerardo D‘Ambrosio, attualmente senatore del Pd, di affermare che la differenza tra la Tangentopoli di ieri e quella di oggi è “l’indignazione popolare”. Nel 1992 l’indignazione c’era, dice D’Ambrosio, oggi no.
Può darsi che D’Ambrosio abbia ragione. Anzi, ammettiamo pure che abbia ragione. Ma se è così, non sarebbe il caso di chiedersi perché questa indignazione non c’è più? E non sarebbe il caso, per tentare di dare una risposta, di cominciare a essere rigorosi giudici di se stessi e dei propri amici e alleati, invece di puntare il dito sempre contro “gli altri” o di cavarsela con affermazioni di principio generiche e inutili, e quindi dannose?

Se all’indignazione di ieri si è sostituita la delusione di oggi, e anzi l’assuefazione, non sarà, per caso, anche per quel doppiopesismo maledetto che affetta la magistratura, che nella Nuova Tangentopoli di questi ultimi anni si è disvelata come una delle protagoniste negative, al pari della politica e dell’economia?
Scusate l’autocitazione, ma come ho scritto in “Roba Nostra” (Il Saggiatore) due anni fa – in un momento non sospetto, quindi –, una buona parte della magistratura (facciamo la metà?) è sempre meno un potere dello Stato che bilancia gli altri due ed è sempre meno un apparato imparziale di controllo della legalità, ma svolge sempre di più un ruolo di apparato di copertura di mille nefandezze, predilige la doppia corsia della legge applicata ai nemici e interpretata per gli amici e cerca di accucciarsi sotto le ali del potere (qualunque potere) invece di tenerlo a bada per realizzare l’uguaglianza di tutti davanti alla legge.

Siccome però abbiamo detto che l’affermazione di principio non basta, facciamo qualche esempio concreto. Affinché, guardandolo bene in faccia, possiamo riconoscere quel doppiopesismo maledetto che alla fine ci ucciderà tutti, se non lo spazzeremo via in tempo.

Per esempio, Gerardo D’Ambrosio, poteva o no evitare quella coincidenza (solo una coincidenza, per carità) che sul finire dell’estate del 2007 lo portò, lui già senatore Pd, e quindi compagno di partito di D’Alema e Latorre, a farsi una passeggiata al Palazzo di Giustizia di Milano per andare a trovare i suoi ex colleghi che, coincidenza, indagavano proprio su quelle scalate?
D’Ambrosio aveva anche criticato il gip Clementina Forleo per la sua scelta (poi giudicata giusta e legittima) di far trascrivere e depositare quelle intercettazioni telefoniche che tanto preoccupavano l’attuale presidente del Copasir (il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) D’Alema e il suo scudiero Latorre.
Era proprio necessario che una persona esperta e nota come lui andasse a trovare i pm che in quel momento indagavano su quella vicenda e ci andasse anche a pranzo (ci andò con Fusco, Perrotti, Greco, Orsi e Pedìo), mentre la Forleo veniva mazzolata dal presidente della Repubblica per la sua famosa ordinanza in cui definiva i sei protagonisti (D’Alema, Latorre e Consorte per la sinistra; Cicu, Grillo e Comincioli per la destra) “complici e non semplici tifosi” di quelle scalate illegali?

Forleo poi è stata “depotenziata” e trasferita a Cremona, le è stata tolta la scorta, recentemente è finita anche fuori strada a causa di un incidente molto sospetto causato forse da un sabotaggio alla sua auto parcheggiata nel cortile del tribunale di Cremona, ed è ancora “sub iudice” per motivi “disciplinari”.
Un processo alle streghe in cui si racconta – secondo quanto è agli atti -, che il pm Orsi, fino a quel momento entusiasta per il lavoro svolto, sarebbe rimasto molto male per la decisione presa dopo una riunione in Procura di non iscrivere D’Alema sul registro degli indagati (come invece si poteva fare, e senza alcun bisogno di autorizzazioni a procedere: cfr.Il palazzo di vetro)
Ma chi ne parla? Chi la racconta completa, questa storia? Nessuno. Perché?

La sentite voi una voce, una sola, che si levi su questi argomenti? Magari da quelli del NoBday, da Beppe Grillo, dall’Idv, da Di Pietro, da de Magistris&Alfano, da Gioacchino Genchi, autore di un libro “bomba” in cui, guarda caso, per pura coincidenza intendiamoci, queste cosine sono sparite? Perché?
La sentite voi, una voce, una sola, che si levi da destra o da manca? Dal Pd, dalla Lega Nord, dal Pdl, o dall’Udc e dalla neonata Sel? Provate, ancora una volta, a chiedervi perché.

Ora si parla di questo Giuseppe Tesauro, giudice della Corte Costituzionale, che era in società con personaggi convolti nell’inchiesta sulla Protezione civile. E va bene. Per quanto mi riguarda, un giudice che sia in società anche con un salumiere è da cacciare senza perdere un minuto di tempo.


Ma vogliamo parlare anche delle toghe sporche di quel Triangolo delle Bermuda (Salerno-Potenza-Catanzaro) di cui non parla più nemmeno chi dovrebbe farlo per dovere verso se stesso e verso tutti coloro che per questo stanno ingiustamente pagando un prezzo altissimo, e che su questo e grazie a questo ha costruito la sua resistibile ascesa politica?
Vogliamo per esempio capire come mai nessun giornale, dico nessuno, e nemmeno una tv, dedichi un po’ di spazio a un processo in corso a Potenza (e ad altri simili in altre parti d’Italia) davanti al gup Luigi Barrella, in cui qualche giorno fa si doveva decidere (l’udienza è stata rinviata a maggio causa neve) del rinvio a giudizio per reati gravissimi (corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio, peculato) dell’ex capo dei gip di Taranto, Giuseppe Tommasino e dell’ex capo della procura di Taranto, Aldo Petrucci?
Tommasino è uno che ha fatto anche il commissario nei concorsi per notaio, mentre Petrucci è attualmente capo della Procura minorile di Lecce.
Tommasino e Petrucci, secondo l’accusa dei pm Cristina Correale e Ferdinando Esposito, facevano gioco di squadra per avvisare gli indagati, svolgere indagini in maniera eccessivamente generica affinché venissero archiviate, scambiarsi favori giudiziari illegali.
Vi rendete conto di cosa stiamo parlando?
E tuttavia, il doppiopesismo maledetto prevale sempre. Nella denuncia come nella indignazione. Si denuncia e ci si indigna a giorni alterni e secondo convenienza. E alla fine lo capisce persino questo Paese marcio che l’indignazione invocata da D’Ambrosio non c’è perché non ci può essere, perché da tempo è stata sostituita con l’assuefazione, che in qualche modo è diventata una forma di cura omeopatica per sopravvivere e tirare avanti.

Ma facciamo un altro esempio. Guido Bertolaso si deve dimettere? Va bene. Ma anche no. Se vogliamo essere onesti fino in fondo, o almeno equanimi. Perché se il “criterio giudiziario” dell’avviso di garanzia vale per lui deve valere per tutti: per esempio, deve valere anche per gli indagati candidati alla presidenza delle regioni Campania (De Luca), Calabria (Loiero) e Puglia (Vendola). Ah, già, ma questi sono di centrosinistra…
Per quanto mi riguarda, questo “criterio giudiziario” non dovrebbe valere per nessuno. Aspetterei almeno una sentenza di condanna di primo grado e distinguerei tra i reati. Ma se si invoca il suddetto criterio per qualcuno sì e per qualcun altro no, allora non ci siamo, vuol dire che qualcuno sta imbrogliando. Siamo di nuovo al doppiopesismo maledetto che prima o poi ci ucciderà tutti.

Da ultimo, ma non ultimo, la candidatura alle regionali di Puglia (in questi ultimi tempi il Tacco d’Italia è il centro del mondo…), con l’IdV, del pm Lorenzo Nicastro.
Ma dico: come si fa? Nicastro è una brava persona, ma come può pensare che la sua scelta, oltre alle polemiche, non susciti sospetti pesanti?

