DISCARICA A SPINAZZOLA «STOP A GROTTELLINE PER IL LAGO ARTIFICIALE»
di Cosimo Forina
SPINAZZOLA - Serve una nuova procedura di Valutazione di Impatto Ambientale sulla discarica che l’Ati Tradeco-Gogeam vuole costruire a “Grottelline”. Tanto è stato stabilito dall’assessorato all’ambiente guidato da Lorenzo Nicastro dopo che ci si è accorti che il fascicolo cartaceo di Grottelline era svanito nel nulla negli uffici della Regione, poi ricostruito con documentazione presente nel Comune di Spinazzola. Non molto, visti i tanti atti pervenuti in Regione in questi anni, ma sufficiente per far convocare al dirigente Antonello Antonicelli prima un tavolo tecnico e poi una nuova procedura VIA dopo che, dalle colonne della “Gazzetta”, si è evidenziato che nella parte della cava coibentata con i primi lavori, poi fermati dal primo sequestro operato dalla Procura di Trani nel 2008, pm Michele Ruggiero, si è creato un copioso lago non attribuibile alla sola azione della pioggia.
La sostanza naturale, come dimostrano fotografie e filmati, proviene dalla tracimazione della lama presente lungo il bordo della cava. Quell’acqua a carattere torrentizio oggi sembra preoccupare la Regione, come il dissesto idrogeologico verificatosi nella cava, già evidenziato nel 2008 dal Comune di Poggiorsini. Ancor prima la Sovrintendenza in alcune sue relazioni del 2004-2005 e l’Asl Bat/1 nel 2007. Nella relazione tecnica dell’Ing. Mario Torriello e del geometra Vincenzo Del Vecchio dell’uf ficio tecnico di Poggiorsini, inviata alla commissione VIA in sede di variante del progetto della discarica e dell’impianto di biostabilizzazione previsto a Grottelline, approvata dall’Ato Ba/4 e dal Comune di Spinazzola, presidente-sindaco Carlo Scelzi, si osservava: «tutta l’area rientra in ambito esteso di valore relativo D del PUTT/P, sottoposta a vincolo idrogeologico. Nell’elenco delle acque della Provincia di Bari risulta censito nelle immediate vicinanze del sito in questione il corso Acqua (località Grottellini) n° prog. 608, foglio 142, in agro di Spinazzola e foglio 7 in agro di Poggiorsini.
Nell’elenco delle grotte della Provincia di Bari risulta censita la “Grotta delle cave». Ed ancora: «l’area in questione è tutta caratterizzata dalla presenza di “lame” e “g ravine”, causate dall’erosione superficiale sotto l’azione della acque meteoriche, nonché di cavità e canalicoli dovuti a fenomeni di “erosione sottocutanea”, dovute quindi agli effetti delle infiltrazioni di acque nel sottosuolo poroso. In particolare sul lato est dell’altopiano è presente una profonda incisione carsica di profondità variabile tra 13 e 18 m, su cui si affacciano numerose grotte ricavate lungo i fianchi dello strapiombo».
«Tali lame - prosegue la relazione - fanno parte del complesso ed articolato sistema di canali e ruscelli tributari del torrente Roviniero, che scorre a sud a valle dell’area, e le cui acque vengono convogliate verso la Diga di Serra del Corvo sul torrente Basentello, distante circa 6,50 km dal sito dell’impianto, in agro di Gravina in Puglia. Trattasi di una diga in terra, al servizio delle aree irrigue e di soccorso per l’invaso di San Giuliano, sul fiume Bradano, di cui il Basentello è affluente. La diga è addirittura in continuità visiva con il sito dell’impianto». «Mentre, ricordano da Poggiorsini, l’evidenza del dissesto idrogeologico è stata inviata successivamente alla stessa commissione con altra puntuale documentazione». La nuova procedura VIA di fatto conferma che per Spinazzola la questione discarica non si è affatto conclusa.
UNA STORIA DI FASCICOLI E DI DOCUMENTI SPARITI
Queste alcune delle strane sparizioni di atti relativi all’impianto-discarica di Grottelline.
Nel febbraio 2006, a non trovarsi nel Palazzo di Città sono le relazioni della Soprintendenza che descrivevano il sito di Grottelline di interesse archeologico, naturalistico e paesaggistico. Questi documenti vengono consegnati in copia dalla responsabile della Soprintendenza di Gravina Giuseppina Canosa al commissario prefettizio Mariannina Milano. Con questa documentazione la Milano chiede a Nichi Vendola di ubicare la discarica in altro sito.
Nel 2007, nella procedura VIA il progetto presentato esclude parte della cava, tra cui la particella 144 attigua al sito Neolitico scoperto dall’Università di Pisa. La stessa particella riapparirà in fase di esproprio dei terreni.
Agosto 2008: la procura di Trani pm Michele Ruggiero sequestra l’area di Grottelline Novembre 2008. A sparire è la memoria del computer dell’assessorato all’ambiente della Regione Puglia che conteneva le valutazioni di impatto ambientale di Grottelline, dell’Ilva di Taranto e di altre attività di estremo interesse ambientale. La denuncia del furto viene presentata dall’assessore all’ambiente della Regione Michele Losappio. L’on. Pierfelice Zazzera presenta una interrogazione parlamentare. Il Governo, sentito il Comando Carabinieri di Bari, risponde che il furto è esclusivamente attinente a Grottelline.
Aprile 2012. Dopo gli articoli della Gazzetta per la formazione di un lago che si è creato nella cava di Grottelline all’assessorato all’ambiente della Regione Puglia scoprono che i documenti cartacei relativi al progetto dell’impianto-discarica sono introvabili. Dagli uffici della Regione si chiede copia del fascicolo presente nel Comune di Spinazzola.
Maggio 2012. Indetta una nuova procedura VIA sull’impianto-discarica di Grottelline
lunedì 4 giugno 2012
venerdì 27 aprile 2012
OMBRE SULL’AMBIENTE
L’AFFARE RIFIUTI TIENE BANCO
COINVOLTI COMUNE E REGIONE
Importanti documenti sono scomparsi sia dagli uffici della Regione che da quelli del Comune di Spinazzola
Giochi di prestigio sul «caso Grottelline»
Spinazzola, spariti documenti sulla cava-discarica
di Cosimo Forina
«Sim Sala Bim»: questo il tormentone con cui il prestigiatore Aldo Savoldello, in arte mago Silvan, chiudeva i suoi giochi di prestigio che di lì a poco avrebbero stupito con l’apparizione o la scomparsa di qualcosa. Mutuando la formula magica, certi di suscitare più che meraviglia sconcerto diamo la notizia: all’assessorato all’ambiente della Regione sono spariti documenti cartacei relativi alla costruzione della discarica a «Grottelline» data in gestione dal presidente Nichi Vendola per 17 anni all’Ati Tradeco-Cogeam. La prima società del patron dei rifiuti Carlo Dante Columella, la seconda vede socia di maggioranza la famiglia dell’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Un primo gioco di prestidigitazione era già avvenuto nel novembre del 2008, quando a dissolversi, sempre nello stesso assessorato, fu la memoria del computer che conteneva i dati della Valutazione di impatto ambientale di molti importanti progetti. All’epoca, a svelare che la sottrazione era attinente proprio a «Grottelline», fu il governo, rispondendo ad una interrogazione presentata sul furto dall’on. Pierfelice Zazzera (Italia dei valori). Partito dell’attuale assessore all’ambiente Lorenzo Nicastro. Zazzera e in seguito il giornalista Giacomo Amadori, di Panorama, che si accingeva a scrivere sullo scandalo rifiuti e sanità in Puglia, furono destinatari di telefonate partite da Confindustria con cui si voleva evitare ogni coinvolgimento in questi episodi della presidente Emma Marcegaglia. Più o meno come è successo per l’inchiesta condotta dalla giornalista Monica Raucci andata in onda la scorsa settimana su Rai2 nella trasmissione “Ultimaparola” di Gianluigi Paragone. Il governo assicurava che i dati sensibili di Grottelline erano in salvo, custoditi in una memoria esterna al computer. Ma non deve essere andata proprio così. Cosa è successo questa volta? Dopo gli articoli della “Gazzetta” su «Grottelline» relativi alla presenza di un lago che si è formato all’interno della cava che si vuole destinare a discarica, con solerzia all’assessorato regionale hanno voluto vederci chiaro. Incappando, loro malgrado, per l’appunto, nel nuovo «Sim Sala Bim»: carte e documenti spariti. Immediata la denuncia all’autorità giudiziaria e il tentativo di ricostruire il faldone chiedendo copia di quello in possesso nel Comune di Spinazzola. Non il massimo della fonte, visto i precedenti. Infatti, quando a reggere la sorte della città vi era il commissario prefettizio Marianna Milano anche dal Palazzo di Città sono risultati smarriti alcuni documenti. Le relazioni della soprintendenza che indicavano «Grottelline» di estremo interesse archeologico e paesaggistico. E Spinazzola è pur sempre la città dove alcune delibere di consiglio Comunale inerenti «Grottelline» non sono mai state pubblicate, come quella che vedeva Poggiorsini e Spinazzola raccolte in un’unica assise per contrastare la nascita della discarica. Ma cosa si è evidenziato negli articoli di cui nel Comune di Spinazzola non si erano nemmeno accorti? Non poco. Innanzitutto che l’acqua accumulatosi non era frutto della nuvola di Fantozzi che copiosa si era abbattuta in una sola parte della cava. Bensì, quel liquido proviene dalla tracimazione della lama che solca la cava. Corso torrentizio di cui nessuno aveva tenuto conto, tranne il Comune di Poggiorsini che aveva evidenziato il tutto in una relazione-esposto mandata in Regione (forse tra i documenti oggi introvabili) e alla Procura di Trani. In altre parole, lì quando piove copiosamente l’acqua che proviene dal promontorio murgiano anziché defluire a valle finisce nella cava dove potrebbe far galleggiare la mondezza. Il dirigente dell’assessorato all’ecologia ha immediatamente capito che la cosa non era poi così trascurabile, tanto da convocare un tavolo tecnico per studiare la situazione. Di qui la scoperta della nuova scomparsa di documenti. Un enigma in più di questa vicenda, dai capitoli a sorpresa, manco fosse la trama nata dalla penna di uno scrittore di gialli. Ma cosa potrebbe aver fatto drizzare le antenne in assessorato? Dove si è formato il lago non è una parte qualunque della cava. È la stessa particella non inserita inizialmente nella procedura Valutazione di impatto ambientale che ha portato alla prima approvazione del progetto, la 144 del foglio di mappa 142 del Comune di Spinazzola. Ricomparsa in sede di esproprio che ha portato al primo sequestro da parte del Tribunale di Trani perché vicina al sito Neolitico scoperto dall’Università di Pisa. Particella poi dichiarata da parte della società non censita, quando il dirigente dell’assessorato all’ambiente ha approvato la variante al progetto presentato dalla Tradeco-Cogeam che ha portato al dissequestro da parte della Procura di Trani che ora ha archiviato il caso Grottelline.
