mercoledì 5 marzo 2014

SPRECHI DI STATO
PROPOSTE E PROTESTE
INCONCEPIBILE
È stato adoperato una sola volta, nell’emergenza umanitaria in relazione all’afflusso di cittadini provenienti dal Nord Africa
L’ANALISI
«I Cie sono quanto di peggio la società possa aver concepito, perché privano della libertà. Non si sprechino altri 2,7 milioni di euro»
QUANDO L’ACCOGLIENZA MANGIA I SOLDI
Il Centro di identificazione, inutilizzato da due anni, in avanzato stato di degrado
di Cosimo Forina
Per i più il primo marzo è trascorso come un giorno qualunque sebbene questa data sia diventata in Italia la giornata senza immigrati. Nord e sud uniti nelle tante manifestazioni per «Un giorno senza di noi» per ribadire il diritto alla libertà di ogni uomo. Ed in nome di questi valori si è svolto anche il presidio davanti al Centro di Identificazione ed Espulsione (Cie) di Palazzo San Gervasio a pochi passi da Spinazzola, una scatola vuota mangia soldi, per chiedere la chiusura di tutti i Cie in Europa. Come anche i 2,7 milioni di euro destinati dal Governo alla struttura della città lucana siano invece utilizzati in favore di braccianti e contadini. Manifestazione organizzata dall’Osservatorio Migranti Basilicata e dall’associazione “No razzismo Day” a cui hanno aderito diverse associazioni come la “Futura” di Venosa, altre provenienti da Altamura e San Ferdinando. Giornata climaticamente fredda tanto che i pochi che si sono raccolti vicino al Cie hanno dovuto accendere un falò per riscaldarsi. Ad alzare la temperatura ci ha pensato il racconto sul «gulag» di Palazzo San Gervasio.
Storia assai curiosa finita ripetutamente in diverse interrogazioni parlamentari e all’attenzione della magistratura. Dal 1998 al 2009 l’area, oggi Cie, un bene confiscato alla criminalità, è stata utilizzata dall’amministrazione comunale di Palazzo San Gervasio come il luogo dove ospitare i tantissimi migranti che giungono sul territorio per la raccolta del pomodoro. A suggellare la bontà dell’iniziativa anche un protocollo di intesa con il Comune di Spinazzola. Quando maturano i campi dell’oro rosso qui tra Basilicata e Puglia sono almeno in duemila i lavoratori stagionali che puntualmente arrivano a spaccarsi la schiena per un salario che arricchisce principalmente il caporalato. E’ il popolo dei braccianti agricoli, per lo più composti da giovani, che provengono dal Burkina Faso, Mali, Costa D’Avorio, Ghana e Sudan. A loro era stato offerto il luogo dove accamparsi e avere almeno un minimo di servizi: acqua corrente, luce. Questo sino al 2009, poi tutto è cambiato. I lavoratori sono stati cacciati via trovando riparo nelle case coloniche e masserie abbandonate e lo spazio è diventato con ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri, prima centro di accoglienza per i richiedenti asilo, poi individuato definitivamente come Centro di Identificazione ed Espulsione. Utilizzato una sola volta, nell’emergenza umanitaria in relazione all’afflusso di cittadini appartenenti ai paesi del Nord Africa. Poi sono rimaste le polemiche e lo scandalo per il fiume di denaro speso come si legge nelle diverse interrogazioni parlamentari. Dove sono state sottolineate le condizioni in cui erano costretti a vivere i reclusi. Una struttura considerata carente, che all’e poca non era dotata di servizi igienici adeguati all’accoglienza di centinaia di persone, ne delle minime condizioni necessarie alla vivibilità del centro. Un lager per dirla in breve e in modo diverso. Dentro quelle alte mura di cinta c’è la “voliera ”, la chiama così chi protesta fuori dal Cie intorno al fuoco. E’ la grande gabbia sorvegliata con telecamere dove i “reclusi” dovrebbero trovare il loro spazio per muoversi. Per poter fotografare “voliera ” e interno del CIE, spiegano, bisogna abbassarsi sin sotto il cancello d’ingresso e sfruttare lo spazio esistente per poter effettuare lo scatto. E’ l’unico spiraglio che collega il lager con il resto del mondo quando il cancello viene chiuso alle spalle di chi vi entra. Il mondo già, quello per cui si è scappati dalla propria terra: per disperazione, come perseguitati o per altra guerra infame. Sfidando la morte nelle
attraversate e pagando lautamente per la propria fuga mercanti di carne umana senza scrupoli. E quando si è presi al momento dello sbarco o perché non in regola con i documenti di soggiorno ad aprirsi solo i cancelli dei CIE, in cui si può restare sospesi con la propria vita anche per un anno. «I Cie - riferisce Gervasio Ungolo dell’Osservatorio Migranti - sono quanto di peggio la società possa aver concepito, perché priva della libertà persone che non hanno commesso nessun reato. Nelle altre realtà italiane si sta provvedendo a chiudere queste prigioni. E’ già successo a Mantova, Milano non riapre, anche per quello di Roma si sta cambiando rotta. Vogliamo che ritorni ad essere centro di accoglienza sottraendo dallo sfruttamento e precarietà i lavoratori. I 2,7 milioni potrebbero dare grande speranza». Sul cancello del CIE di Palazzo San Gervasio ora campeggia uno striscione che recita: “Bienvenue, Benvenuti, Welcome senza filo spinato». Speranza di chi è convinto che non ci sono frontiere capaci di fermare la dignità dovuta per ogni uomo.
GLI «STRUMENTI» DELL’UNIONE EUROPEA PER DAR SOLLIEVO A CHI DEVE EMIGRARE
Il Patto sull'immigrazione e l'asilo e l’attività della Agenzia Frontex
BARLETTA . «Il patto costituisce la base per le politiche comuni in materia di immigrazione e di asilo per l'Unione europea (Ue) e i suoi paesi. In uno spirito di reciproca responsabilità e solidarietà tra i paesi dell'Ue e di partenariato con altri paesi del mondo, il patto dà un nuovo impulso al costante sviluppo di una politica comune sull'immigrazione e l'asilo, che tenga conto sia degli interessi collettivi dell'Ue che delle esigenze specifiche dei suoi paesi». Vale la pena rileggersi il «Patto europeo sull'immigrazione e l'asilo» siglato lo a settembre 2008 a Bruxelles. In una nota presente sul portale della Commissione europea si legge che: «La migrazione internazionale può contribuire alla crescita economica dell'Unione europea (Ue) nel suo complesso, oltre a fornire le risorse per i migranti e i loro paesi d'origine e contribuire così al loro sviluppo. Può essere un'opportunità, in quanto fattore di scambio umano ed economico che permette alle persone di raggiungere le loro aspirazioni. Tuttavia, vi è la necessità di gestire la migrazione in maniera tale da tenere conto delle capacità d'accoglienza dell'Europa sul piano del mercato del lavoro, degli alloggi, dei servizi sanitari, scolastici e sociali, proteggendo i migranti dal rischio di sfruttamento da parte di reti criminali». E poi: «Da oltre venti anni, i paesi dell'Ue stanno lavorando per armonizzare le loro politiche di immigrazione e di asilo. Notevoli progressi sono già stati fatti in vari ambiti, in particolare nell'ambito dei programmi di Tampere e dell'Aia. Tuttavia, sono necessari ulteriori sforzi per creare una politica veramente comune in materia di immigrazione e di asilo, che tenga conto nel contempo dell'interesse collettivo dell'Unione europea e delle specifiche esigenze di ciascun paese dell'Ue. Di conseguenza, il Consiglio europeo ha tradotto i seguenti impegni nel programma di Stoccolma». Altro «strumento» da conoscere un ambito europeo è la «Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea». L’Agenzia è un'istituzione dell'Unione europea il cui centro direzionale è a Varsavia, in Polonia. Il suo scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della Ue e l'implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l'Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere. Frontex è stata fondata dal decreto del Consiglio Europeo 2007/2004. L'agenzia ha iniziato ad operare il 3 ottobre 2005 ed è la prima ospitata in uno dei paesi di recente adesione dell'Unione. Ad agosto 2013, oltre ai fondi in denaro, l'agenzia dispone di 26 elicotteri, 22 aerei, 113 navi ed attrezzatura radar da impiegarsi per eventuali respingimenti.
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martedì 4 marzo 2014