Non solo perché Nicastro ha indagato per anni sull’ex “governatore” e attuale ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto (rinviato a giudizio per abuso d’ufficio, corruzione, finanziamento illecito ai partiti, peculato).
Non solo perché Nicastro si candida nello stesso luogo in cui fino a ieri ha svolto la funzione di pm (su questo argomento, torneremo prossimamente).
Ma soprattutto perché Nicastro stava indagando su uno dei filoni più delicati dell’inchiesta sulla Sanità, quello relativo agli accreditamenti delle strutture private. Un filone che – per ammissione dello stesso coordinatore regionale di IdV, il deputato Pierfelice Zazzera (Il regalo di Nichi a Massimo) – vede coinvolta mani e piedi la giunta regionale uscente, la compagine cioè oggetto di indagine di Nicastro e di cui da questo momento Nicastro è alleato.
Ma non è finita. L’indagine di Nicastro è passata nelle mani di Emilio Marzano – l’ex capo della Procura di Bari che ha legato il suo nome alla tragedia dei fratellini di Gravina di Puglia, Francesco e Salvatore Pappalardi -, che ora è un semplice pm, in procinto di andare in pensione (il 5 aprile, subito dopo le elezioni… ma è una coincidenza).

Resta una domanda. Ma Nicastro adesso si dimetterà dalla magistratura? No, perché io me la ricordo bene la risposta di Di Pietro ai giornalisti, il 18 marzo 2009, nella sala stampa della Camera dei Deputati (ero lì, accanto a lui e agli altri candidati “indipendenti”).
“I magistrati che si candidano – disse Antonio Di Pietro – si devono dimettere. Per noi vale questo principio. E noi applichiamo la legge morale per primi a noi stessi”. Bravo. Ma ora a Nicastro chi glielo dice?

giovedì 11 febbraio 2010


Da Panorama

Operazione D Come si è tentato di incastrare Berlusconi attraverso Patrizia D’Addario
GIACOMO AMADORI
Un’inchiesta riservata della procura di Bari, con almeno una dozzina d’indagati, riscrive la storia della escort e delle sue visite a Palazzo Grazioli. E disegna uno scenario sorprendente, in cui si sono mossi anche personaggi eccellenti con ruoli diversi. I loro obiettivi? Fare soldi e screditare il premier.
C’è un’altra storia da raccontare su Patrizia D’Addario e sull’affaire che ha coinvolto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Una storia che sta scrivendo, in gran segreto, la procura della Repubblica di Bari.
È bastato poco al suo capo, Antonio Laudati, giunto alla guida degli inquirenti del capoluogo pugliese nel settembre scorso, per capire che la vicenda della escort approdata nell’autunno 2008, con registratore annesso, a Palazzo Grazioli, residenza del premier, meritava di essere approfondita. Laudati, affilato e distinto, è un magistrato che ha maturato una grande esperienza sul fronte delle indagini antimafia e che si è formato con personaggi del calibro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Una palestra dove ha appreso quel metodo investigativo puntiglioso che, per giungere alle conclusioni, si basa sui fatti e sull’analisi di tutti i particolari che gravitano intorno a essi. E questa tecnica antimafia, che porta sotto la lente d’ingrandimento dettagli apparentemente insignificanti, ha dato i suoi frutti.
Da quanto Panorama è in grado di ricostruire, da qui a poco ci sarà un terremoto giudiziario destinato a minare nelle fondamenta il castello costruito intorno alle presunte rivelazioni di D’Addario e del suo mentore, l’imprenditore Gianpaolo Tarantini. Al fascicolo, seguito direttamente da Laudati, lavorano anche i sostituti procuratori Giuseppe Dentamaro e Teresa Iodice. Si tratta di un fascicolo che tecnicamente va sotto la sigla di modello 21: vi sono cioè degli indagati e sono almeno una dozzina. Tra le persone finite sotto quella lente d’ingrandimento c’è sicuramente Patrizia D’Addari,o. Di più: la escort è il personaggio chiave.
Impossibile conoscere i dettagli dell’inchiesta, ma dalle strettissime maglie della rete di silenzio che per mesi l’ha ingabbiata alcune informazioni trapelano. I magistrati si sono concentrati sulla genesi del rapporto tra D’Addario e Tarantini. Hanno accertato che a presentarla all’imprenditore barese fu l’ex socio Massimiliano Verdoscia, arrestato in agosto per spaccio, che a sua volta conobbe la escort proprio per la sua attività di prostituta.
La conclusione sorprendente cui sono arrivati gli inquirenti è che D’Addario, prostituta ben nota alle forze dell’ordine (per le continue risse e per le schermaglie legali con il suo protettore), esperta di registrazioni e di videoriprese, sarebbe stata selezionata e successivamente «consegnata» a Tarantini. Proprio così: «selezionata» affinché portasse a termine una missione, quella di compromettere la reputazione del presidente del Consiglio, mettendolo politicamente in difficoltà.
Già, ma chi l’ha selezionata? Questo è lo snodo centrale dell’inchiesta in cui compaiono a vario titolo magistrati, politici, giornalisti e professionisti della Bari che conta. A breve, nei confronti di alcuni giudici che avrebbero partecipato a quello che appare come un vero e proprio complotto ai danni del premier dovrebbe scattare un procedimento parallelo che, secondo quanto stabilito dall’articolo 11 del Codice di procedura penale, sarà affidato alla procura di Lecce, competente a indagare sulle toghe del capoluogo pugliese.
Non solo, è facile prevedere che, non appena la bomba esploderà, anche la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura dovrà occuparsi di alcuni aspetti definiti da un investigatore «molto imbarazzanti».
Fra gli attori del «complotto» su cui si stanno concentrando gli inquirenti guidati dal procuratore Laudati un ruolo non secondario lo avrebbero recitato alcuni giornalisti, ai quali sarebbero state passate notizie allo scopo di alimentare il clima a sostegno della tesi di D’Addario. Alcuni articoli sarebbero stati persino utilizzati per indirizzare le indagini. Ora la procura sta cercando i suggeritori di quelle cronache. Secondo quanto risulta a Panorama, il filone relativo alla fuga di notizie è prossimo alla conclusione e sarebbero già pronte le richieste di misure cautelari per diversi personaggi, compresi alcuni appartenenti alle forze dell’ordine.
Certo, non è facile districarsi nel labirinto del malaffare di Puglia. Perché i vari fascicoli d’indagine sono come vasi comunicanti che alcune volte si scambiano i fluidi contenuti. In una sorta di entropia velenosa. E così l’inchiesta D’Addario-fughe di notizie si mescola con quella sulle tangenti nella sanità: un procedimento in cui, dopo gli arresti di metà gennaio, fra gli altri, dell’avvocato Lea Cosentino, ex direttore generale dell’azienda sanitaria di Bari, e di Antonio Colella, in passato dirigente dell’area patrimonio della asl, e il coinvolgimento dell’ex vicepresidente regionale del Pd Sandro Frisullo, sono attesi tempestivi sviluppi. Infatti sono al vaglio del giudice per le indagini preliminari ulteriori provvedimenti restrittivi nei confronti di politici e imprenditori regionali.