lunedì 9 aprile 2012
ACCOGLIENZA
IL PROGETTO SPERIMENTALE
LA SPERANZA
Quella casa, dopo circa 17 anni, tornerà
a fornire un sostegno a quanti cadono
nella spirale delle dipendenze
I FINANZIAMENTI
Il progetto di far ripartire «Casa Michele»
è stato accolto dalla Regione Puglia ed è
stato finanziato con oltre 700mila euro
Rinasce «Casa Michele» via alla ristrutturazione,finalmente è stato avviato il cantiere
di Cosimo Forina
Donarsi agli altri: “fino ai confini della speranza, fino ai confini della vita”. Questa la scelta di Antonio Cicorella scomparso il 27 settembre del 1995, fondatore del centro di accoglienza “Casa Michele” di Spinazzola. Da alcuni giorni l’edificio è in ristrutturazione grazie ad un progetto, dal valore sperimentale, dei Piani di Zona (Canosa-Minervino-Spinazzola). Quella casa in periferia della città presto tornerà, dopo circa 17 anni, a dare sostegno a quanti cadono nella spirale delle dipendenze, qualunque dipendenza. Una luce nel deserto sociale. Antonio Cicorella uscito dalla Comunità Incontro di don Pierino Gelmini nel 1991, consapevole dei limiti della sua vita perché in Aids conclamata, animato da una grande fede, non fanatismo religioso, nell’ex Lazzaretto dal 1992 ribattezzato dai ragazzi “Casa Michele”, per ricordare e trarre forza da un bambino defunto a nove anni di leucemia, testimoniò che dalla droga si può uscire tornando ad essere degli uomini liberi anche affrontando la morte. E quella casa in abbandono il cui ricordo era quello della disperazione diventò il luogo di speranza e vita, per ben 110 ragazzi giunti dalla strada. Accolti dall’abbraccio di Antonio Cicorella per ritrovare il senso della propria esistenza. Quando questa storia, quasi rimossa, dopo anni venne raccontata durante una riunione dei Piani di Zona a Canosa, suscitò grande emozione. E in quella sede venne deciso che quell’atto di amore raccontata anche nel libro “Antonio, Storia di un uomo”, non poteva essere cancellato. E’ nato così il progetto di far ripartire “Casa Michele”, accolto dalla Regione Puglia e finanziato per oltre 700mila euro. Ora il centro è un grande cantiere, come lo era stato quando, avute le chiavi dal Comune di Spinazzola, Antonio con altri componenti dell’associazione “Insieme” prese possesso dell’immobile e si fecero carico di tutte le necessità della casa: allacciamento acqua, fossa Imof, rifacimento di intonaci. Non si era certi di cosa fare di quell’edificio in abbandono quando giunse una prima richiesta di aiuto: «fatemi restare qui, se torno a casa, per strada, sono certo che non resisterò e andrò a farmi». La decisione fu presa in lampo, Antonio unì due brande sgangherate, spolverò due vecchi materassi e decise che da quel momento chiunque avesse chiesto aiuto poteva contare su quel tetto. In un mese i ragazzi diventarono un gruppo. Prima di cinque, dieci, quindici. «Finché sarò in vita, disse loro Antonio, mi troverete qui ad accogliervi e sostenervi fino al vostro ingresso in comunità, dove proseguirete, come ho fatto io, il vostro cammino». Il diacono non consacrato, anche quando la malattia lo costringeva a sbalzi di temperature impressionanti, mantenne la coerenza delle sue affermazioni ed il suo impegno. Traendo forza nella sua fede. Il suo crollo fisico, il giovedì di quaresima del 1995, mentre stava facendo il digiuno per prepararsi alla Santa Pasqua. Una violenta crisi di assenza che costrinse al suo ricovero in ospedale. E a chi gli chiedeva “come va, stai ancora male”, lui rispondeva “cosa vuoi che sia rispetto alle sofferenze di Cristo sulla croce per salvare noi, dalla nostra miseria umana”. “Casa Michele” per sua stessa scelta accolse l’ultimo suo anelito della vita. L’ultimo suo pensiero rivolto ai ragazzi in difficoltà. Ora il centro “Casa Michele ” tornerà presto a ridare speranza, nello stesso sorriso che mai abbandonò Antonio.
I lavori in corso
Ecco come diventerà
Su “Casa Michele” interventi sperimentali per rendere l’edificio adeguato ai tempi. A spiegarli alla “Gazzetta” il direttore dei lavori l’arch. Antonio Lovaglio: «i lavori consistono nell’adeguamento e ristrutturazione struttura esistente Ex Lazzaretto Spinazzola. Le opere consistono nella realizzazione di lavori edili interni, sistemazione e bonifica dell’area esterna pertinenziale con piantumazione di nuove alberature e rifacimento degli impianti tecnologici. Tutte le opere edili ed impiantistiche sono occorrenti per adeguare l’intera struttura alle esigenze residenziali attuali richieste dalla normativa vigente in materia di sicurezza, ai regolamenti igienico sanitari ed in ottemperanza al contenimento dei consumi energetici degli edifici». Prosegue l’architetto: «i criteri delle scelte progettuali che hanno caratterizzato l’intervento sono improntati sulla consapevolezza che questa esperienza incarna necessariamente il ruolo di vero e proprio progetto-pilota, ed una volta realizzato, di modello per la sperimentazione pubblica in Puglia di un edilizia bioclimatica ed ecosostenibile. L’obiettivo è la realizzazione di una struttura a basso consumo energetico e autosufficiente per quanto concerne i consumi. L’intervento di ristrutturazione è, infatti, un esempio di casa bioclimatica di classe A, in cui l’attenzione progettuale si è concentrata sull’applicabilità ed integrabilità di una sorta di “decalogo” di strategie, tra cui la realizzazione di un impianto di riscaldamento e raffrescamento radiante ottenuto per mezzo di una pompa di calore ad alta resa alimentata da 6,6 Kw di pannelli fotovoltaici totalmente integrati sulla copertura; l’eliminazione dell’allaccio al gestore gas, con riduzione di spesa da parte del Comune; la realizzazione di un’impianto di fitodepurazione per lo smaltimento delle acqua nere e grigie; pavimentazioni interne ed esterne in pietra e creazione di aree verdi, con criteri di ecosostenibilità e biocompatibilità».
IL PROGETTO SPERIMENTALE
LA SPERANZA
Quella casa, dopo circa 17 anni, tornerà
a fornire un sostegno a quanti cadono
nella spirale delle dipendenze
I FINANZIAMENTI
Il progetto di far ripartire «Casa Michele»
è stato accolto dalla Regione Puglia ed è
stato finanziato con oltre 700mila euro
Rinasce «Casa Michele» via alla ristrutturazione,finalmente è stato avviato il cantiere
di Cosimo Forina
Donarsi agli altri: “fino ai confini della speranza, fino ai confini della vita”. Questa la scelta di Antonio Cicorella scomparso il 27 settembre del 1995, fondatore del centro di accoglienza “Casa Michele” di Spinazzola. Da alcuni giorni l’edificio è in ristrutturazione grazie ad un progetto, dal valore sperimentale, dei Piani di Zona (Canosa-Minervino-Spinazzola). Quella casa in periferia della città presto tornerà, dopo circa 17 anni, a dare sostegno a quanti cadono nella spirale delle dipendenze, qualunque dipendenza. Una luce nel deserto sociale. Antonio Cicorella uscito dalla Comunità Incontro di don Pierino Gelmini nel 1991, consapevole dei limiti della sua vita perché in Aids conclamata, animato da una grande fede, non fanatismo religioso, nell’ex Lazzaretto dal 1992 ribattezzato dai ragazzi “Casa Michele”, per ricordare e trarre forza da un bambino defunto a nove anni di leucemia, testimoniò che dalla droga si può uscire tornando ad essere degli uomini liberi anche affrontando la morte. E quella casa in abbandono il cui ricordo era quello della disperazione diventò il luogo di speranza e vita, per ben 110 ragazzi giunti dalla strada. Accolti dall’abbraccio di Antonio Cicorella per ritrovare il senso della propria esistenza. Quando questa storia, quasi rimossa, dopo anni venne raccontata durante una riunione dei Piani di Zona a Canosa, suscitò grande emozione. E in quella sede venne deciso che quell’atto di amore raccontata anche nel libro “Antonio, Storia di un uomo”, non poteva essere cancellato. E’ nato così il progetto di far ripartire “Casa Michele”, accolto dalla Regione Puglia e finanziato per oltre 700mila euro. Ora il centro è un grande cantiere, come lo era stato quando, avute le chiavi dal Comune di Spinazzola, Antonio con altri componenti dell’associazione “Insieme” prese possesso dell’immobile e si fecero carico di tutte le necessità della casa: allacciamento acqua, fossa Imof, rifacimento di intonaci. Non si era certi di cosa fare di quell’edificio in abbandono quando giunse una prima richiesta di aiuto: «fatemi restare qui, se torno a casa, per strada, sono certo che non resisterò e andrò a farmi». La decisione fu presa in lampo, Antonio unì due brande sgangherate, spolverò due vecchi materassi e decise che da quel momento chiunque avesse chiesto aiuto poteva contare su quel tetto. In un mese i ragazzi diventarono un gruppo. Prima di cinque, dieci, quindici. «Finché sarò in vita, disse loro Antonio, mi troverete qui ad accogliervi e sostenervi fino al vostro ingresso in comunità, dove proseguirete, come ho fatto io, il vostro cammino». Il diacono non consacrato, anche quando la malattia lo costringeva a sbalzi di temperature impressionanti, mantenne la coerenza delle sue affermazioni ed il suo impegno. Traendo forza nella sua fede. Il suo crollo fisico, il giovedì di quaresima del 1995, mentre stava facendo il digiuno per prepararsi alla Santa Pasqua. Una violenta crisi di assenza che costrinse al suo ricovero in ospedale. E a chi gli chiedeva “come va, stai ancora male”, lui rispondeva “cosa vuoi che sia rispetto alle sofferenze di Cristo sulla croce per salvare noi, dalla nostra miseria umana”. “Casa Michele” per sua stessa scelta accolse l’ultimo suo anelito della vita. L’ultimo suo pensiero rivolto ai ragazzi in difficoltà. Ora il centro “Casa Michele ” tornerà presto a ridare speranza, nello stesso sorriso che mai abbandonò Antonio.
