martedì 19 ottobre 2010


SPINAZZOLA LA PETIZIONE SARÀ INVIATA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, AL SINDACO, AL DIRETTORE GENERALE ASL, ALL’ASSESSORE REGIONALE ALLA SANITÀ E AL GOVERNATORE
Mille firme per salvare l’ospedale
I VOLONTARI DEL «GRUPPO DI AZIONE»: STIAMO RACCOGLIENDO I TIMORI DEI CITTADINI
La reazione degli spinazzolese contro la chiusura dell’ospedale è stata immediata. In poche ore le firme raccolte dal “Gruppo di Azione” nato da una assemblea spontanea di cittadini, per una petizione da inviare al Presidente della Repubblica, quale garante del diritto alla salute e ai servizi sanitari per i cittadini, al sindaco Carlo Scelzi, al Direttore Generale della Asl Bat Rocco Canosa, all’assessore regionale alla sanità Tommaso Fiore e al presidente della Regione Nichi Vendola ha raggiunto le mille firme. E’ un unanime sdegno quello manifestato contro lo scippo perpetrato alla città con la nuova rimodulazione sanitaria dalla Regione che coinvolge il nosocomio cittadino a cui vengono sottratti ulteriori servizi. Nemmeno più «una scatola vuota» come ha di recente espresso il sindaco Carlo Scelzi, ma un «vuoto a perdere», e a perdere in questo caso sono i cittadini di Spinazzola. Dopo l’assemblea pubblica in cui è stato riferito dal dott. Luigi D’Amelio l’ulteriore
impoverimento dei servi sanitari per Spinazzola, lo stesso Pd, partito del sindaco ha con una lettera richiesto un incontro urgente con i vertici regionali, parlamentari del proprio partito, consiglieri regionali e comunali. Mentre l’opposizione ieri mattina con quattro consiglieri: Michele D’Ercole, Benedetto Silvestri Vigilante, Franca Carbone e Nicola Di Tullio ha immediatamente depositato a Palazzo di Città il seguente documento rivolto al sindaco: «avendo appreso, durante l’assemblea cittadina tenutasi sabato 16 ottobre, dalla viva voce del suo consigliere di maggioranza, dott. Luigi D’Amelio, che il piano di riordino regionale sugli ospedale pugliesi prevede per Spinazzola la soppressione di tutti i posti letto esistenti, così come punto di primo intervento, cose che configgono totalmente con le affermazioni che Lei ha fatto e detto pubblicamente sia nei consiglieri comunali
che nella conferenza organizzata dalla Caritas cittadine; letto il comunicato e l’invito affisso nella bacheca del Pd indirizzato anche ai sottoscritti; constatata la costituzione del Comitato D’Azione pro ospedale. Considerata la viva preoccupazione esistente nella cittadinanza circa le reali e veritiere sorti del nostro presidio ospedaliero. Considerata la assoluta e totale assenza dell’amministrazione comunale nell’assise cittadina. Chiediamo che sia convocato immediatamente un assemblea pubblica o un consiglio comunale magari in prosecuzione di quello lasciato volontariamente aperto dalla scorsa seduta, onde il primo luogo rimarcare e ribadire le vere prospettive dell’ospedale, nonché promuovere iniziative concrete per la sua difesa in concerto con le iniziative popolari già in atto». In sintesi si chiede di giocare a carte scoperte. La petizione popolare indetta dai cittadini è stata sottoscritto anche dal sindaco Carlo Scelzi e il suo vice Nicola Di Nardi, nonché da alcuni esponenti del Pd. Ma c’è anche da segnalare una stranezza: nella notte tra domenica e lunedì ignoti hanno spostato di alcuni metri lo striscione affisso dal “Gruppo di Azione”in piazza San Sebastiano indicante il “No” alla chiusura dell’ospedale, relegandolo in un angolo della piazza anziché al suo centro. Un episodio bizzarro, mentre con serietà è ripresa da parte dei cittadini coinvolti nella difesa dell’ospedale la raccolta delle firme che proseguirà anche nei prossimi giorni.

lunedì 18 ottobre 2010


ORE 22.15 QUESTO IL MESSAGGIO DI FILOMENA TRA LE INTREPIDE AL LAVORO NELLA RACCOLTA DELLE FIRME: “ALLE 21 ABBIAMO CHIUSO IL GAZEBO CON UN RISULATATO DI 1463 FIRME”
A lei e a quanti più di altri stanno continuano il presidio GRAZIE.