Ma torniamo al «complotto». Su Patrizia D’Addario sono state avviate da mesi analisi patrimoniali che hanno riservato non poche sorprese. La escort, infatti, secondo le verifiche degli investigatori, sarebbe risultata intestataria di numerosi conti correnti, direttamente o attraverso prestanome. Nel corso di questi accertamenti sarebbero emersi quelli che vengono definiti «elementi interessanti» nei confronti di alcuni familiari di D’Addario.
Ad attirare l’attenzione degli inquirenti, in particolare, sono stati alcuni movimenti di denaro di entità rilevante, registrati prima e dopo che lo scandalo alimentato dalla escort è finito sui giornali. In procura indagano anche su un’ingente somma in contanti, si parla di 1,5 milioni di euro, che dall’Italia nel febbraio 2008 (otto mesi prima della visita a Palazzo Grazioli) sarebbe stata trasferita a Doha, capitale del Qatar. A trasportare fisicamente questa montagna di soldi sarebbe stata la stessa D’Addario, durante un viaggio di cui i magistrati hanno trovato i riscontri. A che cosa servivano quei denari?
Gli investigatori stanno valutando più ipotesi: dalla creazione di una provvista in nero fino al pagamento di alcune mazzette trasferite all’estero per conto di imprenditori o di politici. La documentazione bancaria necessaria a definire i contorni di questa vicenda non è ancora stata acquisita completamente, ma, per avere un quadro più chiaro, non occorrerà attendere molto.
«Siamo all’inizio dell’opera» si schermisce un investigatore. Eppure, bastano queste indiscrezioni a offrire una chiave di lettura ben diversa da quella che finora è stata proposta all’opinone pubblica del cosiddetto affaire D’Addario. Chi indaga è convinto che Tarantini non sia la mente, ma soltanto un terminale di questo progetto: un uomo interessato e disposto a tutto pur di mettere le mani su alcuni affari. In particolare quelli che ruotavano intorno alla Protezione civile e alle commesse affidate senza gare d’appalto, per esempio, che inutilmente cercò di conquistare dopo essere riuscito a entrare in contatto con il presidente Berlusconi.
Per ingraziarsi il premier, Tarantini avrebbe investito oltre 5 milioni di euro. Soldi spesi per cucirsi addosso l’immagine di un giovane imprenditore facoltoso e credibile. Capace di sperperare mezzo milione di euro in un mese per organizzare party e affittare una villa in Sardegna, nei pressi della residenza estiva del Cavaliere, per ottenere così di essergli presentato.
Gli inquirenti hanno ricostruito quello che, senza alcun intento offensivo, hanno definito il «metodo pugliese». Si tratta di un simulacro della realtà, un mondo fatuo in cui le apparenze diventano sostanza, tra feste da mille e una notte, belle donne disponibili e (all’occorrenza) cocaina.
La corruzione si realizzerebbe attraverso l’erogazione di questi particolarissimi «fringe benefit»: i politici, gli amministratori non ricevono un compenso in denaro o beni, ma usufruiscono di favori soprattutto di origine sessuale. Come avrebbe dimostrato proprio il filone della sanità pugliese. Metodo che qualcuno ha cercato di replicare a livello nazionale, puntando al «bersaglio grosso»: il presidente del Consiglio, Berlusconi.
D’Addario sarebbe stata quindi un’arma non convenzionale, gestita in prima battuta da Tarantini, ma in realtà manovrata da ben più potenti politici. L’ipotesi del complotto, secondo i magistrati, sarebbe confermata dalle spese sopportate da Tarantini per conoscere Berlusconi a fronte di vantaggi praticamente nulli.
E qui ci si addentra nella parte più delicata dell’indagine. Chi sono, allora, i burattinai dell’affaire D’Addario? È logico pensare, seguendo il ragionamento della procura, che questi vadano ricercati nel campo avverso al Popolo della libertà.
Gli inquirenti si sono già fatti un’idea, sorretta da alcuni riscontri e intercettazioni. Impossibile, però, saperne di più. Quel che è certo è che per sbrogliare questa matassa un’attenzione particolare è stata dedicata ai viaggi compiuti da Patrizia D’Addario dall’inizio dello scandalo e in particolare le sue trasferte in Francia, Spagna, Brasile, Gran Bretagna, Cina ed Emirati Arabi. Trasferte che sarebbero state gestite da alcuni intermediari internazionali, diretti a loro volta da politici italiani rimasti per ora nell’ombra.
L’obiettivo della tournée estera di D’Addario altro non sarebbe se non fare da grancassa allo scandalo sessuale e ridicolizzare oltreconfine Berlusconi. Insomma, sarebbe l’ultimo tassello di un piano architettato sin dall’inizio per screditare l’immagine del premier.
Per questo il fascicolo processuale, ancora in divenire, ipotizza oggi l’associazione per delinquere finalizzata alla falsa produzione di documenti a uso processuale. Ma in futuro potrebbe anche approdare all’estrema gravità dell’articolo 289 del Codice penale: l’attentato contro gli organi costituzionali dello Stato.
Pur muovendosi con estrema prudenza, la procura di Bari ipotizza infatti una vera e propria associazione per delinquere che avrebbe organizzato un complotto istituzionale, immettendo nel circuito dell’informazione notizie manipolate per ottenere un risultato politico. Con una banda di cospiratori che avrebbe fabbricato falsi documenti con l’obiettivo d’inquinare l’inchiesta, usando come cinghia di trasmissione alcuni giornali. E il ruolo cruciale della stampa in questa vicenda è sottolineato dal retroscena della prima intervista di D’Addario: la donna sarebbe stata anche convinta a rinunciare all’accordo con il settimanale Oggi per essere indirizzata verso il Corriere della sera. La sua prima intervista esclusiva vi comparve il 17 giugno 2009.
Sono quattro, in conclusione, i fronti giudiziari (tutti comunicanti) aperti a Bari: riguardano le presunte tangenti nel sistema sanitario regionale, le attività illecite di Gianpaolo Tarantini, la costruzione e la gestione dell’affaire D’Addario e le fughe di notizie legate alle deposizioni della escort e di altri protagonisti. Un tema, quest’ultimo, particolarmente curato da Laudati, che, coincidenza per nulla strana, il giorno del suo insediamento venne salutato dalla pubblicazione dei verbali riservati di Tarantini: accadeva il 9 settembre del 2009. Da allora diverse cose sono cambiate nella procura del capoluogo pugliese. E in molti, presto, se ne accorgeranno.