I lavori in corso
Ecco come diventerà
Su “Casa Michele” interventi sperimentali per rendere l’edificio adeguato ai tempi. A spiegarli alla “Gazzetta” il direttore dei lavori l’arch. Antonio Lovaglio: «i lavori consistono nell’adeguamento e ristrutturazione struttura esistente Ex Lazzaretto Spinazzola. Le opere consistono nella realizzazione di lavori edili interni, sistemazione e bonifica dell’area esterna pertinenziale con piantumazione di nuove alberature e rifacimento degli impianti tecnologici. Tutte le opere edili ed impiantistiche sono occorrenti per adeguare l’intera struttura alle esigenze residenziali attuali richieste dalla normativa vigente in materia di sicurezza, ai regolamenti igienico sanitari ed in ottemperanza al contenimento dei consumi energetici degli edifici». Prosegue l’architetto: «i criteri delle scelte progettuali che hanno caratterizzato l’intervento sono improntati sulla consapevolezza che questa esperienza incarna necessariamente il ruolo di vero e proprio progetto-pilota, ed una volta realizzato, di modello per la sperimentazione pubblica in Puglia di un edilizia bioclimatica ed ecosostenibile. L’obiettivo è la realizzazione di una struttura a basso consumo energetico e autosufficiente per quanto concerne i consumi. L’intervento di ristrutturazione è, infatti, un esempio di casa bioclimatica di classe A, in cui l’attenzione progettuale si è concentrata sull’applicabilità ed integrabilità di una sorta di “decalogo” di strategie, tra cui la realizzazione di un impianto di riscaldamento e raffrescamento radiante ottenuto per mezzo di una pompa di calore ad alta resa alimentata da 6,6 Kw di pannelli fotovoltaici totalmente integrati sulla copertura; l’eliminazione dell’allaccio al gestore gas, con riduzione di spesa da parte del Comune; la realizzazione di un’impianto di fitodepurazione per lo smaltimento delle acqua nere e grigie; pavimentazioni interne ed esterne in pietra e creazione di aree verdi, con criteri di ecosostenibilità e biocompatibilità».
mercoledì 7 marzo 2012
AMBIENTE ED ENERGIA
L’INVASIONE DEL TERRITORIO
LA SUPERFICIE
La centrale elettrica, se realizzata, coprirà un’area vasta dai 60mila ai 75mila metri quadri di territorio agricolo
PASSAGGI DI MANO
L’ultimo episodio riguarda i dubbi sulle modalità di realizzazione e cessione delle stazioni elettriche a Terna
Stazione elettrica un’opera discussa
Spinazzola, sul «caso» interrogazione dei radicali
Se qualcuno pensa che Spinazzola, 7000 abitanti, sia un luogo noioso, si sbaglia e di grosso. Perché quello che succede qui ormai da tempo finisce puntualmente all’attenzione di governo e magistratura. L’ultimo episodio riguarda i dubbi sulle modalità di realizzazione e cessione delle stazioni elettriche a Terna finalizzate all’allacciamento degli impianti delle fonti rinnovabili eolico-fotovoltaico, opere a forte impatto ambientale che occupano di circa 70 mila metri quadri. A volerci vedere chiaro il gruppo dei parlamentari radicali Elisabetta Zamparutti, Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni,Matteo Mecacci e Maurizio Turco, i quali hanno presentato una lunga e dettagliata interrogazione con la quale citano una serie di casi che riguardano in particolare la Puglia (Spinazzola), la Basilicata (Montemilone) e la Campania (Montesano)».
IL CASO SPINAZZOLA
Scrivono i parlamentari: «La richiesta partita dall’Ag rienergy di Bari s.r.l. la Regione nel rilasciare l’autorizzazione unica per un impianto fotovoltaico di circa 10 mega watt (9,936 mega watt) alla società, autorizzazione poi annullata in autotutela, poi ritornata efficace e oggi nuovamente in fase di riesame da parte della Regione (fatti di cui si è occupata in passato anche la “Gazzetta” riportando le denunce dei proprietari dei terreni coinvolti ndr) ha autorizzato anche la stazione elettrica di Terna in agro di Spinazzola (capacità di 1000 mega watt), per il collegamento sulla linea ad altissima tensione 380 kV denominata «Matera- Bisaccia», ex «Matera-S.Sofia. Tale stazione occuperebbe 75.000 metri quadrati, più le opere accessorie, in un ambiente agricolo». Da quanto raccolto dagli interroganti, questa stazione non servirà per gli impianti dell’Agrienergy ma piuttosto sarà funzionale ad almeno 18 impianti da fonte rinnovabile per i quali è stato rilasciato il preventivo di connessione. «L'autorizzazione della Regione, proseguono nel testo i radicali, è stata rilasciata nonostante fossero emerse irregolarità paesaggistiche ed ambientali, irregolarità nella procedura espropriativa, varianti progettuali mai autorizzate, parere contrario da parte della Soprintendenza (settembre 2011) e dichiarazione da parte di un dirigente Terna (dott. Evaristo Bartolomeo) non corrispondente a realtà nella parte in cui afferma che la società Terna “nell’ambito dei suoi compiti istituzionali e del vigente programma di sviluppo della Rete di Trasmissione Nazionale, approvato dal Ministero per lo sviluppo economico, ha in progetto la realizzazione di una nuova stazione elettrica di trasformazione 380/150 kV nel Comune di Spinazzola”».
LE CONTRADDIZIONI DEL PIANO
Ancora. Per i parlamentari, «in realtà, si sottolinea, il piano di sviluppo vigente all’epoca dell’autorizzazione (PdS 2009) non prevedeva alcuna stazione elettrica a Spinazzola, che non è presente neppure nei piani di sviluppo successivamente approvati, ma solo nella successiva proposta al piano di sviluppo 2011 della Rtn. In tale proposta, a pagina 124 nella sezione “Nuove esigenze di sviluppo rete”, la società Terna cita la stazione elettrica di Spinazzola ed afferma che “in data 30 settembre 2010 è stato emesso dal Ministero dello sviluppo economico il decreto autorizzativo alla costruzione di Spinazzola”. Il Ministero dello sviluppo economico - tuttavia non avrebbe potuto mai emettere il decreto autorizzativi della stazione elettrica di Spinazzola assente in un piano di sviluppo approvato dallo stesso Ministero. Per i radicali, «questo è il modo in cui le mega stazioni elettriche di Terna non passano il vaglio che deriverebbe da un inserimento nel piano di sviluppo e vedono la Regione rilasciare autorizzazioni in via surrettizia che preoccupano particolarmente per quanto riguarda la Puglia dove le stazioni di Terna previste nella regione sono almeno 23. Nella proposta del piano di sviluppo 2011, la stazione elettrica di Spinazzola viene presentata come un’opera che “consentirà la connessione degli impianti fotovoltaici locali” e nulla dice circa gli impianti eolici. Nello stesso allegato al Piano di sviluppo 2011 «connessioni alla Rete nazionale», riportante tutte le connessioni pervenute nel 2010, si citano solo 2 impianti fotovoltaici dell’Agrienergy di Bari S.r.l. e della Solare di Minervino s.r.l., e nessuno degli impianti eolici citati che hanno comunque avuto il rilascio del preventivo di connessione entro il 2010».
MEGAIMPIANTI E FINANZIAMENTI
Qual è la situazione, secondo i parlamentari? Ad oggi risulta che «nessun impianto fotovoltaico, con connessione all’ipotetica stazione di Spinazzola, è stato realizzato e, in base alla chiusura del registro per i megaimpianti fotovoltaici da parte del GSE, è realistico pensare che nessuno dei mega-impianti fotovoltaici verrà mai realizzato, per impossibilità di accedere agli incentivi statali. Da ciò deriverebbe l’inutilità della stessa».
SPINAZZOLA LA RICHIESTA DEI PARLAMENTARI AI DIVERSI MINISTERI COMPETENTI
Impianti autorizzati oppure no un enigma tutto da chiarire
Cosa chiedono i parlamentari al presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro per i beni e le attività culturali? Vogliono sapere «se sia vero quanto riferito nella loro interrogazione, in particolare se le stazioni siano state autorizzate o in corso di autorizzazione, nonostante siano assenti dal piano di sviluppo e quindi non siano state oggetto di preventiva autorizzazione da parte del Ministro dello sviluppo economico. Se si possa considerare valido l'iter autorizzativi delle stazioni citate nella interrogazione per il solo fatto che la stazione elettrica sia solo nominalmente menzionata nei preventivi di connessione rilasciati da Terna agli impianti, posto che appare agli interroganti un modo surrettizio quello di far presentare in regione dalla società proponente l'impianto anche il progetto relativo alla stazione».