18 Ottobre
SANITÀ PUBBLICA E SERVIZI MOBILITAZIONE GENERALE
All’assemblea cittadina nella sala «Innocenzo XII» erano presenti cittadini, medici ospedalieri e di base, associazioni, sindacati Un «gruppo di azione» in difesa dell’ospedale. Avviata una raccolta di firme contro la riconversione del presidio ospedaliero.
UNA PRESENZA PARZIALE
All’iniziativa solo i consiglieri di minoranza, non si sono visti il sindaco e gli esponenti della maggioranza
di Cosimo Forina
Basta con lo scippo alla città! Dopo l’assemblea cittadina che si è svolta sabato sera presso la sala «Innocenzo XII», dove si è registrata grande partecipazione. Oltre a tanti cittadini, medici ospedalieri e di base, associazioni, sindacati, i soli consiglieri comunali di minoranza, assente sindaco e consiglieri di maggioranza. Da ieri mattina presidio davanti all’ospedale e in piazza San Sebastiano con raccolta di firme per dire “No” alla chiusura e rimodulazione del nosocomio come previsto nel piano annunciato dalla Regione. L’assemblea cittadina, convocata da Antonio Monopoli e Savino Montecchi a nome di un comitato spontaneo in conclusione dei lavori ha diffuso il seguente comunicato: «La cittadinanza spinazzolese, valutata l’attuale situazione del locale ospedale; sentite le affermazioni dei rappresentanti delle istituzioni e sanitarie competenti; memore del principio costituzionale che sancisce la sovranità del popolo sulle scelte di interesse generale, indice la costituzione di un “gruppo di azione”, aperto a tutti i liberi cittadini. Avente la finalità di difendere il diritto alla salute con la garanzia di efficienza dei servizi sanitari, secondo quanto pubblicamente approvato nel Consiglio comunale nella seduta del gennaio 2009, alla presenza del direttore generale dott. Rocco Canosa (attualmente in carica), dell’Asl della sesta Provincia. Questo principio sarà affermato e difeso con la massima determinazione anche attraverso l’indizione di pubbliche manifestazioni mirate a richiamare le istituzioni competenti, affinché garantiscano ai cittadini di questa comunità decorosi livelli dei servizi sanitari». Stando alle notizie giunte dalla Regione, riportate dal dott. Luigi D’Amelio, diverse, in riduzione, persino da quelle in questi giorni assicurate dal sindaco Carlo Scelzi durante diversi incontri, all’ospedale di Spinazzola toccherebbe una cancellazione di numerosi altri servizi. In definitiva al nosocomio cittadino già “scatola vuota”, verrebbero sottratti anche gli ultimi posti letto di medicina. Lasciando il solo servizio di «118» medicalizzato, copertura di elisoccorso, con un elicottero presente nella città di Matera, guardia medica, nonché qualche ambulatorio. Quisquiglie rispetto al fabbisogno della popolazione caratterizzata per lo più da anziani, come è stato sottolineato dai medici intervenuti all’assemblea. In una condizione, quella di Spinazzola, che la vede penalizzata anche nel raggiungimento di ospedali ubicati in altre città. Il più prossimo a non meno di cinquanta chilometri. La storia dell’ospedale di Spinazzola è altra. Quella di essere un presidio della salute che ha risposto al diritto di essere curati rispondendo alla necessita della popolazione. Non si tratta di una difesa di campanile, quello che la città rivendica è la certezza del diritto alle cure che con il nuovo rimodulamento sanitario verrebbe di fatto meno. L’azione civile della città, fuori da ogni strumentalizzazione politica e partitica, uscita dal suo torpore dopo l’inganno delle promesse è quella di richiamare i vertici della Asl e la Regione ad una valutazione di necessità. Rispettando la piena dignità della popolazione, che non sia elemosina sanitaria a cui i cittadini sono pronti a dire fermamente “No” rimandando ogni tentativo del genere al mittente. A Spinazzola da ieri si chiede ai vertici della sanità pugliese di fare sull’ospedale di Spinazzola proposte “serie”.

venerdì 15 ottobre 2010


L'On. Pierfelice Zazzera con altri ha chiesto al Ministro dell'Interno se vi sono i presupposti per lo scoglimento del consiglio Comunale di Altamura.