Complotto in 3 mosse
GIACOMO AMADORI
La procura di Bari ha individuato, anche con video e registrazioni, chi ha messo in circolazione e manipolato i verbali secretati della D’Addario. Poi sta scandagliando i conti della escort sui quali è stato trovato quasi 1 milione di euro. Alla fine, soltanto alla fine, punterà al terzo livello che ha avuto un ruolo nella gestione della donna e della successiva trappola politica.
È sabato 30 gennaio ed è appena terminata la cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario. Al quarto piano della procura di Bari il capo dell’ufficio, Antonio Laudati, si ritrova a faccia a faccia con alcuni dei suoi sostituti. Sul tavolo l’ultima copertina di Panorama intitolata «Il complotto». Ventiquattr’ore prima la stessa procura, dopo avere esaminato il testo con puntiglio da esegeti, si era limitata a escludere, in una nota ufficiale, che fosse iscritta una notizia di reato che riguarda «accordi fraudolenti miranti a una calunniosa rappresentazione processuale». Dietro il criptico linguaggio giuridico si celava ciò che i magistrati non potevano smentire: l’esistenza di un’inchiesta che, come vedremo tra poco, ruota intorno a Patrizia D’Addario, la escort di Palazzo Grazioli, e si muove su tre livelli, legati fra loro da diversi filoni, ipotizzando, al termine di questo percorso, un «complotto» contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Infatti le varie inchieste portano a una conclusione univoca: l’affaire D’Addario ha una genesi tutt’altro che lineare e nasconde, secondo gli inquirenti, una precisa regia. Da tempo i magistrati fanno ipotesi su chi possa averla gestita, ma per non vanificare il lavoro sin qui svolto, e correre il pericolo di essere accusati di costruire teoremi fantasiosi, hanno scelto di inabissarsi come un sommergibile. Sino alle prossime, imminenti misure cautelari.
Certamente a Bari la D’Addario è indagata per associazione per delinquere. Non è la sola, con lei sono finite sotto inchiesta una dozzina di persone. Il reato associativo è una cornice che serve al procuratore Laudati e ai sostituti che lo affiancano, Giuseppe Dentamaro e Teresa Iodice, per poter investigare ad ampio raggio.
Il nome della D’Addario, prima dello scandalo politico, era noto in tribunale per la ventina di procedimenti pendenti in cui è coinvolta sia come parte offesa sia, e sono la maggior parte, come indagata o imputata (vedere riquadro a pagina 45). Nella primavera 2009 hanno iniziato a interessarsi a lei anche Pino Scelsi ed Eugenia Pontassuglia, pm della Direzione distrettuale antimafia, nell’ambito di un’indagine di criminalità organizzata avviata per capire se esistesse un collegamento tra la malavita e il reclutamento delle prostitute, come lasciava supporre un attentato subito da un’amica di Patrizia D’Addario legata a un membro del clan Parisi (uno dei gruppi più temuti della criminalità barese).
Nella prima metà di giugno la escort si reca in procura per raccontare la sua notte a Palazzo Grazioli. Qualche settimana dopo incappa nell’indagine sulla fuga di notizie e sulla genuinità delle registrazioni audio effettuate nella dimora del premier. Infatti gli inquirenti si accorgono che il contenuto delle trascrizioni dei nastri consegnati nelle redazioni non corrisponde a quello delle bobine in possesso della procura, segno questo di una possibile strumentalizzazione delle informazioni. Ma fermiamoci un attimo.
Questo è il primo livello dell’inchiesta è ha come tappa finale l’individuazione dei pubblici ufficiali che sono all’origine delle falle nel segreto istruttorio. Non soltanto per le registrazioni della D’Addario, ma anche per la pubblicazione dei verbali secretati di Gianpaolo Tarantini. Su questo versante, secondo quanto risulta a Panorama, l’accusa avrebbe raccolto riscontri inconfutabili.
Tra giugno e settembre 2009 (dal periodo delle prime fughe di notizie su Patrizia D’Addario a quelle su Tarantini) sarebbero stati compiuti diversi passi falsi da parte di giornalisti e investigatori. Inciampi per cui nessuno dei detective, per ora, è stato trasferito, nonostante siano stati immortalati da foto e videotape che proverebbero bugie e responsabilità.
Per conoscere i nomi di questi servitori dello Stato infedeli non sarà necessario attendere molto: le richieste di misure cautelari o interdittive, infatti, saranno esaminate dall’ufficio del giudice delle indagini preliminari. I provvedimenti non riguarderanno figure di secondo piano ma toccheranno tra gli altri ufficiali della Guardia di finanza e dei carabinieri. Questo snodo sarà fondamentale.
Quando infatti sarà acclarato che, come ipotizzano gli inquirenti sulla scorta di numerosi atti compiuti nell’arco di sei mesi, il flusso di notizie coperte da segreto si inserisce in una strategia mirata a screditare il presidente del Consiglio, l’inchiesta potrà considerare individuato il primo livello e puntare a quello successivo al centro del quale c’è la D’Addario.
L’estate scorsa il suo ex amante e protettore, Giuseppe Barba, l’ha denunciata per stalking e durante la sua deposizione fiume del 5 agosto il pm Dentamaro, di nuovo lui (e non è un caso), ha trovato lo spunto per aprire un nuovo filone d’indagine, quello incardinato, per ora, solo su un’ipotesi di associazione per delinquere. La notizia di reato è un presunto trasferimento di 1,5 milioni di euro dall’Italia al Qatar. Dentamaro, specializzato in fascicoli riguardanti le cosiddette fasce deboli, conosce benissimo la D’Addario e le ha dato credito in un processo, facendo condannare Barba nel 2006 per favoreggiamento della prostituzione. Questo non gli ha impedito, due anni dopo, il 3 luglio 2008, in occasione della richiesta di archiviazione per una denuncia, di ricredersi sul conto della donna e di liquidarla con queste parole: «Può validamente affermarsi che risulta compromessa l’intera credibilità della suddetta».
Il magistrato, dopo avere trovato i riscontri al viaggio della signora nella Penisola arabica, adesso vuole capire se anche le restanti dichiarazioni di Barba siano plausibili. Resta da scoprire perché la D’Addario avrebbe trasportato soldi all’estero: per costituire fondi neri? Per trasferire oltreconfine le mazzette incassate da eventuali amici politici? O magari per ripulire capitali di provenienza illecita? A dicembre, a Bari, un’imponente inchiesta antiriciclaggio ha portato all’arresto di un’ottantina di persone, molte legate al già citato clan Parisi. Un filone che non ha ancora finito di riservare sorprese.
Certamente la donna, nonostante le dichiarazioni dei redditi da indigente, negli ultimi mesi è al centro di accertamenti finanziari capillari che hanno permesso di appurare l’esistenza di numerosi conti correnti italiani ed esteri riferibili direttamente a lei, ai parenti più stretti o a prestanome. In particolare gli investigatori hanno puntato gli occhi su un tesoretto depositato presso una banca italiana, un gruzzolo non lontano da 1 milione di euro che sarebbe affluito negli ultimi mesi. Una ricchezza che per gli inquirenti non può essere giustificata con l’improvvisa notorietà della signora, anche perché lei, nella sua recente autobiografia, giura di non essersi mai fatta pagare per le interviste.
In procura sospettano che tutti quei soldi possano essere il premio per il ruolo recitato in questi mesi, quello di nemica giurata del premier. Anche se qualche investigatore non esclude che, viste alcune recenti frequentazioni della donna, quei soldi possano non appartenere a lei. Ma questa è una storia che merita di essere approfondita in un altro capitolo.
Qualunque sia l’origine di quel denaro, di certo, secondo i pm, la «pupa» con le sue rivelazioni non ha agito in questi mesi autonomamente e anzi sarebbe stata «eterodiretta». E per questo l’accusa ha iniziato, rimanendo sott’acqua, a dare la caccia ai presunti pupari.
Per scovarli, dovranno risalire al cosiddetto terzo livello, senza farsi cogliere dalle vertigini. Intanto hanno iniziato ad annotare i nomi degli agenti e dei collaboratori che stanno gestendo i frequenti viaggi all’estero di Patrizia D’Addario. Nomi che vengono conservati come reliquie dagli investigatori.
A proposito della presunta cabina di regia, in procura non escludono che chi ne fa parte possa avere selezionato la D’Addario già nel 2008 per poi affidarla all’imprenditore Gianpaolo Tarantini, che ha poi condotto la donna con il registratore nelle stanze di Berlusconi. Ma questa è la pista più insidiosa all’interno dello scenario del complotto che si sta delineando ai danni del premier. Ed è proprio per questo motivo che, allo stato attuale, bisogna concentrarsi sulla parte della trappola informativa ordita dopo le registrazioni della D’Addario. Qui i possibili registi sarebbero stati, ironia della sorte, ripresi dalle telecamere della polizia giudiziaria impegnata in alcuni appostamenti a Bari e, forse, anche dagli occhi elettronici di investigatori privati.
Immagini e foto sono state fatte nei giorni precedenti la decisione della D’Addario di consegnare al Corriere della sera la sua intervista denuncia (dopo essersi prima proposta a un settimanale e, a quanto risulta a Panorama, a un altro importante quotidiano). Secondo quanto sostenuto dal Fatto quotidiano, sarebbero stati filmati incontri tra il senatore del Pd Alberto Maritati (a lungo sostituto procuratore a Bari fino al 1999) e il pm Scelsi, tra Maritati e l’avvocato Maria Pia Vigilante (difensore della D’Addario), tra quest’ultima e una giornalista. Maritati ha confermato gli incontri escludendo di aver parlato dell’inchiesta.
Di certo quando Laudati e i suoi sostituti avranno disvelato il meccanismo che ha indirizzato le azioni del primo livello, la vicenda sarà più decifrabile e sarà evidente come giornali italiani e stranieri abbiano di fatto creato una struttura che ha agito in maniera sinergica e che ha avuto come conseguenza quella di danneggiare l’immagine del presidente del Consiglio. Un’organizzazione che apparentemente si è limitata a raccogliere oggettivamente il racconto della D’Addario, ma che in realtà, secondo l’accusa, si è messa in moto su impulso di politici, magistrati e personaggi senza scrupoli che hanno cercato di usare la signora come un’arma. Ma sulla scena del delitto hanno lasciato troppe prove.
Presto si scoprirà pure quali frutti stia dando la collaborazione avviata da Tarantini con gli inquirenti. L’imprenditore ha già messo in fila ore di interrogatori in cui ha fornito numerosi riscontri alle sue dichiarazioni. L’uomo non si è sottratto a nessuna domanda.
Per esempio, ha chiarito i suoi rapporti con Roberto De Santis (vedere il riquadro a destra), fulcro del potere dalemiano in Puglia. I magistrati hanno chiesto conto dei vari contatti e di un incontro fra i due in piazza Navona, a Roma, nella primavera del 2009. La coppia era insieme pure nell’estate di due anni prima, quando incrociò nel mare di Ponza l’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema, con il quale si ritrovò allo stesso tavolo per cena. Nel ristorante, fra i commensali, sedeva pure l’allora capo di stato maggiore della Guardia di finanza, generale Paolo Poletti. A riprova della capacità di Tarantini di tessere relazioni ad altissimi livelli gli inquirenti hanno annotato diverse telefonate dell’imprenditore proprio con Poletti, nominato nel novembre 2008 vicedirettore dell’Aisi, il servizio segreto che si occupa della sicurezza interna. Pupari, servitori dello Stato infedeli, 007: gli ingredienti per una perfetta spy-story non mancano, anche se rischiano di avvelenare il clima in procura, dove ormai la diffidenza contraddistingue persino i rapporti tra magistrati. Dopo l’annuncio di Panorama di un possibile fascicolo riguardante rilievi quanto meno disciplinari per le toghe, i pm sospettano gli uni degli altri. Alcuni sono allarmati financo dalle domande dei giornalisti, in cui temono di decifrare annunci di indagini a loro carico. Ma presto la partita si giocherà a carte scoperte.