AMBIENTE
Le discariche abusive
A POCA DISTANZE DALLE CASE
In un sito a pochi chilometri dal centro abitato scoperte latte ancora sigillate contenenti un potente insetticida liquido
ABBANDONATI
Dalle varie ammaccature che presentano i contenitori è desumibile che questi siano stati lanciati nel fossato dove ora sono collocati
LA TERRA DEI FUOCHI? A SPINAZZOLA
Nelle cave dismesse si trovano lastre e rifiuti pericolosi, nocivi e tossici
di Cosimo Forina
Spinazzola-Cumuli di lastre di eternit ovunque, rifiuti di vario genere ed altri classificabili come pericolosi, nocivi e tossici. Anche Spinazzola ha una sua “terra dei fuochi”. Un sito a pochi chilometri dal centro abitato. La segnalazione arrivata alla “Gazzetta” questa volta ha dell’incredibile. Perché ad allarmare in modo particolare nella discarica abusiva a cielo aperto sono latte ancora sigillate contenenti ognuna cinque litri di un potente nematocida insetticida liquido, molto tossico: si tratta dell’Eprosip®E prodotto dalla Bayer CropSceinze Spa. Utilizzato in diverse colture. Nell’area di questo terreno costretto allo scempio si avverte uno strano odore che subito produce sensazione di vertigini che potrebbe provenire dai contenitori o anche da altro. Tutt’intorno case costruite dalla riforma fondiaria degli anni cinquanta in abbandono. Anche su queste si è abbattuta la mano distruttrice che ha dissacrato ogni cosa. Un luogo isolato, non privo però di frequentazioni. I campi tutti intorno sono regolarmente coltivati. Come ad affermare che il getto del materiale pericoloso non può essere passato inosservato. Alcune costruzioni, ripari e capannoni nell’area, anche questi con il tetto in eternit sono crollati. Collassati nel tempo frantumandosi rovinosamente. Chi a più riprese ha destinato a discarica il luogo, buttandoci di tutto, lo ha fatto contando di restare impunito perché a prevalere sarebbe stata, come lo è stata, l’omertà. Il colpevole silenzio di chi voltandosi dall’altra parte è entrato a pieno titolo a far parte della metafora delle tre scimmiette: “non vedo, non sento, non parlo”. Ma torniamo alle latte di veleno che più di altro colpiscono nella loro presenza. Su ognuna di queste è riportato l’avvertimento della loro elevata tossicità. L’impiego è consentito esclusivamente a personale qualificato munito di patentino. Ed ancora: “Rischio di intossicazione mortale per inalazione, per ingestione o per contatto con la pelle”. Con le fotografie della confezione abbiamo cercato di capirne di più. Nella scheda del prodotto presente su internet la Bayer consiglia: prudenza nel suo uso ed invita a conservare il prodotto sotto chiave fuori dalla portata dei bambini, lontano da alimenti e da bevande. Altro che sotto chiave! Durante l’impiego nei campi del prodotto appropriatamente diluito non si può mangiare, bere, né fumare. “Per il contatto con la pelle, si avverte, è necessario togliersi di dosso gli indumenti contaminati e lavarsi abbondantemente con acqua e sapone. Anche il suo utilizzo va effettuato con indumenti idonei e mani protette da guanti”. Tra le attenzioni essenziali: “non contaminare l’acqua con il prodotto e suo contenitore”. Ed invece a scorrere a pochi metri dai fusti vi è proprio un corso d’acqua ed un piccolo invaso che lo alimenta. Il perché ci si è liberati di quella quantità di insetticida, almeno una quindicina di latte, ponendo a rischio di contaminazione una intera area difficile dirlo. Cosa invece certa sono i danni ed i pericoli all’ambiente e all’uomo che può determinare. Dalle varie ammaccature che presentano i contenitori è desumibile che questi siano stati lanciati nel fossato dove ora sono collocati. Con il rischio che qualche confezione si sia di già potuta rompere o che con il passare del tempo non tenga facendo fuoriuscire quanto racchiuso. Come a tal proposito influenti potrebbero essere i fattori atmosferici come sole, pioggia, gelo. Quali le possibile conseguenze sull’uomo? A descriverle è sempre la Bayer nelle informazioni riservate ai medici che vengono cosi elencate: “colpisce il SNC (Sistema Nervoso Centrale ndr) e le terminazioni parasimpatiche, le sinapsi pregangliari, le placche muscolari. Sintomi muscarinici (di prima comparsa): nausea, vomito, crampi addominali, diarrea. Broncospasmo, ipersegrezione brochiale, edema polmonare. Visone offuscata, miosi. Salivazione sudorazione. Bradicardia (incostante). Sintomi nicotici (di seconda comparsa): astenia e paralisi muscolari. Tachicardia, ipertensione arteriosa, fibrillazione”. Per i sintomi centrali: “confusione, atassia, convulsione, coma”. A causare la morte generalmente è l’insufficienza respiratoria. Ed ancora: “alcuni esteri fosforici, a distanza di 7-15 giorni dall’episodio acuto, possono provocare un effetto neurotossico ritardato (paralisi flaccida, in seguito spastica, delle estremità)”. La terapia è indicata con atropina ad alte dosi fino a comparsa dei primi segni di antropizzazione e deve essere subito somministrata la pralidossina. Cosi come va consultato un Centro Antiveleni. In buona sostanza in prossimità del centro abitato, pochi chilometri non rappresentano una distanza insormontabile per delle particelle sospinte dal vento, qualcuno ci ha messo una bomba ecologica ed ora ad altri toccherà disinnescarla.