Questo il testo integrale dell'interpellanza:

Seduta n. 381 del 12/10/2010
INTERNO
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'interno, per sapere - premesso che:
notizie stampa riportano che ad Altamura (Bari) la mafia avrebbe fatto un vero e proprio salto di qualità, penetrando profondamente nel tessuto socio-economico della cittadina;
il Rapporto SOS Impresa «Le mani della criminalità sulle imprese» del gennaio 2010 - Confesercenti - conferma la presenza ad Altamura del clan Mangione Matera e la sua forte incidenza estorsiva. Ma ad Altamura opera anche «il clan Dambrosio, capeggiato da Dambrosio Bartolomeo, vicino ai Di Cosola e dedito all'usura e alle estorsioni» (Relazione al Parlamento anno 2008 sull'attività delle forze di polizia, sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata);
la Relazione del Ministro dell'interno al Parlamento sull'attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia del settembre 2008, conferma che Altamura è una realtà ad elevata presenza criminale. Registra che in questi anni si sono verificati numerosi episodi delittuosi, come associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni, rapine, porto e detenzione di armi e materiale esplosivo, traffico di sostanze stupefacenti;
la Relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia sulle attività svolte dal Procuratore nazionale antimafia e dalla Direzione nazionale antimafia nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso riferita all'anno 2008, ribadisce e precisa che «in Altamura opera il clan Dambrosio, capeggiato da Bartolomeo Dambrosio, personaggio di spessore della criminalità organizzata (affiliato al clan Di Casola), dedito all'usura ed alle estorsioni; in Gravina in Puglia opera il sodalizio retto dal triumvirato Mangione/Gigante/Matera, attivo nel settore del traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e nell'usura. Particolarmente preoccupanti sono gli indicatori della capacità d'infiltrazione del clan Dambrosio nel tessuto economico e negli apparati della pubblica amministrazione locale, documentati attraverso la contiguità al sodalizio di esponenti del mondo dell'imprenditoria e della politica locale». La medesima Relazione riferita invece all'anno 2009, riporta nello schema della distribuzione territoriale dei clan nel territorio altamurano, non solo Dambrosio, Mangione, Matera, Gigante, ma anche Loglisci, Stolfa e Loiudice, con l'avvertenza che nell'ambito dei «processi di ristrutturazione delle cosche si possano profilare nuovi equilibri malavitosi e possano vedere la luce nuove organizzazioni criminali»;
la relazione del Ministro dell'interno al Parlamento sull'attività svolta e sui risultati conseguiti dalla direzione investigativa antimafia del luglio/dicembre 2009 registra che «Ulteriori operazioni delle Forze di polizia hanno confermato sia la rilevanza strategica del territorio pugliese e delle locali compagini nei traffici di sostanze stupefacenti, sia l'esistenza di collegamenti con reti criminali transnazionali. Anche le fattispecie di reato meno rilevanti, essendo accompagnate dal ritrovamento
di armi, evidenziano un non trascurabile livello criminale complessivo.»;
dalla relazione annuale sulle attività del commissario straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali del novembre 2008, emerge che ad Altamura sono stati confiscati 12 beni immobili e 3 aziende in gestione al Demanio;
già nel giugno 2005, in occasione dell'omicidio di Raffaele Scalera, ucciso con un colpo di arma da fuoco alla nuca sulla via vecchia per Cassano, dalle indagini investigative emersero presunti intrecci tra criminalità organizzata, imprenditori e politici;
sempre nel 2005, il 25 luglio fu sequestrato un imprenditore, mentre nel novembre 2006 scomparve Biagio Genco, amico fraterno di boss mafiosi e presunto autore di un violento pestaggio ai danni del giornalista di Radio Regio Stereo, Alessio Di Palo;
Alessio Di Palo è solito denunciare attraverso la sua trasmissione radiofonica il malaffare e la malapolitica nella gestione dei rifiuti, criticando apertamente il Gruppo imprenditoriale Columella e l'amministrazione comunale;
il fratello di Di Palo, Francesco, è divenuto testimone di giustizia per aver denunciato i propri estorsori che gli imponevano il pizzo, nell'ambito della sua attività imprenditoriale. Francesco Di Palo, per questo suo gesto civile e di ribellione alla mafia, è attualmente sotto il programma di protezione provinciale assieme alla famiglia;