martedì 2 febbraio 2010

SUBENTREREBBE VITTI, CHE NON È IN SINTONIA CON LA MAGGIORANZA
Consiglio, attesa la decisione per la surroga di Calenda

La surroga con il primo consigliere dei non eletti Orazio Vitti aprirà la riunione del consiglio comunale, convocato per domani alle 18.30. Vitti non ha ancora deciso se subentrare al consigliere dimissionario Rocco Calenda e la sua decisione potrebbe anche mettere in discussione la stessa maggioranza. La riunione del consiglio comunale giunge dopo le primarie del centrosinistra, primarie che hanno visto primeggiare Nichi Vendola.
Un dato inaspettato sotto taluni aspetti, che non dovrebbe mancare di analisi anche nella massima assise cittadina. Infatti Spinazzola, rispetto ad altre località della Puglia di certo non può dirsi estranea alle decisioni prese dalla Regione. Ovvero, direttamente, o suo tramite, dal presidente Nichi Vendola.
Prima tra tutte spicca la questione discarica nel sito di Grottelline. Un atto di imperio della Regione prima contrastato dalla maggioranza di centrosinistra guidata dal sindaco Carlo Scelzi poi condivisa. Scelta della Regione non del tutto chiarita quella della discarica a Grottelline, tanto da aver indotto la procura di Trani ad effettuare un sequestro probatorio del sito per gravi irregolarità.
Sconcertante la sparizione della memoria del computer dagli uffici dell’assessorato all’ambien - te, retto da Michele Losappio, contenente le valutazioni di impatto ambientale regionale. Furto che il Governo, rispondendo ad una interrogazione parlamentare dell’Italia dei Valori ha dichiarato essere attinente a Grottelline di Spinazzola.
Altra contraddizione che cozza con il suffragio conferito a Nichi Vendola a Spinazzola è l’alie - nazione delle proprietà date in dotazione alla città
dal benefattore Saraceno, usate per sanare il buco nella sanità pugliese. Con quello che la sanità, per le tante inchieste giudiziarie in atto, rappresenta nelle scelte e nella gestione polita in Puglia. E questo mentre l’ospe - dale di Spinazzola che avrebbe dovuto avere usufrutto da quelle
proprietà, così come i meno abbienti della città, viene a detta di molti impoverito della sua funzione e aspettativa. Ma c’è stato e c’è ancora l’assalto all’uso del territorio con l’instal - lazione di impianti per energia prodotte da fonti rinnovabili: eolico, fotovoltaico, biomasse.
Un “via libera” che interessa il territorio di Spinazzola riveniente dalla politica Regionale che vede suo precursore ancora il governatore Nichi Vendola, maggior suffragatao alle primarie spinazzolesi.

sabato 23 gennaio 2010



Via le attrezzature del laboratorio
L’azienda proprietaria: «Ritirate per inutilizzo»

«Impegno equivalente allo zero quello del direttore generale della Asl, Rocco Canosa e del sindaco Carlo Scelzi sul rilancio dell’ospedale e in particolar modo del laboratorio analisi. Le loro promesse si sono dimostrate infondate. In verità ecco l’ennesimo scippo alla nostra struttura». Con questa esternazione manifestata da un gruppo di impiegati del nosocomio cittadino, fermi sull’ingresso dell’ospedale, siamo stati accolti per essere informati dello smontaggio di alcuni macchinari presenti nel laboratorio analisi.
L’operazione di portar via le macchine è iniziata alle dieci di ieri da parte di un tecnico incaricato dalla società proprietaria dell’attrezzatura. L’azienda aveva affidato quelle attrezzature da otto anni in comodato d’uso, ma non ricevendo più ordinativi dei reagenti da un anno, ha deciso di riprendersele.
Due macchine non da poco: quella dei marcatori tumorali e altra per gli ormoni tiroidei. In una città dove, tumori e diagnosi della tiroide purtroppo non mancano, anzi a percezione della popolazione paiono essere in incremento.
Mentre il corridoio dell’ospedale si riempie di scatoloni pronti per essere portati via, il laboratorio analisi appare come uno forziere svuotato. Li dove tutto aveva un senso, un ordine di utilizzo, messo a disposizione dei cittadini di Spinazzola e per quelli di altre città della Asl, ora è desolatamente spazio insignificante.
L’arrivo del giornalista della “Gazzetta”, lo scatto di alcune foto, disorienta le procedure in corso. E mentre il tecnico chiama telefonicamente la sua società per chiedere cosa fare, la dott.ssa Te r e s a Pepe presente nel laboratorio analisi si mette in contatto con la dirigente responsabile della Asl, dott.sa Emilia Chiancone.
Quest’ultima con profonda amarezza ha rilasciato questa dichiarazione: «Ho chiesto di sospendere immediatamente le operazioni di smontaggio. Di quello che sta succedendo a Spinazzola non so nulla. Sto informandomi per saper chi ha autorizzato chi a portar via gli apparecchi. Perché il mio impegno per il laboratorio di analisi di Spinazzola è mirato in senso opposto cioè a potenziarlo e non ad impoverirlo. Abbiamo previsto l’arrivo di altri macchinari come i marcatori per l’e patite».
Riferiamo quel che abbiamo appreso alla dott.sa Chiancone, ovvero che il mancato acquisto dei reagenti ha indotto la ditta a riprendersi l’attrezzatura. «Sì, è vero - ci risponde la dirigente - le gare sono state bloccate ma sono in procinto di ripartire. Ma questo non significa che senza che nessuno sappia nulla l’attrezzatura viene smantellata». Poi aggiunge: «So bene cosa vuol dire un ospedale in un paese distante da altri centri più grandi. Ho lavorato per 20 anni a Minervino. Per questo credo nel la struttura di Spinazzola ed ho anche provveduto a potenziarla con altro personale”.
E qui che questa storia assume connotazione di giallo. Ricapitolando: il dirigente responsabile Asl non sa che a Spinazzola stanno portando via le macchine; il direttore generale subisce l’ira anche degli impiegati perché ritenuto responsabile dell’impoverimento del nosocomio cittadino; il sindaco, anche lui non viene risparmiato, specie perché continua ad affermare che per l’ospedale di Spinazzola tutto va bene. E intanto le aziende si riprendono le attrezzature di propria iniziativa: ma cosa sta succedendo all’ospedale di Spinazzola?