domenica 26 gennaio 2014


LA PROTESTA A PALAZZO SAN GERVASIO
IL CORTEO
Un fiume in piena composto da donne, uomini, ragazzi ha percorso le strade di Palazzo San Gervasio capeggiato dai sindaci
L’I M P I A N TO
Al confine tra la Basilicata e la Puglia si vuole realizzare un impianto caratterizzato da più ombre che luci, su 226 ettari di terreno
«NO AL SOLARE TERMODINAMICO»
Sindaco e cittadini di Spinazzola in marcia al fianco degli abitanti della Lucania
di Cosimo Forina
La temperatura a poco meno di quattro gradi con la pioggia battente frammista a neve non ha scoraggiato il Popolo del “No al solare termodinamico”. Un fiume in piena composto da donne, uomini, ragazzi e anche piccoli che ha percorso le strade di Palazzo San Gervasio capeggiato da cinque fasce tricolore. Quelle indossate in nome delle Città dai primi cittadini o loro rappresentanti, di Palazzo San Gervasio, Genzano di Lucania, Maschito, Montemilone ed anche Spinazzola. La sfida di “Davide ” contro “Golia” ha un cuore pulsante. E’ quello dei Comitati Cittadini sorti in difesa della salute e dell’ambiente, degli studenti, dei sindacati e dei rappresentanti di categoria. Dei partiti locali, di destra e di sinistra, che se ne “fregano” delle decisione dei loro vertici. Spesso ipocritamente accondiscendenti, se non promotori, che hanno condannato non senza interesse, all’asservimento il territorio per favorire gli industriali, lobby, del sole e del vento nella loro speculazione in nome della “green economy”. La scelta di un territorio non arriva mai per caso. Quella che ha sfilato ieri mattina a Palazzo San Gervasio è una Basilicata e Puglia a suo confine che si ribella all’ennesimo scempio. Per un impianto solare termodinamico caratterizzato da più ombre che luci, tanto da aver suscitato, come vedremo, la reazione di associazioni ambientaliste nazionali, che andrebbe ad occupare “tombandoli” 226 ettari di terreno. Da collocare sul territorio di Banzi, assente questa città nella manifestazione, a ridosso del Comune di Palazzo San Gervasio ed a confine con quello di Spinazzola. Un impianto che qualora realizzato cancellerebbe per sempre, con i suoi specchi parabolici del valore di 300milioni di euro e 1300 milioni di euro di utili in 25 anni, con alto rischio ambientale: storia, cultura, paesaggio, coltura agricola, identità rurale che distingue da millenni questo tratto di Paese. Dietro la Teknosolar2 srl di Matera presentatrice del discusso impianto non solo l’Associazione Nazionale Energia Solare Termodinamica (Anest). Dentro i fabbricanti delle componenti della tecnologia messa a punto dal fisico Rubbia. Ma anche il fior fiore di aziende italiane che dalle energie rinnovabili e dal solare termodinamico ora, dopo aver fatto pressione sul Governo, vogliono trarre il massimo del profitto. Un dedalo di imprese che intende piazzare, partendo dalla Sardegna dove è anche ribellione, passando dalla Sicilia e Basilicata il rischioso solare termodinamico dopo averlo sperimentato, nel mondo. E’ l’affare degli affari. Mentre è nei fatti: vento, sole, biomasse, non hanno prodotto fin ora la riduzione di un solo grammo di combustibile fossile con cui si continua a produrre energia, ma solo parole di inganno in nome del protocollo di Kyoto. Si veda come esempio concreto quello che avviene nella Puglia del governatore Nichi Vendola, ormai sfregiata ovunque da pali eolici e pannelli solari, dove è costante, se non aumentata, la produzione della centrale alimentata a carbone di Cerano a Brindisi. Ma la Basilicata non è da meno nella trappola dove ovunque stanno sorgendo selve di pali eoliche, specchi smembra paesaggio, ed ora anche il solare termodinamico, mentre si vuole raddoppiare l’estrazione, la mungitura, del petrolio dal suo sottosuolo. Nonostante sia stata constatato l’avvelenamento di intere aree. Il popolo dell’Alto Bradano – come hanno dichiarato i sindaci insieme con le associazioni, vuole il rispetto e la salvaguardia del territorio, non fidandosi nemmeno più della politica: «Noi ce ne “fottiamo” del business della “green economy ”, per noi quello che conta è la Vita», ha gridato.