un secondo caso di lupara bianca ad Altamura, dopo quello di Genco, si è verificato 5 anni fa, con la scomparsa di Paolo Loiudice, imprenditore edile caduto in rovina a causa della mafia altamurana capeggiata dal boss Bartolo Dambrosio;
il 27 marzo 2010, in pieno giorno e in un quartiere popolato, sono stati uccisi Rocco Lagonigro e il suo collaboratore Vincenzo Ciccimarra. Lagonigro, il principale obiettivo dei sicari, era legato al clan di Palermiti. Le indagini dovranno chiarire se il duplice omicidio sia il risultato di una guerra tra clan baresi o di un regolamento di conti locale;
ma è con l'uccisione del boss mafioso Bartolo Dambrosio, avvenuta il 6 settembre 2010 che l'ombra sulla legalità delle istituzioni altamurane si fa sempre più cupa. Come riporta l'articolo pubblicato su La Repubblica sezione di Bari dell'11 settembre 2010, l'assassinio è stato particolarmente efferato, eseguito con armi di particolare calibro e fabbricazione, che non erano mai state utilizzate negli ultimi agguati di mafia nel barese. È forte il rischio dunque che dietro l'omicidio vi possa essere «l'obiettivo della mafia di creare una struttura di comando che tutto controlla» (Procuratore della Repubblica di Bari, dottor Antonio Laudati, su La Repubblica dell'11 settembre 2010);
Bartolo Dambrosio era un elemento strategico nella mafia locale, e ben noto alle forze dell'ordine. Risulta che sul social forum Facebook coltivasse rapporti di amicizia con esponenti politici, quali il sindaco Mario Stacca, il consigliere Michele Barattini, l'assessore alla cultura Giovanni Saponaro, e l'ex consigliere Nicola Clemente (BariSera del 10 settembre 2010);
D'Ambrosio era anche il pro cugino del presidente del Consiglio Comunale, Nicola D'Ambrosio;
lo stesso Nicola Dambrosio e Saverio Columella, figlio dell'amministratore della Tradeco di Altamura, in alcune intercettazioni telefoniche disposte dal pubblico ministero Desirèe Digeronimo, avrebbero parlato «di presunte tangenti date a Pasquale Lomurno, segretario del sindaco di Altamura Mario Stacca» (Barisera di venerdì 10 settembre 2010). L'intercettazione sarebbe al vaglio dei carabinieri «per provare l'antica abitudine dei Columella al pagamento di tangenti ai pubblici amministratori» (Barisera di venerdì 10 settembre 2010);
si precisa che la società Tradeco S.p.A gestisce il servizio rifiuti solidi urbani ad Altamura, e che da tempo è al centro di inchieste giudiziarie. Risulta che il 7 settembre 2010 il comune abbia deliberato un milione e 260 mila euro alla società per il trasporto di rifiuti fuori bacino. In proposito, come riportato da un articolo del 26 settembre pubblicato sul sito altamuralive.it, il movimento «Aria Fresca» avrebbe dichiarato: «Mentre da settimane i cittadini attendono che il sindaco Stacca e i suoi collaboratori chiariscano con versioni credibili e documentate il contenuto delle intercettazioni effettuate dai Carabinieri su disposizione della Magistratura in cui amabilmente diversi di loro parlano, come rilevano gli stessi investigatori, di mazzette e bustarelle, arriva la ciliegina sulla torta. Il giorno seguente all'omicidio di Bartolo Dambrosio, mentre la città era sgomenta per l'accaduto ed esponenti dell'amministrazione rilasciavano dichiarazioni sconcertanti sulla vittima, Stacca e la sua squadra erano impegnati anche in qualcos'altro»;
in particolare, riporta sempre l'articolo succitato, il Movimento avrebbe aggiunto che: «l'amministrazione Stacca ha deliberato, in via definitiva, di chiudere con una transazione il contenzioso che la opponeva alla Tradeco in merito alla quantificazione dei costi per il trasporto fuori bacino dei rifiuti indifferenziati. Si tratta della deliberazione di giunta n. 112 del 7 settembre 2010, che segue la precedente deliberazione n. 45 del 15 marzo 2010 con la quale sempre l'amministrazione Stacca aveva avviato tutta la procedura e la determinazione dirigenziale n. 1108 del 27 agosto 2010 che ha quantificato gli esborsi. Alla Tradeco viene riconosciuto, a partire dalla data di chiusura della discarica di Altamura (dal 1° aprile 2008) oltre un milione di euro all'anno per il servizio offerto. Somme che si aggiungono all'appalto di raccolta e smaltimento sui