sabato 16 gennaio 2010



Il regalo di Nichi a Massimo
Di Pierfelice Zazzera www.pieffezeta.it/
Cari amici,
il 27/11/2007 a Palazzo della Regione Puglia, Lungomare di Bari, è convocata la giunta, ordine del giorno: approvazione della delibera n. 2033. Si tratta di accreditare la Kentron srl di Putignano, il cui amministratore unico è l’ingegner Angelo Rocco Colonna e che vede tra i soci Ritella, noto avvocato nocese, il quale a 35 anni gestisce una clinica da milioni di euro. Ma chi gli ha dato tutti questi soldi? Mistero. Tra le persone interessate a quella clinica anche De Santis, uomo di fiducia di Massimo D’Alema.
Centoventi posti letto (60 residenziali e 60 semiresidenziali) sono stati accreditati per una struttura che dovrà dare assistenza per la riabilitazione di malati con disabilità fisica, psichica e sensoriale ex art. 26. Un vero e proprio business.
Il 27/11/2007 quando la giunta si riunisce c’è un solo obiettivo: “fare in fretta”. Il 31/12/2007 scade infatti l’improrogabile termine per gli accreditamenti istituzionali. Chiusa quella data non ce ne sarà più per nessuno: chi sta dentro fa l’affare, chi resta fuori si attaccherà al tram.
Quel 27/11/2007 tuttavia qualcosa va storto, manca l’assessore competente, ovvero l’assessore alla sanità Alberto Tedesco. Un’assenza inaspettata se in giunta sono costretti a correggere a penna la delibera. Quel giorno Tedesco non arriverà mai nel salone della giunta e la delibera verrà presentata dall’assessore regionale alla Cultura, Silvia Godelli. Tutto fa pensare ad uno sgarbo dei confronti dell’ex presidente del consiglio.
La Clinica Kentron srl una volta accreditata dopo poche settimane sarebbe stata sequestrata dai Carabinieri dei NAS, i quali hanno trovato 16 operai e un cantiere aperto, invece di una Clinica di riabilitazione.
Da questo momento qualcosa sembrerebbe rompersi tra Alberto Tedesco e gli uomini di Massimo D’Alema. In particolare il sen. Nicola Latorre alle politiche del 2008 lascerà a terra proprio l’assessore regionale alla salute, il quale tentava la scalata a Palazzo Madama. Scalata riuscita solo a febbraio del 2009, quando l’ex assessore veniva braccato dal pm Desirèe Digeronimo.
Ma la giunta regionale quella clinica doveva per forza approvarla e non si è fermata neppure di fronte all’inchiesta giudiziaria ancora in corso. Il 21/04/2009 infatti approva la delibera n. 637, a presentarla questa volta c’è Tommaso Fiore, il quale nel frattempo ha preso il posto proprio di Alberto Tedesco. Quella delibera serve ancora una volta a riaccreditare la Clinica Kentron srl, nonostante il 31/12/2007 di fatto fosse scaduto il termine utile e la clinica fosse finita sotto sequestro.
Ma nessun problema. Il 19/02/2008 il Consiglio Regionale approva una leggina la n. 1/08 con cui viene prorogato il termine di scadenza per l’accreditamento al 31/12/2008, un termine utile solo a chi nel 2007 ha ricevuto parere favorevole all’accreditamento istituzionale, ovvero solo la Clinica Kentron srl.
E così Nichita il rosso fece un bel regalo all’amico Massimo.

sabato 9 gennaio 2010

Altro che trasparenza nella pubblica amministrazione
Tutto questo a chi giova?

SPINAZZOLA LA RELAZIONE DEL CONSIGLIERE DI TULLIO (UDC) NELL’ATTO PUBBLICATO «SOLO» UN ANNO E MEZZO DOPO
Servizio rifiuti, il mistero della delibera «nascosta»

Pubblicate a tempo di record (il 4 gennaio 2010) e consegnate a chi le aveva richieste il 9 dicembre 2009 le due delibere di consiglio comunale «congelate» dal 26febbraio 2008 e dal 29 maggio 2008.
Delle due, la prima appare la più rilevante: è relativa alla «lettura ed approvazione verbali della seduta precedente» ma a questa sono allegati importanti documenti che portano la firma del consigliere di minoranza dell’Udc Nicola Di Tullio. Una serie di documenti sul sistema di gestione, appalto, controllo della raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani a Spinazzola affidato dal Comune alla ditta Tradeco di Altamura. Il consigliere Di Tullio in quella seduta al legava, quale corpo di delibera, una sua dichiarazione e la copia della denuncia sporta dallo stesso Di Tullio, il 22 febbraio 2008 (quattro giorni prima del Consiglio Comunale del 26 febbraio, ndr) alla Procura della Repubblica di Trani, in cui si denunciava «la situazione di degrado in cui versa Spinazzola, è assediata dai rifiuti». «Situazione che - scrive Di Tullio - ho rappresentato alla Gazzetta del Mezzogiorno che ha pubblicato in data 11 febbraio 2008 alla pagina 24 un articolo…”».
Inoltre, sempre dall’esposto denuncia raccolto dal luogotenente Francesco Langiano della Procura della Repubblica risulta che Di Tullio consegnava in busta sigillata e controfirmata un cd dove «vi sono foto scattate dal 2 al 21 febbraio 2008 che costituisce dossier e che conferma la situazione attuale di degrado, nonché copia del contratto di gestione rifiuti urbani e servizi tra il Comune di Spinazzola e la Tradeco di Altamura validità dal 6.10.2005, tutt’ora vigente, con scadenza 2012».
Della dichiarazione di consiglio comunale di Di Tullio si evince che «Il partito “Udc” da una serie di segnalazioni pervenute da ogni angolo della città, dove a seconda dei casi vengono lamentati diversi disservizi e carenze igienico sanitaria… chiede a questa amministrazione di verificare tutte le inadempienze da noi riscontrate riconducibili al tipo di servizio offerto dalla ditta appaltante. Di istituire una commissione consiliare che esplichi un servizio di controllo e verifica emettendo a breve un rapporto che dia la vera e reale situazione, stabilendo la regolarità dello svolgimento dell’appalto, applicazione di esso, responsabilità sulla mancata applicazione da parte della ditta che dei preposti dall’Ente per il controllo in favore del Comune di Spinazzola». Ma non solo. «Dalla documentazione fotografica allegata è pos sibile constatare - denunciava Di Tullio in Consiglio Comunale - gravi inadempienze sanzionabili come da capitolato, ma quel che è più grave sono le condizioni che pongono a rischio la salute pubblica, l’ambiente e la caratteristica paesaggistica della nostra città».
Alla denuncia ma soprattutto all’articolo della “Gazzetta” di quell’11 febbraio 2008, i partiti di maggioranza (Pd-Verdi) all’e poca risposero con un cartellone dal titolo: “Il Gatto e la Volpe” in cui si accusava il cronista della “Gazz etta” e Di Tullio di “sfasciare, denigrare, demolire, provocando danni irreparabili all’immagine della nostra città e del nostro territorio (con inevitabili e immediate conseguenze negative per le attività legate alla ristorazione e al turismo). E di rappresentare artatamente (relativamente al problema dei rifiuti) una situazione al limite della menzogna (come se fossimo agonizzanti come in Campania)».
Sulla base della denuncia presentata dal consigliere Di Tullio invece: l’area di stoccaggio dove conferire inerti ed ingombranti, mai entrata in funzione, è stata sequestrata dai carabinieri del Noe, mentre altre indagini, sembra siano in corso, per verificare le inadempienze contrattuali. Resta il giallo: perché quella delibera è stata pubblicata solo due anni dopo, e, forse, solo in seguito alla richiesta del suo rilascio in copia datato 9 dicembre 2009?
Distrazione, volontà?