E poi: «Ritiene il governo di inviare con la massima urgenza un'ispezione del comando dei carabinieri per la tutela dell'ambiente al fine di accertare quanto rappresentato circa l'operato di Terna in Basilicata, Puglia e Campania, segnalando le eventuali violazioni di legge all'autorità giudiziaria per i seguiti di competenza»?. Ancora: «Come intende il governo rafforzare, anche rispetto al pregresso, la tutela dell'ambiente e del paesaggio conformemente a quanto richiesto dalle direttive della Commissione europea che più volte hanno ribadito la necessità e l'urgenza di innalzare il livello di attenzione per le ricadute ambientali e paesaggistiche in merito alla costruzione delle infrastrutture energetiche nonché dal Protocollo sull'efficienza energetica e sugli aspetti ambientali correlati (entrato in vigore il 16 aprile 1998)»?. Domanda conclusiva: «Come intende il governo affrontare quello che appare agli interroganti l'anomalo ed inquietante proliferare di mega-stazioni elettriche di Terna Spa nella regione Puglia, ciascuna delle quali ricopre, puntualmente, decine di migliaia di metri quadrati di superficie di terreno agricolo ad alta produttività, in contesti estranei a qualunque tipo di attività economica industriale come quella che si vuole realizzare?».
venerdì 2 marzo 2012
AMBIENTE E TUTELA
IL RISCHIO INQUINAMENTO
RIFIUTI LIQUIDI
«L’acqua piovana non potrà essere convogliata nel canale Capodaqua»: la diffida è arrivata dall’Ente per lo Sviluppo
Ma dove saranno smaltite le acque della discarica?
Spinazzola, la pioggia ha allagato le cave di Grottelline
di Cosimo Forina
«L’acqua piovana accumulatesi nella zona già coibentata ed in altre della cava di “Grottelline” destinata a discarica per l’Ato Ba/4, data in gestione dalla Regione, Nichi Vendola, per 17 anni all’Ati Tradeco-Gogeam, la prima azienda del patron dei rifiuti in Puglia Carlo Dante Columella, la seconda vede socia di maggioranza la famiglia della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, non potrà essere smaltita nel canale “Capodacqua ”». A sostenerlo l’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia. L’intervento dell’Ente, direttore generale Stefano Zoccali, è scaturito dopo la pubblicazione della notizia apparsa sulla “Gazzetta” inerente una richiesta avanzata dalla società Tradeco srl il 28 luglio 2011 alla Provincia Barletta- Andria-Trani, che a tale proposito ha interpellato l’Arpa, su «smaltimento nel canale Capodacqua di acque piovane accumulatesi nel sito interessato dalle operazioni di costruzione dell’impianto di biostabilizzazione ed opere connesse». Il sollecito alla sospensiva di ogni autorizzazione alla scarico, di cui sarà data comunicazione anche al prefetto Carlo Sessa, scaturirebbe da questa motivazione: «l’Ente è gestore della diga “Serra del Corvo” sul torrente Basentello e le acque del canale Capodacqua sfociano nell’invaso. La disposizione precauzionale viene ritenuta necessaria al fine di preservare l’invaso da possibili fonti di inquinamento con conseguente moria della fauna ittica ed il rischio di apporto di elementi inquinanti in acque destinate alla distribuzione irrigua». Nell’ambito della risposta della Provincia, settore Ambiente, firmata dal funzionario Emiliano Pierelli e dal dirigente Vito Bruno fatta pervenire alla Tradeco, al Comune di Spinazzola, al dirigente responsabile ing.Giuseppe Gravina del dipartimento Provinciale Arpa Puglia di Bari, nonché al procuratore della Repubblica Michele Ruggiero del Tribunale di Trani, datata 5 dicembre 2011, viene specificato: «condividendo quanto indicato dal Dipartimento provinciale Bat dell’Arpa Puglia, lo scrivente settore, ritiene che la società istante (la Tradeco,ndr), qualora intenda richiedere l’autorizzazione allo scarico delle acque piovane di cui trattasi, debba dotare il bacino di accumulo di un “sistema stabile di collettamento” e relativo pozzetto di ispezione e prelievo campioni e conseguentemente richiedere l’apposita autorizzazione allo scarico, presentando formale istanza munita di tutta la documentazione tecnico-descrittiva necessaria all’espletamento della relativa attività istruttoria». Ed ancora: «qualora, invece, la società intenda adottare modalità diverse, si ritiene che le acque da conferire siano da considerare “rifiuto liquido” e pertanto soggette alle norme di smaltimento». Ma cosa sorprende in questa ennesima storia su “Grottelline”? Sempre nella missiva partita dalla Provincia si fa riferimento ad un sollecito avanzato dalla Tradeco, in cui sarebbe stato allegato il nulla osta tecnico a riversare le acque piovane nel canale “Capodacqua” rilasciato dal Consorzio di Bonifica Terre d’Apulia, mentre ora si apprende la netta contrarietà motivata dell’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione. Le abbondanti piogge dei mesi scorsi hanno messo in evidenza come l’acqua ha di fatto invaso le cave che si vogliono destinate a discarica ponendo un problema di criticità idrogeologica dell’area. Come di già era stato sostenuto dal Comune di Poggiorsini, città a confine con “Grottelline ” contrario all’insediamento dell’immondezzaio, in una relazione inviata alla Regione e alla Procura di Trani. Ed in particolare proprio della zona coibentata che corrisponde in parte alla ormai famosa particella 144 esclusa inizialmente dalla procedura VIA del progetto approvato in Regione, riapparsa in sede di esproprio, origine del primo sequestro da parte della Procura di Trani. Ma non solo. Mentre non sorprende l’attivazione dell’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione, non si registra nessuna azione da parte dell’ufficio tecnico comunale che avrebbe dovuto effettuare almeno un sopralluogo.
IL RISCHIO INQUINAMENTO
RIFIUTI LIQUIDI
«L’acqua piovana non potrà essere convogliata nel canale Capodaqua»: la diffida è arrivata dall’Ente per lo Sviluppo
Ma dove saranno smaltite le acque della discarica?
Spinazzola, la pioggia ha allagato le cave di Grottelline
di Cosimo Forina
«L’acqua piovana accumulatesi nella zona già coibentata ed in altre della cava di “Grottelline” destinata a discarica per l’Ato Ba/4, data in gestione dalla Regione, Nichi Vendola, per 17 anni all’Ati Tradeco-Gogeam, la prima azienda del patron dei rifiuti in Puglia Carlo Dante Columella, la seconda vede socia di maggioranza la famiglia della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, non potrà essere smaltita nel canale “Capodacqua ”». A sostenerlo l’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia. L’intervento dell’Ente, direttore generale Stefano Zoccali, è scaturito dopo la pubblicazione della notizia apparsa sulla “Gazzetta” inerente una richiesta avanzata dalla società Tradeco srl il 28 luglio 2011 alla Provincia Barletta- Andria-Trani, che a tale proposito ha interpellato l’Arpa, su «smaltimento nel canale Capodacqua di acque piovane accumulatesi nel sito interessato dalle operazioni di costruzione dell’impianto di biostabilizzazione ed opere connesse». Il sollecito alla sospensiva di ogni autorizzazione alla scarico, di cui sarà data comunicazione anche al prefetto Carlo Sessa, scaturirebbe da questa motivazione: «l’Ente è gestore della diga “Serra del Corvo” sul torrente Basentello e le acque del canale Capodacqua sfociano nell’invaso. La disposizione precauzionale viene ritenuta necessaria al fine di preservare l’invaso da possibili fonti di inquinamento con conseguente moria della fauna ittica ed il rischio di apporto di elementi inquinanti in acque destinate alla distribuzione irrigua». Nell’ambito della risposta della Provincia, settore Ambiente, firmata dal funzionario Emiliano Pierelli e dal dirigente Vito Bruno fatta pervenire alla Tradeco, al Comune di Spinazzola, al dirigente responsabile ing.Giuseppe Gravina del dipartimento Provinciale Arpa Puglia di Bari, nonché al procuratore della Repubblica Michele Ruggiero del Tribunale di Trani, datata 5 dicembre 2011, viene specificato: «condividendo quanto indicato dal Dipartimento provinciale Bat dell’Arpa Puglia, lo scrivente settore, ritiene che la società istante (la Tradeco,ndr), qualora intenda richiedere l’autorizzazione allo scarico delle acque piovane di cui trattasi, debba dotare il bacino di accumulo di un “sistema stabile di collettamento” e relativo pozzetto di ispezione e prelievo campioni e conseguentemente richiedere l’apposita autorizzazione allo scarico, presentando formale istanza munita di tutta la documentazione tecnico-descrittiva necessaria all’espletamento della relativa attività istruttoria». Ed ancora: «qualora, invece, la società intenda adottare modalità diverse, si ritiene che le acque da conferire siano da considerare “rifiuto liquido” e pertanto soggette alle norme di smaltimento». Ma cosa sorprende in questa ennesima storia su “Grottelline”? Sempre nella missiva partita dalla Provincia si fa riferimento ad un sollecito avanzato dalla Tradeco, in cui sarebbe stato allegato il nulla osta tecnico a riversare le acque piovane nel canale “Capodacqua” rilasciato dal Consorzio di Bonifica Terre d’Apulia, mentre ora si apprende la netta contrarietà motivata dell’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione. Le abbondanti piogge dei mesi scorsi hanno messo in evidenza come l’acqua ha di fatto invaso le cave che si vogliono destinate a discarica ponendo un problema di criticità idrogeologica dell’area. Come di già era stato sostenuto dal Comune di Poggiorsini, città a confine con “Grottelline ” contrario all’insediamento dell’immondezzaio, in una relazione inviata alla Regione e alla Procura di Trani. Ed in particolare proprio della zona coibentata che corrisponde in parte alla ormai famosa particella 144 esclusa inizialmente dalla procedura VIA del progetto approvato in Regione, riapparsa in sede di esproprio, origine del primo sequestro da parte della Procura di Trani. Ma non solo. Mentre non sorprende l’attivazione dell’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione, non si registra nessuna azione da parte dell’ufficio tecnico comunale che avrebbe dovuto effettuare almeno un sopralluogo.