rifiuti (circa 7 milioni di euro, tra i più alti della Puglia) e ai costi di biostabilizzazione che il sindaco Stacca ha deciso di assumersi con ordinanza n. 52 del 30 aprile 2010. Tutto questo, mentre la percentuale già bassa di raccolta differenziata è in ulteriore diminuzione (appena l'8 per cento nel 2010) e, per questo, la Città paga 400mila euro di ecotassa regionale. Invece di prendere la strada dello scioglimento del contratto capestro, un contratto frutto di un appalto dalle regole truccate gestito da varie amministrazioni, ecco arrivare l'ennesimo esborso a danno degli altamurani. Un esito che non ci sorprende perché segue uno schema di condotta già collaudato in questo Comune: si fa la faccia feroce con la ditta, questa fa partire i contenziosi, l'amministrazione chiede pareri e consulenze, poi tutto si chiude con una transazione che viene fatta passare come favorevole per la Città (quest'ultima conciliazione riconosce alla Tradeco quasi 1.100.000 euro all'anno anziché i circa 1.700.000 richiesti inizialmente dalla ditta). "Con quale serenità, lucidità e imparzialità è stata definita e chiusa la transazione da questi amministratori, considerato che diversi di loro, tra i più vicini al sindaco, intrattenevano da anni - come emerge dalle intercettazioni effettuate su disposizione della Procura dai carabinieri in questi anni - rapporti molto confidenziali e intimi con i componenti della famiglia titolare della Tradeco (cioè l'impresa che gestisce il più costoso servizio pubblico locale che assorbe circa un quarto della spesa corrente comunale)?"»;
l'attività di Carlo Dante Columella, patron della Tradeco, è oggetto di indagine da parte dell'antimafia che ipotizza i reati di associazione per delinquere e corruzione, traffico illecito e presunta gestione non autorizzata dei rifiuti. Dalle indagini degli inquirenti, la discarica in contrada Le Lamie conterrebbe il doppio dei rifiuti previsti. Il «re dei rifiuti della Murgia» è stato condannato il 29 settembre 2010 a 5 mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 20 mila euro per costruzioni «in contrasto con la pianificazione urbanistica e in totale difformità rispetto al permesso di costruire peraltro illegittimo» in contrada San Tommaso, tra Altamura e San
teramo. Stessa pena è stata irrogata alla moglie, Irene Petronella, e al progettista Alfredo Striccoli;
ma nelle intercettazioni all'esame della Procura, come si legge in un articolo pubblicato su Barisera, vi sarebbe anche uno «stralcio di presunte tangenti che i Columella devono pagare». Nella conversazione del 30 marzo 2002 tra Carlo Columella e una impiegata della Tradeco, Lucia Castoro, si discute di alcune questioni relative alla discarica. L'articolo succitato riporta la seguente conversazione: «Lucia Castoro (C): (...) i soldi per zio Franco (Petronella Francesco) per quelli lì ... (punto della registrazione incomprensibile) ... ora quello che mi ha detto, mi ha detto che deve andare lui ora (...) gli ottocento a Pasquale (duemilacinquecento a quell'altro - sembra dire al politico - (...). L'articolo riporta anche una telefonata del 10 aprile 2002 in cui le stesse persone parlano di una «presunta dichiarazione di guerra» che gli starebbero muovendo. Columella afferma che dirà al magistrato, il quale lo deve ascoltare, che «(...) mi hanno fatto la "delibera", volevano 500 milioni (di vecchie lire, ndr), non glieli ho dati, me l'hanno revocata»;
in un articolo apparso su La Repubblica sezione di Bari del 22 settembre 2010, il summenzionato giornalista Alessio Di Palo ha dichiarato: «Nico (Dambrosio) è un pesce piccolo. E in corso un braccio di ferro fra Stacca e i Columella. Nel 2011 dovrà essere bandita la gara d'appalto per lo smaltimento dell'immondizia e i Columella, appunto, non possono permettersi il lusso di perderla»;
Michele Columella è sotto indagine, insieme all'ex Assessore alla sanità Alberto Tedesco, per l'appalto dello smaltimento dei rifiuti ospedalieri della Asl Bari. L'ex dirigente Asl Lea Cosentino, interrogata dalla pm Digeronimo, avrebbe parlato di «un'amicizia fraterna che Tedesco aveva con la Tradeco di Columella. Io conosco il signor Franco Petronella - ha spiegato Cosentino - lo conosco da quando stava ad Altamura perché è un consigliere anche comunale e siccome Alberto Tedesco lo definiva mio fratello sapevo che spesso andava presso la società Tradeco a fare politica» (Corriere del Mezzogiorno.it);