I documenti presenti nella delibera:
La denuncia


L'intervento in Consiglio Comunale




• SPINAZZOLA GLI ATTI AMMINISTRATIVI RISALGONO AL FEBBRAIO E AL MAGGIO 2008
Due delibere non pubblicate dopo oltre un anno: è giallo

Singolare scoperta sulla vita amministrativa della città. Dopo circa più di un anno alcune delibere di Consiglio Comunale, del febbraio del 2008, non risultano ancora pubblicate e per quelle che sono state sottoposte alla normale procedura di interesse pubblico, lo stemma utilizzato sulla carta intestata, già dagli inizi del 2008, è quello fortemente contestato in cui è rappresentato un “f ascio littorio”.
In buona sostanza oltre alle determine, missive, tesserini di riconoscimento del personale con lo stemma fascista, ad essere avvallate con lo stesso stemma anche le delibere del Consiglio Comunale. Ma torniamo ai tempi biblici con cui alcune delibere vengono redatte e pubblicate.
Dopo una formale richiesta del 9 dicembre 2009 finalizzata a ricevere copia delle delibere del consiglio comunale svoltosi il 26 febbraio 2008, relativi in pratica alla discussione sulla vicenda della discarica a Grottelline, (atti dal numero 1 al numero 9) nonché copia della delibera 10 del 29 maggio 2008, il 31 dicembre il capodipartimento del Comune di Spinazzola, Vito Spano, ha autorizzato il rilascio in copie di questi documenti rivelando però che due delibere (la delibera n° 1 della stessa assise e la numero 10 del 29 maggio 2008) risultavano ancora: “in corso di pubblicazione”.
Un’anomalia che è una beffa alla trasparenza delle amministrazioni e alla loro efficienza.
Va sottolineato che mentre Spano, assunto solo nel 2009, sarebbe fuori da eventuale addebito di lassismo, la responsabilità politica-amministrativa della amministrazione esiste almeno per il mancato controllo degli atti pubblici.
Ma cosa vuol dire in termini concreti una delibera, un atto pubblico approvato e non pubblicato? «Semplicemente, afferma qualche esperto, che la sua validità resta indiscutibile, mentre la sua efficacia decorre, per un eventuale ricorso da parte dei cittadini o per quant’altro in diritto per chiunque, solo dalla data della sua pubblicazione».
Se solo per ventura si è appreso della mancata pubblicazione di questi provvedimenti del consiglio Comunale che mettono in luce anche la disattenzione del controllo da parte delle minoranze ora sarebbe bene conoscere se sulla stessa onda di tempi enormi, tra redazione di un atto e sua pubblicazione, ve ne siano altri.

sabato 2 gennaio 2010

Come Giano bifronte, Nicola Vendola manovra e Vendola Nicola dice bugie. Mentre con Michele Emiliano si gioca al tiro a segno come sull’orso del Luna park: tre palle un soldo.

Pubblicato su 1 Gennaio 2010 da Carlo Vulpio

Il “laboratorio politico” del centrosinistra che la Puglia, a torto, si vanta di essere, ha già consegnato il governo della Regione al centrodestra. Le elezioni di marzo serviranno soltanto a stabilire le cifre della sconfitta: 35 per cento a 65,oppure 40 a 60, o tutt’al più un 45 a 55.

Non che il centrodestra non sia favorito a prescindere, visto il disastroso risultato complessivo della giunta regionale uscente e, soprattutto, lo scandalo della Sanità (soffocato il più possibile, finora anche in sede giudiziaria, nonostante nei modi e nelle proporzioni si presenti come il più pesante d’Italia), ma insomma, con un po’ di buona volontà e facendo pulizia al suo interno forse il centrosinistra avrebbe potuto emendare se stesso e ripartire con il piede giusto.

Invece no. E tutto questo soprattutto per “merito” di un uomo solo al comando, quel Vendola Nicola da Terlizzi che sta dimostrando di essere ciò che è sempre stato: un lupo travestito da agnello, un membro di apparato sotto le mentite spoglie di politico naif, un commerciante levantino di parole finte e un politicante dalla doppia morale, un pifferaio che porta i topi a morire ma li accarezza prima di farli annegare.

Vendola non è il solo a essersi dimostrato attaccato al potere, è vero. Ma Vendola è peggiore degli altri perché giura e spergiura di non essersi fatto “stravolgere, né mangiare il cuore dal potere”. Lui, il più pagato presidente di giunta regionale d’Italia, con i suoi 25 mila euro al mese. Lui, “l’ambientalista” che vende come una conquista la legge-truffa sui limiti di emissione della diossina a Taranto (come ho dimostrato nel mio libro “La città delle nuvole”), dove si produce il 93 per cento della diossina italiana e dove ogni due settimane un bambino si ammala di leucemia. Lui, che ha firmato sei contratti ventennali per altrettante discariche con la Cogeam, in cui spiccano il gruppo Marcegaglia e la Tradeco, società, quest’ultima, leader nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti al Sud, ma anche grande elettrice di Vendola e dell’ex assessore regionale alla Sanità, Alberto Tedesco (Pd, indagato per gravi reati), e soprattutto società i cui vertici sono inquisiti in blocco per quella connection rifiuti-sanità che è il cuore nero delle inchieste sulla Sanità in Puglia.

Nonostante tutto questo e molto altro, compresa la elargizione di denari a pioggia nel periodo pre-elettorale (Con 150 milioni Vendola ha già vinto), il Vendola ligio osservante della democrazia parlamentare all’improvviso si scopre populista e per conservare la cadrega ora si appella direttamente al popolo. Anzi, come dice lui, “il mio popolo”. Ma sì, “mira il tuo popolo, o bella Signora…”, nemmeno fosse la Madonna.
Se c’era una speranza, anche piccola piccola, di poter contendere il governo regionale al centrodestra con una coalizione (Pd, Udc, Idv, Prc, Verdi, ecc.) che sembra la quadratura del cerchio, ma che aveva trovato un accordo sul nome del sindaco di Bari, Michele Emiliano (Pd), questa speranza è evaporata grazie all’accanimento terapeutico di Vendola su se stesso. Il quale magari spera di risuscitare grazie alla possibilità che l’Udc vada da sola e poi, se vince lui, dietro congrua ricompensa (che so, la vicepresidenza), l’Udc si butti a sinistra. Un ragionamento contorto e doppiogiochista? Certo, ma come credete che si ragioni dietro le quinte?

“Mi candido lo stesso, anche se Udc e Idv non sono d’accordo sul mio nome”, ha detto Vendola. Candidarsi a tutti i costi è un suo diritto, per carità, ma significherà pure qualcosa il fatto che, appresa la notizia, nel centrodestra abbiano stappato in anticipo lo spumante? E che anche don Luigi Verzè, il prete fondatore dell’ospedale San Raffaele di Milano, grande amico ed estimatore di Vendola, abbia fatto salti di gioia nonostante i suoi novant’anni?
Don Verzè, un paio di mesi fa, a Milano, dichiarò che i pugliesi avrebbero dovuto votare Vendola, perché, “come Silvio Berlusconi , è una di quelle poche persone che hanno un fondo di santità”.