domenica 26 febbraio 2012
LA GERMANIA L'ITALIA E IL CARCERE DI SPINAZZOLA
di RINO DALOISO
Il vero "spread" che affligge la nostra vita quotidiana non è quello finanziario. Il differenziale tra il tasso di rendimento di un'obbligazione di Stato italiana e una tedesca, infatti, può anche dimezzarsi nell'arco di alcuni mesi e di un cambio di governo, come sta effettivamente accadendo. Ma lo "spread" che sta nella testa delle persone e del modo di amministrare la cosa pubblica, beh, quello è più difficile da cambiare. Anzi, è impresa quasi impossibile. Si veda, ad esempio, la vicenda del carcere di Spinazzola. Una vicenda emblematica e vergognosa. E per la quale la politica, se ha ancora una qualche credibilità, tra congressi, cordate correntizie e pacchetti di tessere come azioni di società di capitali, dovrebbe provare a battere un colpo. Non a vuoto, se ne è ancora capace. Fin qui i nostri ineffabili rappresentanti, in perfetto stile bipartisan (quando non cavano un ragno dal buco, di solito viaggiano di conserva) hanno collezionato fieri propositi e beffarde ritirate, ad opera di una burocrazia che propone e dispone, infischiandosene di richieste, ordini del giorno anche parlamentari e, quel che più conta, della realtà delle cose. Riassumiamo sinteticamente i fatti. L'altro giorno viene convocata a Bari una riunione presso il Dipartimento regionale dell'amministrazione penitenziaria. Si discute, tra l'altro, del personale da destinare a Spinazzola per riaprire il carcere-modello per sex offender, detenuti che si sono macchiati di reati di carattere sessuale, chiuso incredibilmente a metà del 2011. Perché? Non si riuscì a trovare 12 guardie carcerarie in più per portare la struttura "a regime" (circa cento detenuti, la previsione). Per riaprirlo, stavolta, ne occorrono 54 di addetti: possibile - il dubbio alla vigilia dell'incontro dell'altro ieri - che quello che è stato impossibile alcuni mesi fa diventi praticabile adesso, con una richiesta di personale quattro volte maggiore di quella precedente La trattativa dei sindacati degli agenti di custodia con il capo dipartimento Giuseppe Martone per un po' ha affrontato la questione della "pianta organica". Poi il colpo di scena (ma non troppo): è superfluo parlare di "pianta organica" - fa presenta Martone ai sindacati - perché la direzione generale beni e servizi dell'Amministrazione penitenziaria ha fatto sapere che il carcere di Spinazzola può ospitare al massimo 68 persone (54 detenuti e 14 semiliberi), altro che i 100 che renderebbero non più antieconomica la gestione della struttura. Insomma, l'Amministrazione penitenziaria ora (solo ora) corregge se stessa: nel 2011 indicava la "quota dell'efficienza" a 100 detenuti, ma (c'è sempre un "ma") non aveva tenuto conto che gli interventi tecnici da realizzare (docce, sale per attività tratta mentali e passeggi) avrebbero ridotto a 68 il tetto massimo degli ospiti. E, quel che è ancora più assurdo, tutto questo è stato messo nero su bianco il 31 gennaio e il 2 febbraio 2012, prima ancora quindi che il successivo 14 febbraio il governo Monti accogliesse l'ordine del giorno presentato dall'on. Benedetto Fucci (Pdl), sulla riapertura del carcere di Spinazzola, anche sulla scorta del parere favorevole (25 ottobre 2011)
già espresso dal capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che nel frattempo ha ceduto l'incarico a Giovanni Tamburrino. Insomma, siamo di fronte al classico esempio di amministrazione in cui la destra (la direzione generale del personale) non sa quello che ha già fatto la sinistra (la direzione generale beni e servizi). E tutto questo pone governo e parlamento nelle condizioni di "decidere" (si fa per dire) senza cognizione di causa. "Conoscere per deliberare" diceva Luigi Einaudi, grande economista e presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. Ora siamo alle "deliberazioni" senza una adeguata conoscenza. E i risultati si vedono. E pensare che anche lo scorso anno il carcere di Spinazzola era stato al centro di una commedia dell'assurdo degna di Ionesco: a luglio a Palazzo di Città si teneva una riunione con tutti i rappresentanti istituzionali del nostro terriorio per "scongiurare" una chiusura (quella del carcere) che l'amministrazione penitenziaria aveva già messo nero su bianco e di cui non fu possibile che prendere atto ad agosto, "saccheggio" della struttura a metà settembre incluso. A proposito: per riparare quei danni e rendere nuovamente agibile la struttura, si legge nelle carte della direzione generale beni e servizi dell'Amministrazione penitenziaria, occorrerebbero dai 200 ai 250mila euro? Chi paga? Meglio: chi avrebbe dovuto pagare, visto che il problema è stato "risolto" (anche in questo caso, si fa per dire) alla radice, cancellando la strombazzata riapertura del carcere? "Non è che – come sottolinea Vincenzo Lamonaca, segretario regionale Ugl Polizia penitenziaria - le varie carenze strutturali denunciate correttamente dai tecnici del Dipartimento amministrazione penitenziaria ed ostative alla riapertura possano rappresentare il modo per mettere la sordina a tutta la vicenda e per evitare così che possano emergere eventuali responsabilità di tipo politico, contabile e amministrativo, magari scomode all'approssimarsi delle competizioni elettorali, amministrative e politiche?". E poi: "Cosa accadrebbe se gli stessi tecnici adottassero il medesimo metro valutativo impiegato per decretare di fatto la chiusura di Spinazzola, magari visitando qualche istituto con caratteristiche simili?". Nell'attesa che qualcuno sciolga il non tanto amletico dubbio, viene da pensare all'articolo 27 della nostra Costituzione, per il quale "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Chissà cosa ne pensa chi è stato detenuto nel carcere modello di Spinazzola e ora langue in qualche carcere sovraffollato del Belpaese. "Bello" e "dove crescono i limoni" diceva il tedesco Goethe alla fine del Settecento nel suo famoso "Viaggio in Italia". E poi aggiungeva: "Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé". Può oggi una vicenda simile a quella del carcere di Spinazzola verificarsi in Germania? Difficile che accada, quasi impossibile. Ma se accadesse, non finirebbe certo con un rassegnato "chi ha avuto ha avuto..." con quel che segue. A pensarci bene, il nostro "spread" quotidiano è tutto qui: nel Paese "dove crescono i limoni", essere carcerati è una colpa agguntiva al reato commesso e "il senso di umanità" e la "rieducazione del condannato" sono formule buone per i convegni o per commentare ritualmente e forse anche cinicamente la serie senza fine di atti di autolesionismo e di suicidi dietro le sbarre.
ruggiero.daloiso@gazzettamezzogiorno.it
SPINAZZOLA
Strutture chiuse
LE MANCANZE
Ci sarebbero carenze strutturali del penitenziario mai evidenziate finché era funzionante, cioè sino al 16 giugno 2011
«L’istituto penitenziario non può essere riaperto»
La doccia fredda arriva dalla relazione dei tecnici del Ministero
di Cosimo Forina
La riapertura del carcere da quanto emerso nella riunione del 24 febbraio tra sindacati e il provveditore regionale Giuseppe Martone: «è stata una colossale presa in giro». Un pugno in faccia alla città che aveva votato in consiglio comunale su proposta ed impegno del sindaco Nicola Di Tullio la richiesta di ripresa delle struttura ed ora si appresta a convocare una conferenza di servizio, a un bel po’ di parlamentari: l’on. Benedetto Fucci, il sen. Luigi D’Ambrosio Lettieri (Pdl), Pierfelice Zazzera (IdV), il gruppo dei Radicali eletti del Pd, il consigliere regionale Ruggero Mennea, il presidente della Provincia Francesco Ventola, il garante dei detenuti della Puglia Pietro Rossi. Tutti si erano spesi per dimostrare che il carcere di Spinazzola, non solo era necessario alla disastrosa situazione pugliese, ma una eccellenza per la detenzione dei “sex offender” che andava salvaguardata e potenziata. C’è però ora un bel enigma: le motivazioni che porterebbero a non avviare più il carcere non sono da addebitare solo ai 54 uomini necessari alla gestione della struttura, stando alla nuova pianta organica Regionale arrivata da Roma o ai costi di ripristino di arredo e suppellettili portati altrove al momento dello smembramento del carcere in pieno agosto (200-250mila euro), ma a carenze strutturali del penitenziario mai evidenziate finché era funzionante, cioè sino al decreto del Guardasigilli Angiolino Alfano del 16 giugno 2011. Insufficienze emerse dopo un sopralluogo e riportate in una relazione del 13 gennaio 2012 a firma dell’ing. Venezia dell’ufficio tecnico del Ministero, portata all’attenzione del Capo Dipartimento Franco Ionta il 24 gennaio 2012 dal direttore generale Alfonso Sabella responsabile delle risorse materiali beni e dei servizi. Sulla base di questa informativa la struttura di Spinazzola è stata dichiarata non idonea ad ospitare 102 detenuti di cui 21 semiliberi come da progetto avanzato dalla direzione dell’Istituto, ma solo 68 di cui 14 semiliberi. «Ma le carenze evidenziate in modo tanto zelante, solo ora, sull’ex carcere di Spinazzola, se estese in una ricognizione su tutti gli altri istituti penitenziari potrebbe essere causa della chiusura di numerosi altre carceri pugliesi e italiane e sarebbe il disastro»: tanto intende chiedere con la creazione di una commissione parlamentare ispettiva, alla luce di quanto emerso, l’on. Benedetto Fucci. Vincenzo Lamonaca dell’Ugl Polizia Penitenziaria: «oggi non è una bella giornata, perché dopo mesi spesi per capire quali fossero i margini di possibile riapertura del dismesso carcere di Spinazzola, è stato messo il proverbiale sacco di mattoni al cadavere che non voleva affondare, nonostante il parere positivo sulla riapertura del carcere di Spinazzola, formulato dall’ex Capo del Dap, Franco Ionta, il 25 ottobre 2011 e l’impegno formale assunto dal Governo Monti sull’odg 9/4909/13 presentato dall’on.le Benedetto Fucci, il 14 febbraio 2012. Da subito abbiamo temuto che la convocazione fosse una “pezza a colori” da utilizzare per evitare la riapertura dell’Istituto di Spinazzola, addossandone la responsabilità ad altri». «Siamo sconcertati - prosegue - dalla palese confusione che regna nell’Amministrazione Penitenziaria, visto che una Direzione generale (quella del personale) chiede lumi sull’organico necessario per riaprire l’Istituto e un’altra (quella dei beni e dei servizi) dice che non sussistono le condizioni. Sarà l’Amministrazione Penitenziaria, non certo noi, a dover spiegare come sia stato possibile far funzionare il carcere di Spinazzola per sette anni. È lecito nutrire il sospetto che la ridda di carenze strutturali denunciate correttamente dai tecnici del Dap ed ostative alla riapertura possa rappresentare il modo per mettere la sordina a tutta la vicenda, ed evitare di far emergere eventuali responsabilità di tipo politico, contabile e amministrativo, magari scomode all’approssimarsi delle competizioni elettorali amministrative e politiche?»