sottoposti ad interrogatorio, tra gli altri, anche il legale rappresentante della società di smaltimento rifiuti Vi.ri. di Altamura, e Francesco Petronella, titolare della società;
secondo il giudice «è stata evidenziata l'illecita ingerenza degli indagati a sostegno degli interessi economici» di tre aziende, la Vi.ri srl, specializzata nella raccolta di rifiuti speciali, la Draeger Spa, rappresentata dal nipote di Tedesco, e la Consanit scpa, per l'aggiudicazione di altrettanti appalti dalla Asl di Bari (Corriere del Mezzogiorno.it);
i reati contestati all'ex assessore regionale alla sanità Alberto Tedesco sono corruzione, turbativa d'asta e concorso in violazione del segreto d'ufficio rispetto ad appalti per un valore complessivo di 9 milioni di euro;
alla morte di Bartolo Dambrosio, sia il presidente del Consiglio Comunale che l'assessore alla cultura Giovanni Saponaro hanno addirittura esaltato la figura del boss, sostenendo che fosse «una persona rispettabile». In particolare Nico Dambrosio su La Repubblica ha definito il suo parente come «una personalità eccessivamente portata verso il prossimo, il suo atteggiamento di vita era quello di una persona che puntava ad una promozione sociale». Con tali dichiarazioni, non degne di pubblici amministratori, è stato minimizzato l'ennesimo fatto di sangue legato a dinamiche mafiose avvenuto ad Altamura;
risulterebbe anche che alcuni esponenti delle forze dell'ordine fossero soliti fare jogging col boss, esperto in arti marziali. Il fatto mai smentito, se confermato sarebbe ad avviso dell'interrogante di inaudita gravità, soprattutto considerato che uno di questi esponenti, avrebbe persino protetto Dambrosio (La Repubblica sezione di Bari del 14 settembre 2010);
come se non bastasse, Bartolo Dambrosio avrebbe anche organizzato eventi collettivi, con il favore e il sostegno economico dell'amministrazione comunale. Appena due giorni prima della sua morte, avrebbe presentato la Notte bianca di Altamura;
il sindaco di Altamura, Mario Stacca, in seguito alle inopportune dichiarazioni del presidente del consiglio comunale sul parente boss assassinato, ha chiesto le dimissioni di Nico Dambrosio. Il presidente però non si è fatto da parte, così il 20 settembre 2010 il sindaco ha presentato la lettera di dimissioni, «già pronta per l'eventualità e l'ha fatta protocollare» (Corriere del Mezzogiorno.it) per consentire di fare chiarezza sugli ultimi fatti accaduti;
solo dieci giorni dopo, il sindaco ha ritirato le sue dimissioni, nonostante i presunti legami tra politica, imprenditoria e malavita siano rimasti inalterati e il presidente del consiglio comunale che elogia la personalità di un boss mafioso sia rimasto al suo posto;
in segno di protesta contro l'intensificarsi dei fenomeni mafiosi ad Altamura, il Coordinamento per la legalità ha recentemente organizzato una manifestazione in piazza della Repubblica. La portavoce del movimento, Valentina D'Aprile, ha dichiarato testualmente «Ad Altamura la mafia c'è, c'e anche una cultura mafiosa. Va avanti in questo modo da vent'anni. Non siamo noi a sostenerlo, ma gli investigatori della Dia e i magistrati della Dda, che parlano di intreccio mafioso-affaristico-politico. Ecco perché vorremmo che oltre agli inquirenti, impegnati a fare luce su questo intreccio, lo stesso risultato fosse garantito da chi ha gestito la nostra città» (La Repubblica sezione di Bari del 28 settembre 2010);
con tale manifestazione i ragazzi di Altamura per la legalità, hanno intesto proporre una «riflessione generale» per allontanare il rischio di «trasformare l'Alta Murgia in una terra invivibile, fra l'omertà dei testimoni, l'assenza di denunce per le estorsioni, la scarsa attenzione sul tema dell'usura e il consumo della droga» (La Repubblica sezione di Bari del 26 settembre 2010) -:
alla luce dei fatti descritti in premessa che rendono manifesta la forte incidenza della criminalità organizzata nella società altamurana, e che confermano l'esistenza di rapporti tra questa ed esponenti politici locali, se non si ritenga di accertare se ad Altamura vi siano condizionamenti esterni tali da richiedere lo scioglimento del consiglio comunale, ai sensi dell'articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
(2-00849) «Zazzera, Barbato, Granata».