LA LUNGA BATTAGLIA CONTRO QUEGLI SPECCHI
Sempre più ombre sull’affare milionario dell’impianto solare termodinamico. Alle osservazioni già pubblicate dalla “Gazzetta” fatte giungere alla Regione Basilicata, dall’ing. Donato Cancellara per conto di suo padre, Antonio, proprietario di alcuni terreni interessati dal progetto, si sono aggiunte quelle di diverse associazioni nazionali, inviate anche alla Procura di Potenza e alla Commissione Europea. Lo scorso 10 gennaio a dirsi contraria è stata l’associazione VAS di Roma che con il suo presidente On.Guido Pollice, il quale ha denunciato vizi di legittimità: “un grave pregiudizio dalla eventuale realizzazione di un simile impianto”. Spingendosi a chiedere: «all’Unione Comuni Alto Bradano di confermare il rigetto del rilascio della “autorizzazione paesaggistica” ed agli Uffici della Regione Basilicata di non rilasciare l’Autorizzazione Unica al progetto o di dichiarare nulla quella eventualmente già rilasciata » .Un filo diretto unisce la Sardegna e la Basilicata con il solare termodinamico dove Anest ha individuato le aree in cui far sorgere gli impianti termodinamici sperimentali. Il dott. Stefano Deliperi per la onlus di Cagliari, Gruppo d’Intervento Giuridico, analizzata la documentazione della Teknosolar ha chiesto a sua volta «l’annullamento degli eventuali atti di approvazione intervenuti a qualsiasi titolo (urbanistico-edilizio, paesaggistico) in quanto adottati in assenza di preventiva e vincolante autorizzazione paesaggistica». Ed è stata proprio questa associazione ad aver interessato del caso Banzi-Teknosolar Procura e Commissione Europea. Tra le altre contestazioni: «l’impianto termodinamico prevedrebbe 4 condotti di scarico per ingenti emissioni inquinanti in atmosfera ad un’altezza di 18m dal suolo. In particolare, sono previste emissioni di benzene e fenolo in atmosfera, quali prodotti di degradazione, alla temperatura aeriforme di 35 °C, per 365 giorni all’anno». Inoltre, in seguito ai riscaldatori ausiliari HTF derivanti dalla combustione di gas fornito dalla Rete SNAM, l’impianto della Teknosolar2 funzionerebbe a sole e gas, viene specificato: “sono previste emissioni in atmosfera di monossido e biossido di azoto (più in generale di ossidi di azoto - NOx), alla temperatura di 200 °C, per 365 giorni all’anno, per 4.1 ore al giorno, con velocità dell’effluente di circa 15 m/s, portata media di 6351 mc/h per ciascuno dei 3 riscaldatori ausiliari, per un totale di 19053 mc/h». Non da meno si pone accento che: «il Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici per la Basilicata, con provvedimento n. 14433 del 9 dicembre 2013 ha fornito il proprio motivato parere vincolante negativo al rilascio della necessaria autorizzazione paesaggistica». Viene pertanto rammentato che: «il prescritto parere è obbligatorio e vincolante, anche in sede di conferenza di servizi». Se questa è l’opera meritoria di privati e associazioni in contrasto al «termodinamico» c’è da chiedersi il perché i Comuni non abbiamo fin qui, oltre alla manifestata buona volontà di contrastare la Teknosolar 2, prodotto propri atti da far giungere alla Regione Basilicata dove è in itinere l’autorizzazione del mega-impianto