L’elenco
Ecco cosa manca
Queste le carenze strutturali riassunte nella relazione i cui costi non sono stati quantificati:
Mancanza assoluta di qualsivoglia sistema di videosorveglianza. Mancanza dell’acqua calda e della doccia nei servizi igienici di tutte le camere detentive (Dpr 230/00). Mancanza di cortile di passeggio e, visto il punto precedente, di almeno un locale docce nella sezione semiliberi. Evidente insufficienza degli spazi da dedicare alle attività trattamentali, costituiti soltanto da n°2 salette per la socialità ubicate all’interno del corpo detentivo principale: necessità di adeguamento alle norme tecniche di prevenzione incendi del locale cucina e detenuti; mancanza di una caserma agenti e dl relativo locale mensa; presenza, soprattutto nella zona servizi, di serramenti di tipo non penitenziario e non idonei alla funzione assegnata (porte in legno con serrature semplici,ecc); mancanza assoluta di una recinzione dell’area di pertinenze dell’Istituto in modo da costituire una fascia di rispetto nei confronti del muro di cinta esistente; mancanza di un box protetto di controllo per i due cortili di passaggio esistenti;carenza di magazzini (risulta presente soltanto quello destinato al mantenimento detenuti in prossimità della cucina; impossibilità di creare ambulatori specialistici oltre all’infermeria esistente. Inoltre è stata rilevata l’assenza, nella struttura di: tutti gli arredi/apparecchiature necessarie sia nei vari ambienti che nelle camere detentive; almeno una macchina radiogena controllo pacchi, riutilizzata altrove dopo la chiusura.
Questo invece l’elenco nella relazione di quello che dovrebbe essere riacquistato con un costo presunto tra i 200-250mila euro di cui il carcere di Spinazzola era dotato prima dello smembramento: arredamenti per tutti gli uffici (direzione, portineria,matricola, posti agenti ecc); apparecchiature informatiche (Pc, stampanti, ecc); arredamenti di tutte le camere detentive (brande,armadietti, sgabelli, tavolini, ecc) e delle salette socialità (tavoli, sgabelli, ecc); televisori in tutte le camere detentive, arredamenti delle sale colloqui, arredamento dell’infermeria; apparecchiature e arredamento della cucina detenuti; apparecchiature della lavanderia; una macchina RX per controllo pacchi.
di RINO DALOISO
Il vero "spread" che affligge la nostra vita quotidiana non è quello finanziario. Il differenziale tra il tasso di rendimento di un'obbligazione di Stato italiana e una tedesca, infatti, può anche dimezzarsi nell'arco di alcuni mesi e di un cambio di governo, come sta effettivamente accadendo. Ma lo "spread" che sta nella testa delle persone e del modo di amministrare la cosa pubblica, beh, quello è più difficile da cambiare. Anzi, è impresa quasi impossibile. Si veda, ad esempio, la vicenda del carcere di Spinazzola. Una vicenda emblematica e vergognosa. E per la quale la politica, se ha ancora una qualche credibilità, tra congressi, cordate correntizie e pacchetti di tessere come azioni di società di capitali, dovrebbe provare a battere un colpo. Non a vuoto, se ne è ancora capace. Fin qui i nostri ineffabili rappresentanti, in perfetto stile bipartisan (quando non cavano un ragno dal buco, di solito viaggiano di conserva) hanno collezionato fieri propositi e beffarde ritirate, ad opera di una burocrazia che propone e dispone, infischiandosene di richieste, ordini del giorno anche parlamentari e, quel che più conta, della realtà delle cose. Riassumiamo sinteticamente i fatti. L'altro giorno viene convocata a Bari una riunione presso il Dipartimento regionale dell'amministrazione penitenziaria. Si discute, tra l'altro, del personale da destinare a Spinazzola per riaprire il carcere-modello per sex offender, detenuti che si sono macchiati di reati di carattere sessuale, chiuso incredibilmente a metà del 2011. Perché? Non si riuscì a trovare 12 guardie carcerarie in più per portare la struttura "a regime" (circa cento detenuti, la previsione). Per riaprirlo, stavolta, ne occorrono 54 di addetti: possibile - il dubbio alla vigilia dell'incontro dell'altro ieri - che quello che è stato impossibile alcuni mesi fa diventi praticabile adesso, con una richiesta di personale quattro volte maggiore di quella precedente La trattativa dei sindacati degli agenti di custodia con il capo dipartimento Giuseppe Martone per un po' ha affrontato la questione della "pianta organica". Poi il colpo di scena (ma non troppo): è superfluo parlare di "pianta organica" - fa presenta Martone ai sindacati - perché la direzione generale beni e servizi dell'Amministrazione penitenziaria ha fatto sapere che il carcere di Spinazzola può ospitare al massimo 68 persone (54 detenuti e 14 semiliberi), altro che i 100 che renderebbero non più antieconomica la gestione della struttura. Insomma, l'Amministrazione penitenziaria ora (solo ora) corregge se stessa: nel 2011 indicava la "quota dell'efficienza" a 100 detenuti, ma (c'è sempre un "ma") non aveva tenuto conto che gli interventi tecnici da realizzare (docce, sale per attività tratta mentali e passeggi) avrebbero ridotto a 68 il tetto massimo degli ospiti. E, quel che è ancora più assurdo, tutto questo è stato messo nero su bianco il 31 gennaio e il 2 febbraio 2012, prima ancora quindi che il successivo 14 febbraio il governo Monti accogliesse l'ordine del giorno presentato dall'on. Benedetto Fucci (Pdl), sulla riapertura del carcere di Spinazzola, anche sulla scorta del parere favorevole (25 ottobre 2011)
già espresso dal capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che nel frattempo ha ceduto l'incarico a Giovanni Tamburrino. Insomma, siamo di fronte al classico esempio di amministrazione in cui la destra (la direzione generale del personale) non sa quello che ha già fatto la sinistra (la direzione generale beni e servizi). E tutto questo pone governo e parlamento nelle condizioni di "decidere" (si fa per dire) senza cognizione di causa. "Conoscere per deliberare" diceva Luigi Einaudi, grande economista e presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. Ora siamo alle "deliberazioni" senza una adeguata conoscenza. E i risultati si vedono. E pensare che anche lo scorso anno il carcere di Spinazzola era stato al centro di una commedia dell'assurdo degna di Ionesco: a luglio a Palazzo di Città si teneva una riunione con tutti i rappresentanti istituzionali del nostro terriorio per "scongiurare" una chiusura (quella del carcere) che l'amministrazione penitenziaria aveva già messo nero su bianco e di cui non fu possibile che prendere atto ad agosto, "saccheggio" della struttura a metà settembre incluso. A proposito: per riparare quei danni e rendere nuovamente agibile la struttura, si legge nelle carte della direzione generale beni e servizi dell'Amministrazione penitenziaria, occorrerebbero dai 200 ai 250mila euro? Chi paga? Meglio: chi avrebbe dovuto pagare, visto che il problema è stato "risolto" (anche in questo caso, si fa per dire) alla radice, cancellando la strombazzata riapertura del carcere? "Non è che – come sottolinea Vincenzo Lamonaca, segretario regionale Ugl Polizia penitenziaria - le varie carenze strutturali denunciate correttamente dai tecnici del Dipartimento amministrazione penitenziaria ed ostative alla riapertura possano rappresentare il modo per mettere la sordina a tutta la vicenda e per evitare così che possano emergere eventuali responsabilità di tipo politico, contabile e amministrativo, magari scomode all'approssimarsi delle competizioni elettorali, amministrative e politiche?". E poi: "Cosa accadrebbe se gli stessi tecnici adottassero il medesimo metro valutativo impiegato per decretare di fatto la chiusura di Spinazzola, magari visitando qualche istituto con caratteristiche simili?". Nell'attesa che qualcuno sciolga il non tanto amletico dubbio, viene da pensare all'articolo 27 della nostra Costituzione, per il quale "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Chissà cosa ne pensa chi è stato detenuto nel carcere modello di Spinazzola e ora langue in qualche carcere sovraffollato del Belpaese. "Bello" e "dove crescono i limoni" diceva il tedesco Goethe alla fine del Settecento nel suo famoso "Viaggio in Italia". E poi aggiungeva: "Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé". Può oggi una vicenda simile a quella del carcere di Spinazzola verificarsi in Germania? Difficile che accada, quasi impossibile. Ma se accadesse, non finirebbe certo con un rassegnato "chi ha avuto ha avuto..." con quel che segue. A pensarci bene, il nostro "spread" quotidiano è tutto qui: nel Paese "dove crescono i limoni", essere carcerati è una colpa agguntiva al reato commesso e "il senso di umanità" e la "rieducazione del condannato" sono formule buone per i convegni o per commentare ritualmente e forse anche cinicamente la serie senza fine di atti di autolesionismo e di suicidi dietro le sbarre.