venerdì 8 ottobre 2010


LETTERA A DAGOSPIA DI CARLO VULPIO
A me questa perquisizione disposta dai pm napoletani Piscitelli e Woodcock a casa e negli uffici dei giornalisti Sallusti e Porro non piace per niente. Per due motivi. Il primo. Cosa vuol dire applicare il reato di "violenza privata in concorso" per un presunto "dossier" o "campagna di stampa" che "il Giornale" si sarebbe apprestato a pubblicare (condizionale futuro)? Mi sembra tanto uno di quei "pre-reati" di cui si occupano gli investigatori della "pre-crimine" nel film Minority Report, con Tom Cruise. Insomma, un reato che semplicemente non esiste. Senza considerare che, come ricorda il collega Franco Abruzzo, "la Corte di Strasburgo ha imposto l'alt alle perquisizioni nelle redazioni a tutela delle fonti dei giornalisti e i giudici hanno l'obbligo di rispettare le sentenze del Tribunale dei diritti dell'uomo". Ma - dicono i pm e la " presunta vittima" del reato, Emma Marcegaglia, presidentessa di Confindustria -, la conversazione telefonica intercettata tra Porro e Arpisella (portavoce della Marcegaglia) dimostrerebbe l'intento di "coartare la volontà" della Marcegaglia, per indurla a più miti considerazioni sull'operato del governo guidato da Silvio, fratello di Paolo Berlusconi, editore de "il Giornale". Anche in questo caso, può esserci d'aiuto un film. "Guardie e ladri", con Totò (il ladro) e Aldo Fabrizi (la guardia). "Vieni qui o ti sparo", dice Fabrizi a Totò. "Non puoi sparare se non per legittima difesa - replica Totò -, e poiché io non offendo..." . E Fabrizi: "Allora io sparo in aria, a scopo intimidatorio". Totò: "E bravo. Io però non mi
intimido...".Ecco, anche a voler tutto concedere, Marcegaglia poteva rispondere come Totò: "Non mi intimido", "la mia volontà non si coarta". Che poi è la predica che vien fatta tutti i giorni agli imprenditori affinché non si pieghino a pagare il pizzo, al punto da minacciare di espellere dagli organismi associativi di categoria quelli che cedono. Marcegaglia invece era così "coartata" da far chiamare l'altro fratello di Silvio, Fedele Confalonieri, affinché intervenisse sul direttore editoriale Feltri per sistemare un po' le cose: cioè evitare la pubblicazione di articoli che per lei potessero rivelarsi scomodi (chiamateli pure dossier o come vi pare, la sostanza non cambia). Ma questo, signori miei, si chiama bavaglio alla libertà di stampa. Non ha alcuna importanza chi pubblica una certa notizia, quando la pubblica e per quale altro fine (anche biasimevole) la pubblichi. Ciò che conta è che la notizia (la cui pubblicazione rispetti le norme vigenti, ovvio) sia vera. Di quali notizie vere potesse aver timore la Marcegaglia, per la propria immagine e per quella del suo gruppo imprenditoriale, ci fornisce un assaggio il bravo Vittorio Malagutti sul "Fatto Quotidiano", ricordando gravi storie di smaltimento di rifiuti e di condanne subìte dagli stretti congiunti della signora Emma. Ma, appunto, si tratta di un assaggio. Un'inchiesta giornalistica (dossier?) un po' più approfondita farebbe capire meglio perché Marcegaglia e gli altri potenti, tutti i potenti, temono la libertà di stampa. Che non esiste allo stato puro e in via assoluta, intendiamoci, ma è tutt'al più una libertà relativa, e purtuttavia, anche se presente in "modiche quantità", è una libertà che spaventa. Facciamo un esempio che è di stretta attualità, ma che un po' tutti fingono di non vedere e che potrebbe far drizzare le antenne tanto ai "segugi" de "il Giornale" quanto a quelli del FQ (e sempre che Woodcock e Piscitelli non ravvisino anche in questo mio esempio un intento di "coartare"). Marcegaglia sostiene che Nicola