Se non sarà così, aggiunse il vegliardo, chiamerò Vendola a fare il presidente del nuovo ospedale San Raffaele. Il prete – del quale papa Paolo VI disse che doveva stare un po’ più vicino a Dio e un po’ più lontano dagli affari (che infatti lo hanno portato spesso ad avere a che fare con la giustizia) – non parla tanto per parlare.
Il San Raffaele a cui si riferisce don Verzé è un nuovo ospedale, un affare da 300 milioni di euro, da costruire, guarda un po’, a Taranto, per farne “il San Raffaele del Mediterraneo”.
Come mai, se a Taranto di ospedali ce ne sono già due (grandi e nuovi, ma lasciati andare in malora)? Per farne un centro oncologico – azzarda qualcuno –, così l’acciaieria Ilva e il polo industriale preparerebbero i morti e l’oncologico, alla fine della triste filiera, li accoglierebbe, prima di passarli al camposanto.
Ma no, scemini, no. Il “nuovo San Raffaele”, con i rimborsi per i malati terminali, ci farebbe gli spiccioli per la birra. Il nuovo ospedale invece punterebbe alle protesi (sì, proprio le protesi degli scandali recenti), che sono la vera, nuova frontiera del business sanitario.

Ma torniamo alla cosiddetta “guerra fratricida” che Vendola ha ingaggiato con il suo ex sodale Michele Emiliano, per la candidatura alla presidenza della Regione Puglia.
Vendola ha cominciato con il mandare in giro per la Puglia una pattuglia di 40-50 persone, sempre le stesse, che “in suo nome” interrompono e disturbano le assemblee di altri gruppi politici – non solo del Pd, com’è accaduto a Bari, ma anche di altri gruppi del centrosinistra, quali Verdi, Prc, Idv, associazioni della società civile, com’è accaduto in diverse altre città pugliesi. Poi, con il sostegno di gran parte della stampa e della tv, ha intonato una lamentazione pubblica per dare di sé l’immagine di persona “al di fuori dei partiti” (!) e di politico partorito direttamente dal ventre del popolo. Infine, ha giocato a fare il candidato “anche” del Pd pur senza far parte del Pd. E questo grazie a una “sponda interna” del Pd, in cui si distinguono per l’alacrità dell’impegno a favore di Vendola il segretario regionale Pd, Sergio Blasi , e l’assessore regionale alla Trasparenza, Guglielmo Minervini .
Blasi è sindaco di un piccolo comune del Salento, Melpignano , noto per la “Notte della Taranta”, e non si capisce perché non abbia continuato a occuparsi di “pizzica”, visto che lo aveva fatto così bene. Mentre Minervini, come assessore regionale alla Trasparenza, si è distinto, nonostante i circa 20 mila euro al mese di stipendio per garantire, appunto, trasparenza, per aver sempre fatto orecchio da mercante (come Vendola) con le ventiquattro associazioni di Taranto che gli chiedevano di pubblicare online i risultati delle analisi (autofinanziate) sul latte e sul formaggio contaminati dalla diossina.

In tutta questa faccenda Michele Emiliano, che pure non è un ingenuotto, fa tutt’al più la figura dell’orso del luna park, tre palle un soldo e chi vuol colpire il bersaglio faccia pure, purché colpisca bene. Non che Emiliano sia una “vittima”, dal momento che si è infilato in una lotta di potere diventata ogni giorno più squallida. Ma, contrariamente alle apparenze, è lui l’anello debole adesso, anche perché non ha le malizie di Vendola.
Quest’ultimo, pensate, è riuscito a imporre in agenda il tema “primarie” , quella specie di elezioni che dovrebbero certificare la democraticità della scelta di un candidato. Scrivo “primarie” tra virgolette perché in Italia queste “elezioni” sono una pagliacciata: non c’entrano nulla con il nostro sistema costituzionale ed elettorale e nemmeno con il nostro bipolarismo forzato, che è soltanto una caricatura del bipartitismo americano.
Ma le “primarie” che vuole Vendola sono ancora peggiori. Poiché sono soltanto quelle che piacciono a lui. Come le “primarie” del 2005, per intenderci, quando – lo scrissi, in perfetta solitudine, sul Corriere della Sera – Vendola vinse con il fortissimo sospetto di brogli contro Francesco Boccia (attuale deputato Pd, che solo oggi denuncia pubblicamente quei brogli). Vendola in alcune sezioni raccolse anche percentuali del 90 per cento , con seggi e schede controllati e scrutinati dai suoi sostenitori.

Per la cronaca, anche le elezioni regionali che seguirono, Vendola le vinse sotto la nerissima ombra del sospetto di trucchi e di brogli. Raffaele Fitto , piaccia o no, le perse anche perché migliaia di schede e di verbali erano stati “ritoccati” a suo sfavore. Ci furono ricorsi e controricorsi, ma la decisione finale, contro una giurisprudenza che fino a quel momento si era regolata in senso opposto, bocciò Fitto e promosse Vendola e, soprattutto, stabilì che le schede sospette non dovessero essere ricontrollate.
Le uniche elezioni che le truppe cammellate di Vendola non sono riuscite a condizionare (com’è accaduto in Calabria , per esempio, dove per questi episodi ci sono state denunce degli stessi militanti) sono state quelle per la segreteria del Prc.
Vinse Paolo Ferrero , l’attuale segretario, una persona seria e per bene, ma Vendola non gradì e abbandonò il Prc. Come quelli che giocano a pallone ma se non vincono abbandonano la partita e si portano via pure il pallone.
E tuttavia Vendola invoca “primarie”. Ma di chi, e con chi, nessuno glielo chiede. “Primarie” di coalizione? E di quale coalizione, se nel centrosinistra non ce n’è lo straccio di una che sia una? “Primarie” interne al Pd? Ma allora perché non si iscrive al Pd e la fa finita?
L’idea che Vendola, da portavoce nazionale del suo nuovo partito, Sinistra e Libertà, possa imporre “primarie” a un altro partito, il Pd, e contemporaneamente alzi il ditino per giudicare l’Udc e l’Idv “cattivi” se non lo appoggiano, “buoni” se lo sostengono, o è un’idea da neurodeliri o, più probabilmente, è un modo per stare al centro della scena, per stare a galla comunque vada,. “O io, o nessun altro” insomma, oppure, se preferite, “Dopo di me, il diluvio”.

E Michele Emiliano? A questo punto, o lascia perdere e continua a fare il sindaco di Bari, dove è stato rieletto sei mesi fa, oppure, se ci crede davvero, spariglia le carte e si candida alla guida della Regione. Ma deve farlo senza chiedere di modificare la legge che impone al sindaco di dimettersi preventivamente. Legge che, per quanto fortemente dubbia dal punto di vista della sua costituzionalità, se venisse modificata in corsa apparirebbe come una misura “ad personam”.
Se Emiliano si candidasse senza questo “paracadute” si giocherebbe tutto. Ma andrebbe alla battaglia con argomenti non molto diversi – acqua pubblica, rifiuti, energia - da quelli ripescati da Vendola solo a tre mesi dalle elezioni. Emiliano potrebbe cioè giocarsi un programma elettorale che gli darebbe una statura politica di alto livello, sia per i contenuti, sia perché non sospettabile di essere stato dettato dall’alto o da altri (le ipotesi di “ mani sull’Acquedotto pugliese”, per intenderci, addebitate al quartetto D’Alema-Letta-Casini-Caltagirone).
La candidatura di Emiliano e il suo programma, inoltre, costringerebbero Vendola a uscire allo scoperto. Poiché se Vendola si candidasse lo stesso – come ripete ossessivamente – invece di appoggiare Emiliano, che avrebbe dalla sua la più ampia coalizione possibile, fornirebbe la prova che l’unica “Puglia migliore”, per Vendola, è quella che va meglio a lui. A quel punto, anche gli elettori più ingenui capirebbero e si comporterebbero di conseguenza.

Ma c’è un ma: affinché questo accada, Emiliano dovrebbe avere il coraggio di fare una mossa ardita e inusuale per la palude politica italiana. Che gli darebbe grande solidità e autonomia politica, se gli riuscisse, ma che potrebbe anche scontentare i suoi referenti romani.
Quindi, non se ne farà nulla. Il centrodestra vincerà (o vincerà Vendola, se funziona l’accordo sottobanco con l’Udc), ci saranno un po’ di polemiche post elettorali, e poi Vendola andrà in vacanza in un’isoletta dell’Egeo. Magari insieme con Emiliano. Ma anche no. Chissà.