ruggiero.daloiso@gazzettamezzogiorno.it
SPINAZZOLA
Strutture chiuse
LE MANCANZE
Ci sarebbero carenze strutturali del penitenziario mai evidenziate finché era funzionante, cioè sino al 16 giugno 2011
«L’istituto penitenziario non può essere riaperto»
La doccia fredda arriva dalla relazione dei tecnici del Ministero
di Cosimo Forina
La riapertura del carcere da quanto emerso nella riunione del 24 febbraio tra sindacati e il provveditore regionale Giuseppe Martone: «è stata una colossale presa in giro». Un pugno in faccia alla città che aveva votato in consiglio comunale su proposta ed impegno del sindaco Nicola Di Tullio la richiesta di ripresa delle struttura ed ora si appresta a convocare una conferenza di servizio, a un bel po’ di parlamentari: l’on. Benedetto Fucci, il sen. Luigi D’Ambrosio Lettieri (Pdl), Pierfelice Zazzera (IdV), il gruppo dei Radicali eletti del Pd, il consigliere regionale Ruggero Mennea, il presidente della Provincia Francesco Ventola, il garante dei detenuti della Puglia Pietro Rossi. Tutti si erano spesi per dimostrare che il carcere di Spinazzola, non solo era necessario alla disastrosa situazione pugliese, ma una eccellenza per la detenzione dei “sex offender” che andava salvaguardata e potenziata. C’è però ora un bel enigma: le motivazioni che porterebbero a non avviare più il carcere non sono da addebitare solo ai 54 uomini necessari alla gestione della struttura, stando alla nuova pianta organica Regionale arrivata da Roma o ai costi di ripristino di arredo e suppellettili portati altrove al momento dello smembramento del carcere in pieno agosto (200-250mila euro), ma a carenze strutturali del penitenziario mai evidenziate finché era funzionante, cioè sino al decreto del Guardasigilli Angiolino Alfano del 16 giugno 2011. Insufficienze emerse dopo un sopralluogo e riportate in una relazione del 13 gennaio 2012 a firma dell’ing. Venezia dell’ufficio tecnico del Ministero, portata all’attenzione del Capo Dipartimento Franco Ionta il 24 gennaio 2012 dal direttore generale Alfonso Sabella responsabile delle risorse materiali beni e dei servizi. Sulla base di questa informativa la struttura di Spinazzola è stata dichiarata non idonea ad ospitare 102 detenuti di cui 21 semiliberi come da progetto avanzato dalla direzione dell’Istituto, ma solo 68 di cui 14 semiliberi. «Ma le carenze evidenziate in modo tanto zelante, solo ora, sull’ex carcere di Spinazzola, se estese in una ricognizione su tutti gli altri istituti penitenziari potrebbe essere causa della chiusura di numerosi altre carceri pugliesi e italiane e sarebbe il disastro»: tanto intende chiedere con la creazione di una commissione parlamentare ispettiva, alla luce di quanto emerso, l’on. Benedetto Fucci. Vincenzo Lamonaca dell’Ugl Polizia Penitenziaria: «oggi non è una bella giornata, perché dopo mesi spesi per capire quali fossero i margini di possibile riapertura del dismesso carcere di Spinazzola, è stato messo il proverbiale sacco di mattoni al cadavere che non voleva affondare, nonostante il parere positivo sulla riapertura del carcere di Spinazzola, formulato dall’ex Capo del Dap, Franco Ionta, il 25 ottobre 2011 e l’impegno formale assunto dal Governo Monti sull’odg 9/4909/13 presentato dall’on.le Benedetto Fucci, il 14 febbraio 2012. Da subito abbiamo temuto che la convocazione fosse una “pezza a colori” da utilizzare per evitare la riapertura dell’Istituto di Spinazzola, addossandone la responsabilità ad altri». «Siamo sconcertati - prosegue - dalla palese confusione che regna nell’Amministrazione Penitenziaria, visto che una Direzione generale (quella del personale) chiede lumi sull’organico necessario per riaprire l’Istituto e un’altra (quella dei beni e dei servizi) dice che non sussistono le condizioni. Sarà l’Amministrazione Penitenziaria, non certo noi, a dover spiegare come sia stato possibile far funzionare il carcere di Spinazzola per sette anni. È lecito nutrire il sospetto che la ridda di carenze strutturali denunciate correttamente dai tecnici del Dap ed ostative alla riapertura possa rappresentare il modo per mettere la sordina a tutta la vicenda, ed evitare di far emergere eventuali responsabilità di tipo politico, contabile e amministrativo, magari scomode all’approssimarsi delle competizioni elettorali amministrative e politiche?»
L’elenco
Ecco cosa manca
Queste le carenze strutturali riassunte nella relazione i cui costi non sono stati quantificati:
Mancanza assoluta di qualsivoglia sistema di videosorveglianza. Mancanza dell’acqua calda e della doccia nei servizi igienici di tutte le camere detentive (Dpr 230/00). Mancanza di cortile di passeggio e, visto il punto precedente, di almeno un locale docce nella sezione semiliberi. Evidente insufficienza degli spazi da dedicare alle attività trattamentali, costituiti soltanto da n°2 salette per la socialità ubicate all’interno del corpo detentivo principale: necessità di adeguamento alle norme tecniche di prevenzione incendi del locale cucina e detenuti; mancanza di una caserma agenti e dl relativo locale mensa; presenza, soprattutto nella zona servizi, di serramenti di tipo non penitenziario e non idonei alla funzione assegnata (porte in legno con serrature semplici,ecc); mancanza assoluta di una recinzione dell’area di pertinenze dell’Istituto in modo da costituire una fascia di rispetto nei confronti del muro di cinta esistente; mancanza di un box protetto di controllo per i due cortili di passaggio esistenti;carenza di magazzini (risulta presente soltanto quello destinato al mantenimento detenuti in prossimità della cucina; impossibilità di creare ambulatori specialistici oltre all’infermeria esistente. Inoltre è stata rilevata l’assenza, nella struttura di: tutti gli arredi/apparecchiature necessarie sia nei vari ambienti che nelle camere detentive; almeno una macchina radiogena controllo pacchi, riutilizzata altrove dopo la chiusura.
Questo invece l’elenco nella relazione di quello che dovrebbe essere riacquistato con un costo presunto tra i 200-250mila euro di cui il carcere di Spinazzola era dotato prima dello smembramento: arredamenti per tutti gli uffici (direzione, portineria,matricola, posti agenti ecc); apparecchiature informatiche (Pc, stampanti, ecc); arredamenti di tutte le camere detentive (brande,armadietti, sgabelli, tavolini, ecc) e delle salette socialità (tavoli, sgabelli, ecc); televisori in tutte le camere detentive, arredamenti delle sale colloqui, arredamento dell’infermeria; apparecchiature e arredamento della cucina detenuti; apparecchiature della lavanderia; una macchina RX per controllo pacchi.
mercoledì 15 febbraio 2012
Perché sciogliere per presunte “infiltrazioni mafiose” il consiglio comunale di Salemi in Sicilia e non, per esempio, quello di Altamura in Puglia?
by Carlo Vulpio
Ecco il testo integrale della lettera aperta di Carlo Vulpio, indirizzata anche al ministro dell'Interno, pubblicata da "il Giornale" il 15 febbraio 2012 in versione rimaneggiata (ma senza tradirne il senso, poiché i tagli sono stati eseguiti per sole ragioni di spazio).
Caro direttore, egregio signor ministro dell’Interno,
conosco bene Sgarbi, conosco Salemi – tanto che Sgarbi nel 2010 mi chiese di andare lì a fare l’assessore nella sua giunta – e conosco benissimo Altamura, 70 mila abitanti, in Puglia, sia perché ci sono nato sia perché – per il mio giornale, il Corriere della Sera – ho avuto modo di occuparmene diverse volte.
Cosa lega Salemi e Altamura? Quello che da oggi potremmo chiamare “il paradosso di Sgarbi”: se il consiglio comunale è quello di Salemi, è da sciogliere per presunte infiltrazioni mafiose, come recita il rapporto di polizia degli ispettori del Viminale; se invece il consiglio comunale è quello di Altamura, un bubbone in metastasi – come vedremo più avanti – esso può continuare a rappresentare il popolo, nonostante le inchieste delle procure antimafia, gli assassinii, gli attentati, le connivenze manifeste.
Non intendo svolgere analisi, ma solo mettere in fila dei fatti, affinché ciascuno possa formarsi una opinione da solo. Prima però devo dire una cosa essenziale. Sgarbi non solo non è mafioso – nemmeno per mentalità -e non ha favorito né la mafia né i mafiosi. Ma ha fatto un tale “pressing” con denunce alla magistratura, alle forze dell’ordine e all’opinione pubblica sul tema del più grande business di stampo mafioso del secolo, l’eolico e il fotovoltaico industriali, da essere diventato, come sindaco di Salemi, il candidato naturale delle ritorsioni mafiose, paramafiose e finto-antimafiose, queste ultime tipiche dei professionisti dell’antimafia.
Veniamo però ad Altamura ed elenchiamo, in 22 schematici punti, i fatti.