venerdì 10 gennaio 2014

AMBIENTE
Il progetto nella vicina Banzi
SPERIMENTALE
L’impianto solare termodinamico sperimentale da 50Mw sul territorio di Banzi, su terreno irriguo da “tombare” a confine con Spinazzola
IL DISASTRO
Agricoltori hanno spiegato: “L’area sarà sbancata e quando la Teknosolar andrà via lascerà novemila pali di cemento nel terreno”
SOLARE TERMODINAMICO IMPIANTO CHE FA PAURA
Spinazzola, cresce il fronte per evitare lo scempio sulla Murgia
di Cosimo Forina
Spinazzola-Ora l’impianto solare termodinamico “sperimentale” da 50 Mw che si vuole costruire sul territorio di Banzi, terreno irriguo da “tombare” 226 ettari, a confine con le città di Palazzo San Gervasio e Spinazzola è “caso” nazionale. Ad accendere il cerino e passarlo tra le dite di altri si è scomodato il TG di Rai1 nella edizione delle 20, la più seguita, del 7 gennaio. Qualche milione di telespettatori ai quali tramite il servizio equilibrato della collega Roberta Badaloni, è stata spiegata la contesa tra una società di Matera, la Teknosolar 2 srl amministratore Giovanni Fracasso, (capitale sociale di 10mila euro-investimenti previsti 300milioni di euro) ed i comitati cittadini sorti spontanei contrari al mega impianto. Servizio condiviso nella rete su migliaia di profili sparsi nello stivale. Priorità: difesa del suolo, salute e paesaggio. Nel servizio, agricoltori, come Domenico Cancellara hanno spiegato agli italiani che “l’area sarà sbancata e quando la Tecnosolar andrà via lascerà novemila pali di cemento piantati nel terreno”. Un disastro. Mentre, Nicola Savia del comitato “NO Termodinamico”, presidente Maurizio Tritto, sorto a Palazzo San Gervasio, si è soffermato sulla irrisorietà della ricaduta occupazionale: “35 posti di lavoro che non meritano l’annientamento dell’area”. Di tutt’altro avviso l’amministratore della Teknosolar2, Giovanni Fracasso per il quale: “l’impianto rappresenta una occasione unica e rilevantissima di sviluppo socio economico per il territorio. Consente la riduzione del consumo di gas nella misura di circa 40milioni di metri cubi ogni anno.” E per far questo, sempre Fracasso, ha assicurato: “gli agricoltori saranno risarciti, l’impianto non inquinerà e saranno utilizzati alberi per non violare il panorama”. Da sottolineare una delle tante contraddizione dell’affare, oltre ad utilizzare il sole è proprio del metano di cui avrà bisogno l’impianto quando gli specchi parabolici non irradiati, non permetteranno l’accumulo del calore. Ma poi, si può davvero concepire che è sufficiente “pagare”, piantumare qualche albero, per dirsi liberi di effettuare lo stravolgendo di una intera area di estremo pregio contro il parere dei cittadini ed Enti, come la Soprintendenza ai Beni Paesaggistici, che ha espresso il suo parere negativo? E poi perché? Il solare termodinamico in Basilicata, fatto passare come panacea, si aggiunge ad eolico, fotovoltaico, biomasse, non per caso. Un grande affare e lo potrebbe essere ancora di più, se proprio gli impianti sperimentali, a partire da quello di Banzi, riusciranno a dare risposte tecnologiche che consentirebbero ad un gruppo di imprenditori italiani di esportare nel mondo questa tipologia che ricalca gli studi del fisico Rubbia. Ed a chi fanno gola i miliardi di euro che da tutto questo scaturirebbero? In Italia si è costituita l’Associazione Nazionale Energia Solare Termodinamica (ANEST) il cui scopo è quello di favorire lo sviluppo della tecnologia. A farne parte imprenditori legati alla costruzione delle componenti degli impianti e non solo. Il 19 aprile 2011 ANEST ha presentato alla Camera dei Deputati, VIII Commissione: Ambiente, territorio e lavori pubblici, una indagine conoscitiva sulle politiche ambientali in relazione alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Richiedendo alla “politica” leggi, oltre agli incentivi, il termodinamico è rientrato tra quelli finanziati, per la disponibilità alla colonizzazione dei suoli per mettere a punto la sperimentazione. Obbiettivo la creazione di una filiera tutta italiana in cui si sono tuffate dentro grandi aziende come: Marcegaglia, Techint, Archimede Solar Energy, Biosolar Flenco, Enel Green Power, Toto. Medie aziende come: Almeco, FERA, Reflex, Turboden, Xeliox. Nur Energie e piccole aziende: Trivelli Energia, Solo Rinnovabili, Solar Brain, Struttura Informatica, Costruzioni Solari, Sitalcea, Innova, Dedalo Esco. Tutte insieme appassionatamente, di cui anche la Teknosolar2 di Matera è parte integrante. Nel documento di audizione alla Camera oltre alla conquista del mondo, il progetto Desertec: “piano di investimento da 400 miliardi che prevede di avviare la produzione di energia elettrica nel deserto del Sahara e di trasferirla poi in Europa (Terna ha già in progetto il cavo sottomarino da 1.000MW Tunisia – Italia)”. “Una parte considerevole di energia, dice l’ANEST, sarà prodotta dal termodinamico e su questa partita è importante che le imprese italiane siano adeguatamente supportate per non perdere anche questa opportunità”. L’appello deve aver trovato sponda ma non si è tenuto conto che in Basilicata, altri progetti sono stati previsti dall’ANEST in Sardegna, Sicilia,Marche, Calabria, Puglia, in quel di Palazzo San Gervasio e dintorni nessuno è disponibile a fare da “cavia” agli industriali del sole.

sabato 28 dicembre 2013

AMBIENTE
Un fronte sempre più vasto
UN CORO DI “NO”
Nella vicina Basilicata si moltiplicano i comitati contrari al nuovo megaimpianto per la produzione di energia dal “termodinamico”
SENZA PRECEDENTI
Sono molteplici gli interventi che si tenta di realizzare su un territorio per certi versi indifeso, dove, forse sono stati inferti seri danni
ASSALTO AL TERRITORIO DA PARTE DELLA “GREEN ECONOMY”
Spinazzola, prosegue l’assedio da parte di impianti energetici “alternativi”
di Cosimo Forina
Spinazzola - E’ vero attacco al territorio come non mai è mai avvenuto in precedenza. In fermento diverse città della Basilicata che confinano con Spinazzola: Palazzo San Gervasio, Genzano di Lucania, Venosa, Melfi, Lavello i cui problemi ambientali e di rischio per la salute non la escludono affatto. In prima linea comitati cittadini sorti ovunque spontaneamente. Ognuno di questi inizialmente nato per farsi carico di tematiche specifiche: impianto solare termodinamico, estrazione petrolifera, discariche, inceneritore, eolico, si sono ritrovati tutti insieme dando vita al Gruppo di Coordinamento Vulture-Melfese Alto-Bradano nominando quale responsabile Nicola Abbiuso. Ne fanno parte: Comitato “Diritto alla Salute” (Lavello, Melfi), Comitato Intercomunale Lucania (Palazzo, Genzano), Comitato spontaneo Cittadino (Spinazzola), Comitato “la Nostra Terra non si tocca” (Leonessa, Melfi), Associazione Futura (Venosa), Centro di Documentazione Associazione Michele Mancino (Palazzo San Gervasio). La consapevolezza che accomuna è che ormai non vi è un solo nemico a cui opporsi per interessi distinti, ma “il rivale”, i predatori del futuro sono i quanti sospinti da grandi compensi economici intendono violentare il territorio. Saccheggiandolo, scippandolo per sempre della sua bellezza, della sua storia, della sua salubrità. La rivolta sta succedendo proprio qui su quelle terre dove una industrializzazione selvaggia parassitaria è attratta ora dagli incentivi garantiti dallo sviluppo delle energie alternative, oppure dalle più basse royalty al mondo da corrispondere da parte delle multinazionali per l’estrazione del petrolio. Un crescendo di proposte o di insediamento industriale senza ricaduta occupazionale, se non marginale, rispetto a quella esistente. Con cui si intende sfruttare le risorse della natura a discapito della millenaria ruralità dei luoghi. L’elenco degli investimenti che si vorrebbero realizzare è da bollettino di guerra. Uno sfascio ambientale mai programmato prima che potrebbe stravolgere tutto nella zona dell’Alto Bradano, da Melfi sino ad Acerenza, non escludendo i territori a loro limite come Spinazzola. La città di Palazzo San Gervasio con il suo comitato guidato da Maurizio Tritto si sta battendo contro la realizzazione di un mega impianto sperimentale di solare termodinamico avanzato dalla Teknosolar2 srl di Matera che andrebbe a “tombare” in modo irreversibile 262 ettari di terreno irriguo ubicato se pur nel territorio di Banzi a suo confine ed a quello di Spinazzola dove è sorta un’altra rappresentanza guidata da Franco D’Amato . Lavello è in continua lotta verso l’inceneritore Fenice sorto nel territorio di San Nicola di Melfi che sputa ormai in modo conclamato veleni da oltre dieci anni nella falda e nell’aria. La stessa Melfi nella sua contrada Leonessa si è vista avanzare una richiesta di discarica per rifiuti speciali e contro questo insediamento tutti i comitati lo scorso sabato hanno aderito ad un corteo di protesta in quella città. Ed a leggere la tabella delle sostanze che si vorrebbero trattate, una campionatura senza eccezioni di rifiuti industriali, c’è veramente da non restare allegri. E su tutto il territorio è tornato lo spettro della estrazione petrolifera che vorrebbero i texani della Aleanna Resources LLC di Houston (USA) con il loro progetto Palazzo San Gervasio. Contro i danni già procurati in Basilicata dall’estrazione del petrolio in questi giorni in diverse scuole, come a Venosa grazie all’Associazione Futura con Aldo Iurino e Marialaura Garritoli è stato proiettato alla presenza della regista Valeria Castellano “Nero d’Italia” che ha anche fatto tappa nelle scuole di Genzano. Ed ancora la selva di pali eolici. A centinaia quelli avanzati. Alcuni già sorti sprezzanti contro il paesaggio che andranno ad allacciarsi nelle stazioni Terna da mille MW da far sorgere a Genzano ed a Melfi dopo che quella di Spinazzola è stata cassata, anche queste frutto come sempre di strane procedure. Tutto in nome di una “green economy” o per l’autonomia energetica tanto ingannevole quanto cialtrona. Mentre qui già ci si ammala e si muore senza distinzioni di età in modo spropositato di tumori o per malattie non oncologiche, comunque legate a grandi porcate di già commesse nell’ambiente almeno a partire dal 2008 quando strani movimenti di camion sono stati notati e segnalati a varie autorità. Il sospetto: rifiuti occultati in campi e discariche, fanghi sparsi su aree coltivate vuoi clandestinamente o spacciati come concimi naturali, veleni che hanno ammorbano l’aria ma di cui nessuno osa cercarne la fonte e i responsabili. Di giorno in giorno stanno fioccando come controffensiva esposti ed osservazioni inviati tanto agli organi di concessione delle autorizzazioni a partire dalla Regione Basilicata e Puglia come alle varie Procure della Repubblica. In questa terra, in queste città dove in assenza di investimenti la gente da sempre manco fosse una maledizione è stata costretta ad emigrare per mancanza di prospettive, ora stanno giungendo centinaia, migliaia di milioni di euro con il solo obbiettivo di colonizzare il territorio senza molto badare a chi lo abita e lo vive. Non è dato sapere se c’è una sola regia in tutto questo o se l’insieme è solo frutto di più di una coincidenza. Sta di fatto che le popolazioni sono in ribellione. Mentre non manca qualche politichiccio che di già si sta fregando le mani sugli eventuali ristori ambientali da gestire. Briciole da raccogliere dalla grande abbuffata degli industriali del sole, del vento, dell’oro nero lasciate cadere dal loro opulento tavolo di ricavi. Il territorio dove sono partiti i lavori per far giungere l’acqua, progetto Marascione, che porterà irrigazione di circa 5.000 ettari nei comuni di Acerenza Banzi, Genzano, Palazzo San Gervasio e Irsina, se non si avrà forza di fermare l’assedio ben presto sarà assoggettato a discapito della sua gente. Condannato all’appiattimento di ogni orizzonte e della vita che risulterà contaminata per sempre, con l’area, l’acqua, il suolo da quanto gli è più estraneo, una industrializzazione iniqua pronta a smorzare per sempre ogni sogno di sviluppo sostenibile, di prospettiva, di richiamo di fruitori capaci di apprezzare e amare i luoghi come solo chi ha avuto la forza di restare ha saputo sin qui difenderli.




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Nero d'Italia è un documentario completamente auto prodotto da Valeria Castellano. E' un viaggio nelle valli del petrolio, in Basilicata. Là dove si produce l'80% dell'olio nero italiano. E' il racconto delle storie di chi vive all'ombra delle trivelle, di chi respira l'aria delle raffinerie.
Sì, perchè i centri oli, in quella regione, sono sorti tra le case dei contadini, là dove prima si coltivava.
Questo documentario racconta tutti gli aspetti meno noti della storia del petrolio italiano.