1) Questa ricca e operosa città è stata l’epicentro della inchiesta Sanità-Rifiuti, tutt’ora in corso, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari. Inchiesta che ha messo nei guai, tra gli altri, il senatore pd Alberto Tedesco (che, diciamolo subito, rischia di essere l’unico a pagare, affinché tutti gli altri si salvino). Un’inchiesta devastante che tuttavia è stata metodicamente “oscurata” dalle imprese della escort D’Addario. 2) Altamura è la città in cui opera l’azienda di raccolta e smaltimento rifiuti – azienda leader in Puglia - che ha il più grosso appalto della città (e in diverse altre città), coinvolta nell’inchiesta della Dda. 3) Questa azienda ha apertamente sostenuto la campagne elettorali di Tedesco e di Vendola. 4) Questa azienda, con la giunta Vendola, ha realizzato discariche da un capo all’altro della Puglia, in consorzio con il gruppo Marcegaglia, impresa capofila. 5) Un collaboratore di giustizia affiliato al clan del boss ammazzato il 6 settembre 2010 - che si e' autoaccusato dell'attentato ad Alessio Dipalo, un giornalista indipendente che denunciava il malaffare attraverso l'ascoltatissima Radio Regio -, ha rivelato di averlo fatto nell'interesse dell'azienda in questione allo scopo di “dissuadere” il giornalista. 6) Di Palo è stato minacciato, picchiato, ha subìto un attentato con una bomba, gli hanno incendiato l’auto e – come risulta dagli atti processuali –doveva essere ucciso. 7) I vertici dell’azienda in questione sono stati arrestati e risultano indagati per questi e altri fatti connessi. 8) Per gli stessi fatti e' stato anche arrestato un comandante dei carabinieri e sono indagati un sottufficiale dei carabinieri, alcuni politici e professionisti, tutti accusati di aver protetto il boss poi ucciso. 9) Negli ultimi quindici anni, in questa città che non è Salemi, sono state uccise 15 persone, e nessuno di questi casi è stato ancora risolto. 10) Dal 2005, in questa città che non è Salemi, sono sparite tre persone, tre casi di “lupara bianca”. 11) Mentre accadeva tutto questo, i politici di destra e di sinistra hanno fatto a gara a querelare Dipalo per diffamazione. 12) I pm di Bari hanno fatto a gara nel chiedere e ottenere il rinvio a giudizio di Dipalo per diffamazione. 13) Il procuratore aggiunto di Bari, Marco Di Napoli, oggi capo della procura di Brindisi, ha addirittura chiuso preventivamente Radio Regio, cosa mai accaduta a una radio libera dal 1976 a oggi (salvo casi legati a fatti di terrorismo). 14) Dipalo intanto, per l’altro pm che conduce l’inchiesta, Desirèe Digeronimo - contro cui si è scagliato Vendola con una lettera pubblica minacciosa e violentissima -, diventa supertestimone dell’inchiesta in corso. Oggi, dice il Rapporto Ossigeno della Federazione nazionale della stampa e dell’Ordine dei giornalisti, Dipalo è primo in classifica tra i giornalisti italiani in grave pericolo. Mentre il fratello di Dipalo, imprenditore taglieggiato, è diventato testimone di giustizia e con la famiglia si trova in una località protetta. 15) Il presidente del consiglio comunale di questa città che non è Salemi, è cugino e fan del boss ucciso. 16) Il sindaco, di centrodestra (ma la situazione non era diversa con il predecessore di centrosinistra), e un assessore di questa città che non è Salemi, erano anche loro fan su Facebook del boss ucciso e lo frequentavano. 17) Gli odierni consiglieri comunali di Sel e Pd, con la sponda di colleghi del PdL, sono gli stessi che hanno chiesto alla questura e al prefetto, con un provvedimento di consiglio comunale (!) di tenere “sotto osservazione” Radio Regio e i giornalisti troppo curiosi (per intimorirli, ovviamente), e oggi fanno “ammuina” e cadono dalle nuvole. 18) Per queste vicende, l’ex sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, ha più volte pubblicamente paragonato Altamura a Corleone (senza offesa per Corleone) e ha chiesto dimissioni ai soggetti interessati, i quali, sostiene Mantovano, “non possono stare nelle istituzioni e nemmeno far politica”. 19) Alcuni giorni fa, il gruppo dei Radicali, su questi avvenimenti, ha depositato una durissima interrogazione parlamentare, anche al ministro dell’Interno, chiedendo al ministro della Giustizia di inviare una ispezione alla procura di Bari e di appuntare l’attenzione sulle discariche e sul business dell’eolico e del fotovoltaico industriali, in cui la Puglia è regione “leader” in Italia. 20) La magistratura barese indaga. E va bene. Ma sembra procedere a 10 km all’ora. Evidentemente a Salemi sono così veloci da rischiare di essere sommari. 21) Anche al sottoscritto, e sia detto non per fatto personale, hanno rubato e incendiato l’auto. 22) Chiedo: ce n’è a sufficienza per sciogliere il consiglio comunale di Altamura? O “il paradosso di Sgarbi” da Salemi diventerà più noto di quello di Zenone da Elea?
by Carlo Vulpio
Ecco il testo integrale della lettera aperta di Carlo Vulpio, indirizzata anche al ministro dell'Interno, pubblicata da "il Giornale" il 15 febbraio 2012 in versione rimaneggiata (ma senza tradirne il senso, poiché i tagli sono stati eseguiti per sole ragioni di spazio).
Caro direttore, egregio signor ministro dell’Interno,
conosco bene Sgarbi, conosco Salemi – tanto che Sgarbi nel 2010 mi chiese di andare lì a fare l’assessore nella sua giunta – e conosco benissimo Altamura, 70 mila abitanti, in Puglia, sia perché ci sono nato sia perché – per il mio giornale, il Corriere della Sera – ho avuto modo di occuparmene diverse volte.
Cosa lega Salemi e Altamura? Quello che da oggi potremmo chiamare “il paradosso di Sgarbi”: se il consiglio comunale è quello di Salemi, è da sciogliere per presunte infiltrazioni mafiose, come recita il rapporto di polizia degli ispettori del Viminale; se invece il consiglio comunale è quello di Altamura, un bubbone in metastasi – come vedremo più avanti – esso può continuare a rappresentare il popolo, nonostante le inchieste delle procure antimafia, gli assassinii, gli attentati, le connivenze manifeste.
Non intendo svolgere analisi, ma solo mettere in fila dei fatti, affinché ciascuno possa formarsi una opinione da solo. Prima però devo dire una cosa essenziale. Sgarbi non solo non è mafioso – nemmeno per mentalità -e non ha favorito né la mafia né i mafiosi. Ma ha fatto un tale “pressing” con denunce alla magistratura, alle forze dell’ordine e all’opinione pubblica sul tema del più grande business di stampo mafioso del secolo, l’eolico e il fotovoltaico industriali, da essere diventato, come sindaco di Salemi, il candidato naturale delle ritorsioni mafiose, paramafiose e finto-antimafiose, queste ultime tipiche dei professionisti dell’antimafia.
Veniamo però ad Altamura ed elenchiamo, in 22 schematici punti, i fatti.
1) Questa ricca e operosa città è stata l’epicentro della inchiesta Sanità-Rifiuti, tutt’ora in corso, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari. Inchiesta che ha messo nei guai, tra gli altri, il senatore pd Alberto Tedesco (che, diciamolo subito, rischia di essere l’unico a pagare, affinché tutti gli altri si salvino). Un’inchiesta devastante che tuttavia è stata metodicamente “oscurata” dalle imprese della escort D’Addario. 2) Altamura è la città in cui opera l’azienda di raccolta e smaltimento rifiuti – azienda leader in Puglia - che ha il più grosso appalto della città (e in diverse altre città), coinvolta nell’inchiesta della Dda. 3) Questa azienda ha apertamente sostenuto la campagne elettorali di Tedesco e di Vendola. 4) Questa azienda, con la giunta Vendola, ha realizzato discariche da un capo all’altro della Puglia, in consorzio con il gruppo Marcegaglia, impresa capofila. 5) Un collaboratore di giustizia affiliato al clan del boss ammazzato il 6 settembre 2010 - che si e' autoaccusato dell'attentato ad Alessio Dipalo, un giornalista indipendente che denunciava il malaffare attraverso l'ascoltatissima Radio Regio -, ha rivelato di averlo fatto nell'interesse dell'azienda in questione allo scopo di “dissuadere” il giornalista. 6) Di Palo è stato minacciato, picchiato, ha subìto un attentato con una bomba, gli hanno incendiato l’auto e – come risulta dagli atti processuali –doveva essere ucciso. 7) I vertici dell’azienda in questione sono stati arrestati e risultano indagati per questi e altri fatti connessi. 8) Per gli stessi fatti e' stato anche arrestato un comandante dei carabinieri e sono indagati un sottufficiale dei carabinieri, alcuni politici e professionisti, tutti accusati di aver protetto il boss poi ucciso. 9) Negli ultimi quindici anni, in questa città che non è Salemi, sono state uccise 15 persone, e nessuno di questi casi è stato ancora risolto. 10) Dal 2005, in questa città che non è Salemi, sono sparite tre persone, tre casi di “lupara bianca”. 11) Mentre accadeva tutto questo, i politici di destra e di sinistra hanno fatto a gara a querelare Dipalo per diffamazione. 12) I pm di Bari hanno fatto a gara nel chiedere e ottenere il rinvio a giudizio di Dipalo per diffamazione. 13) Il procuratore aggiunto di Bari, Marco Di Napoli, oggi capo della procura di Brindisi, ha addirittura chiuso preventivamente Radio Regio, cosa mai accaduta a una radio libera dal 1976 a oggi (salvo casi legati a fatti di terrorismo). 14) Dipalo intanto, per l’altro pm che conduce l’inchiesta, Desirèe Digeronimo - contro cui si è scagliato Vendola con una lettera pubblica minacciosa e violentissima -, diventa supertestimone dell’inchiesta in corso. Oggi, dice il Rapporto Ossigeno della Federazione nazionale della stampa e dell’Ordine dei giornalisti, Dipalo è primo in classifica tra i giornalisti italiani in grave pericolo. Mentre il fratello di Dipalo, imprenditore taglieggiato, è diventato testimone di giustizia e con la famiglia si trova in una località protetta. 15) Il presidente del consiglio comunale di questa città che non è Salemi, è cugino e fan del boss ucciso. 16) Il sindaco, di centrodestra (ma la situazione non era diversa con il predecessore di centrosinistra), e un assessore di questa città che non è Salemi, erano anche loro fan su Facebook del boss ucciso e lo frequentavano. 17) Gli odierni consiglieri comunali di Sel e Pd, con la sponda di colleghi del PdL, sono gli stessi che hanno chiesto alla questura e al prefetto, con un provvedimento di consiglio comunale (!) di tenere “sotto osservazione” Radio Regio e i giornalisti troppo curiosi (per intimorirli, ovviamente), e oggi fanno “ammuina” e cadono dalle nuvole. 18) Per queste vicende, l’ex sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, ha più volte pubblicamente paragonato Altamura a Corleone (senza offesa per Corleone) e ha chiesto dimissioni ai soggetti interessati, i quali, sostiene Mantovano, “non possono stare nelle istituzioni e nemmeno far politica”. 19) Alcuni giorni fa, il gruppo dei Radicali, su questi avvenimenti, ha depositato una durissima interrogazione parlamentare, anche al ministro dell’Interno, chiedendo al ministro della Giustizia di inviare una ispezione alla procura di Bari e di appuntare l’attenzione sulle discariche e sul business dell’eolico e del fotovoltaico industriali, in cui la Puglia è regione “leader” in Italia. 20) La magistratura barese indaga. E va bene. Ma sembra procedere a 10 km all’ora. Evidentemente a Salemi sono così veloci da rischiare di essere sommari. 21) Anche al sottoscritto, e sia detto non per fatto personale, hanno rubato e incendiato l’auto. 22) Chiedo: ce n’è a sufficienza per sciogliere il consiglio comunale di Altamura? O “il paradosso di Sgarbi” da Salemi diventerà più noto di quello di Zenone da Elea?
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