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venerdì 20 dicembre 2013

SPINAZZOLA LA LEGA PER LA TUTELA DEGLI UCCELLI AVANZA RICHIESTE DI BLOCCO DELLA DISCARICA CHE LA REGIONE VUOLE REALIZZARE A «GROTTELLINE»
«Quante ombre su quella richiesta»
Dalla relazione della Lipu spuntano le immagini di allagamenti nelle cave risalenti ad oltre vent’anni fa
di Cosimo Forina
Sull’immondezzaio che si vuole costruire a “Grottelline” nel territorio di Spinazzola dato in realizzazione e gestione da Nichi Vendola all’Ati Tradeco-Gogeam per circa vent’anni, la Lipu associazione per la tutela degli uccelli rapaci e dei loro ambienti, con Enzo Cripezzi coordinatore della Puglia unitamente al Centro Studi e Documentazione “Torre di Nebbia” presidente Piero Castoro e all’associazione “Altura” presidente nazionale Stefano Allavena, ha presentato nuove osservazioni.Ventiquattro cartelle in cui si smontano tutte le aspettative dell’Ati (Columella per la Tradeco, al 51 per cento nella Gogeam il gruppo Marcegaglia SpA e 49 per cento Cisa SpA) e aggiungono altre ombre sull’operato di questi anni. Sotto la lente di ingrandimento finisce l’iter seguito dagli uffici della Regione, senza mancare di accendere riflettori anche sul Comune di Spinazzola in particolare sull’ufficio tecnico.Dubbi vengono sollevati sulla validità di tutti gli atti fin qui prodotti che hanno portato alla nuova procedura VIA che mira a canalizzare l’acqua solo nella parte in cui si è creato un lago all’interno delle cava. Poiché, si sostiene, la VIA risulta essere scaduta. A corredo delle osservazioni Enzo Cripezzi ha inserito diverse fotografie scattate a Grottelline. Ed in particolare alcune risalenti al 1992 relative al catalogo dello scultore Giampiero Carlesso, da cui si evince che l’allagamento delle cave già era presente altre un ventennio fa, mentre ora tutti sembrano sorpresi, tanto alla Regione come al Comune di Spinazzola. La prima autorizzazione della Regione alla realizzazione della discarica, viene ricostruito, venne pubblicata sul Burp del 24 marzo del 2005, la data si evince dall’atto dirigenziale del 17 gennaio 2007. Nel 2005 era vigente la LR11/2001 che prevedeva che il parere del VIApositiva aveva efficacia per un tempo non superiore ai tre anni e se i lavori non partivano le procedure dovevano essere rifatte. Ed invece, inspiegabilmente si afferma nelle osservazioni, non solo non si è riproposto nei tempi dovuti l’iter necessario ad una nuova approvazione ma si è proceduto a dire di si a diverse varianti del progetto. Con il primo assenso era anche previsto un impianto di trattamento delle prime piogge che a Grottelline non è stato mai realizzato. Nel merito viene trattata nelle osservazioni, ancora, tutta la situazione idraulica e idrogeologica dell’area destinata ad immondezzaio: i corsi d’acqua presenti ed ignorati, la mancata Valutazione di Incidenza obbligatoria per interventi che possono avere influenza anche esterna al sito Rete Natura 2000 e sulle specie presenti nel SIC/ZPS “Alta Murgia”. Le incertezze sulla legittimità poi si spostano sull’autorizzazione Paesaggistica rilasciata. Sull’ampliamento delle superfici, sulla mancata valutazione delle masserie adiacenti al sito e tanto altro ancora. Non mancano di certo le chicche dopo le fotografie delle cave allagate da sempre, come quelle relativi ai cartelli stradali presenti nella zona adiacente le cave che limitano il transito ad automezzi con portata di peso superiore a 12 tonnellate. Questo a dimostrare che tutti non potevano non sapere della condizione idrogeologica dell’aria interessata all’immondezzaio. E poi, dalla Lipu si sono domandati: «a quale emergenza rifiuti ci si riferisce, a distanza di nove anni, per giustificare l’opera?» Il 13 giugno 2013 la Lipu aveva avanzato altre richieste di chiarimenti relative alle tante anomalie procedurali e carenze valutative di tutto il procedimento per la realizzazione dell’impianto di Spinazzola. Ma dalla Regione si è scelto di mantenere la consegna del silenzio. Fatto salvo riproporre l’immondezzaio di Grottelline nuovamente nel nuovo Piano Rifiuti Regionale
proposto dell’assessore Lorenzo Nicastro, approvato, ma con paletti imposti per la questione di Spinazzola da parte delle opposizioni con Ignazio Zullo e per la maggioranza da Fabio Amati e Ruggiero Mennea. L’unica risposta ricevuta ai suoi primi quesiti dalla Lipu quella dell’autorità di Bacino della Basilicata. «Si sono evidenziate numerosi omissioni, carenze valutative, problemi procedurali». Poi giù, nelle osservazioni, una serie di nuovi quesiti diretti tra gli altri a Nichi Vendola nel suo ruolo di presidente e Commissario delegato per l’emergenza ambientale, agli assessori Angela Barbanente e Lorenzo Nicastro, al dirigente del servizio ecologia Antonello Antonicelli, a quello dell’ufficio VIA-VAS Caterina Di Bitonto. Al Commissario Delegato viene chiesto se in assenza della definizione della VIA a distanza di 10 anni è ancora valido il contratto con l’Ati assegnataria, visto che il capitolato d’oneri approvato dallo stesso Vendola prevedeva che solo «dopo l’aggiudicazione si addivverà alla sottoscrizione del relativo contratto la cui efficacia sarà comunque subordinata all’esito positivo della procedura VIA. E come è possibile ad oggi utilizzare il finanziamento previsto per l’intervento attraverso il POR Puglia 2000-2006 stante l’impossibilità di rendicontare la spesa relativa all’intervento non ancora realizzato e non realizzabile in tempi brevi». E per ultimo, viste le tante varianti sull’immondezzaio di Spinazzola: «se sia possibile modificare le caratteristiche dell’impianto risultato vincitore in base al Bando del 13 dicembre 2003». Ai dirigenti del Servizio Ecologia e dell’Ufficio VIA-VAS viene chiesto: «se non sia il caso di procedere all’eventuale annullamento in autotutela nel caso si confermino aspetti procedurali illegittimi». Ed ancora in ogni caso: la necessità della risottoposizione a VIA e valutazione di Incidenza dell’intero progetto e non solo della sistemazione idraulica richiesta dall’Ati Tradeco-Cogeam. Come anche la produzione di studi adeguati a valutare gli impatti e la valutazione di tutte le problematiche non valutate nelle determine VIA favorevoli nei precedenti procedimenti. La Lipu altresì chiede di esprimere agli stessi dirigenti: «parere negativo in merito alla sistemazione idraulica dell’ultima procedura alla luce delle sue osservazioni». Ai dirigenti del servizio Assetto e Territorio e dell’Ufficio Attuazione Paesaggistica si chiede: «di sottoporre ad autorizzazione l’intero progetto dell’Ati-Tradeco-Cogeam e non solo la sistemazione idraulica». Non è escluso che ci sia un magistrato a Trani o Bari che voglia veder chiaro sulla storia infinita di Grottelline.

mercoledì 11 dicembre 2013

SPINAZZOLA AVEVA APPENA 31 ANNI IL GIOVANE FOTOGRAFO MORTO PER UN TUMORE
I clic di Francesco Spinelli densi di umanità tra realtà e voglia di vivere

AVEVA SUPERATO LE SELEZIONI LEICA AWARD 2013
di Cosimo Forina
Spinazzola è una città che ormai convive con il dolore, ma non si rassegna. Attonita e silenziosa, piange i suoi figli migliori strappati ai sogni e al futuro, interrogandosi se è solo casualità la loro morte o se a determinarla è qualcosa che ha ammorbato il suo ambiente: nell’aria, sul suolo o nelle sue viscere. Ancora una volta la città si è nuovamente fermata per dare l’ultimo volto ad un altro giovanissimo angelo salito al cielo, in quell’angolo di paradiso destinato ai giusti. Si chiama Francesco Spinelli il giovane scomparso a soli 31 anni; la “Gazzetta” si era occupata della sua arte, delle sue fotografie, di quegli scatti che sapevano cogliere l’attimo e le espressioni dell’anima, o raccontare nella diversità della sua luce il territorio agreste, la vita dei campi e del mare. Prima di ogni terapia, era proprio il mare a dargli forza. Francesco è stato un artista vero, puro, che non ha conosciuto compromessi: sapeva comunicare come pochi nella poesia composta da immagini le emozioni più intime. Nutriva la grande speranza di vincere la sua battaglia per la vita e continuare a disegnare con il colori il mondo. Purtroppo, non è andata così. Viene da gridare basta per questi lutti che straziano ed hanno reso inerme un’intera comunità. Viene da urlare quel bisogno di verità che significa controllo a medio e lungo raggio del territorio dove i dati sui tumori sono ben chiusi nei cassetti, ma dove-anche-tutti hanno ormai certezza e non più sensazione del loro vertiginoso aumento. Occorrerebbero maggiori controlli sull’ambiente per cercare quel nemico invisibile che uccide e che ancor peggio potrebbe essere frutto di mani assassine che hanno strappato un’altra giovane vita, recisa nella bellezza della sua fioritura. Il rispetto che si deve ad ogni perdita e a questo dolore di una intera comunità che si è stretta vicino alla famiglia di Francesco, invece, soffoca in questo momento ogni ribellione interna per lasciare spazio alle lacrime inarrestabili che solcano i volti. Di Francesco resteranno indelebili il suo sorriso e i suoi scatti, la forza di affrontare ogni avversità. In lui c'è tutto l’esempio di quella fierezza di chi sa restare se stesso, anche affrontando da uomo libero il proprio percorso di esistenza. I suoi lavori più recenti e più volte premiati, mostravano tutta la loro purezza e profondità; avevano superato la selezione per il “Leica Photographers Award 2013”, ed era stato lui stesso, con orgoglio e nella sua umiltà ad annunciarlo nella sua pagina facebook commentando così: “grazie, Leica...amici, date un’occhiata a questa pagina ...e se gradite, cliccate sul mi piace”. Fotogrammi accompagnati da questa descrizione: “Innocenza, la negazione della Libertà è pura violazione della vita, un atto di vera Fede può essere talvolta il risultato di una pura Follia, ma il Desiderio salva dalla Disperazione ed è in questa sospensione dell’animo che bisogna correre incontro all’Inatteso, spesso anche voltando le spalle. Il dominio e il controllo di tutte queste negatività portano alla consapevolezza, alla riconquista della fiducia in se stessi, alla ricostruzione dell’identità, alla riscoperta della speranza e finalmente alla Libertà”. Francesco Spinelli sapeva leggere come non altri quel mondo che lo circondava e che amava rendere eterno nella cromia dei suoi bianco e nero, o nei colori della tavolozza della natura. Giù nella “via dell’arte”, nei pressi del campo sportivo dove sono stati realizzati diversi Murales da vari artisti della città questa estate, il primo è stato dedicato dagli amici di infanzia, di sempre, a Francesco, era il loro modo di dirgli di continuare a lottare. Nella sua pagina di facebook, resteranno per sempre le centinaia di messaggi che tutti hanno voluto lasciare per salutare l’ultima volta chi ora dal cielo, non mancherà di sorridere ancora, tra uno scatto al sole e alle stelle. Accompagnando, spronando alla reazione, affrontando le peggiori avversità della vita, Spinazzola vuole verità. Si è fermata. Ed ora, con gli occhi al cielo, dovrà cercare anche Francesco. Una nuova stella che brilla e veglia la sua città.