Vendola è tra i migliori governatori d'Italia. Domanda del bravo giornalista: perché lo dice? Risposta del bravo direttore: andiamo a vedere, sguinzagliamo un cronista sveglio in giro per la Puglia e forse ne capiremo il motivo: tra inceneritori e contratti ventennali per discariche, alcune delle quali realizzate persino su laghi di acqua potabile che alimentano l'80 per cento della rete idrica salentina (Corigliano d'Otranto) e importanti siti neolitici (Spinazzola), il gruppo Marcegaglia non può che essere riconoscente per i decenni a venire nei confronti di Vendola. Il quale infatti è diventato un "intoccabile" per la stampa e la tv, di destra e di sinistra: nessuno che gli faccia mai una domanda seria che sia una. Non so se i "dossier" de il Giornale avrebbero riguardato (condizionale futuro) queste storie. Se non è così, peccato. Ma si fa sempre in tempo. Se non su "il Giornale", sul FQ, o su qualunque altra testata. Anche su "Chi" e "Novella 2000", perché no? Le shampiste leggono, se incrociano articoli scritti bene.
Veniamo al secondo motivo. Questa perquisizione e questo "reato" non mi piacciono anche perché avvicina molto Woodcock e Piscitelli a Chieco e Cazzetta, il procuratore e il pm di Matera che nel 2007, assieme al gip Onorati, formularono il seguente fantasmagorico capo di imputazione: "associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa con concorso morale esterno". Un reato inventato, che non esiste nei codici e che infatti non è mai stato applicato nella storia d'Italia, ma che ha comportato non solo perquisizioni di casa e ufficio, sequestri di pc, cd e documenti di lavoro per nulla segreti, ma che ha consentito - grazie alla contestazione del reato associativo - di mettere sotto controllo i telefoni di quattro giornalisti (tra i quali il sottoscritto) e di un capitano dei carabinieri. In quella circostanza furono proprio Feltri e Sallusti, che dirigevano Libero, a pubblicare a puntate le nostre intercettazioni (parlo di intercettazioni private, che dovevano essere distrutte perché non costituenti reato, né pertinenti al presunto reato). Non si scandalizzò nessuno. Né Feltri, né Sallusti, né le direzioni e i comitati di redazione del mio o di altri giornali (eppure, era la prima volta che un intero giornale veniva "ufficialmente" intercettato) e nemmeno l'Ordine dei giornalisti e la Federazione della stampa che oggi accennano a una timida reazione. A me, non è restato altro da fare che agire in giudizio contro Libero. Ma proprio per questo oggi difendo Feltri e Sallusti e penso che i pm napoletani sbaglino. Quale vicenda meglio di questa può dimostrare la necessità che un un principio, se lo si ritiene sacro - e la libertà di stampa lo è -, va difeso sempre? Anche e soprattutto quando riguarda chi ti ha "maltrattato" calpestando ieri i princìpi che invoca per sé oggi? Dirò di più. Così magari qualcuno può cogliere l'occasione per organizzare un dibattito in tv sull'argomento (magari con noialtri "associati a delinquere", Feltri, Woodcock, Vendola e Marcegaglia). Per noi, gli "associati delinquere", il termine ultimo per la conclusione delle indagini, prorogato tre volte, è scaduto a gennaio 2009. Ebbene, quando qualche settimana fa abbiamo inoltrato istanza al procuratore generale di Potenza, Lucianetti, affinché ci venisse detto se fossimo da prosciogliere o da rinviare a giudizio, la risposta è stata un'altra perla giuridica. E' vero - ha risposto il pg - che il termine ultimo per le indagini è scaduto da quasi due anni. Ma le indagini restano aperte perché il "caso è complesso" (una presunta diffamazione!) e, in ogni caso, gli atti compiuti dopo quel termine "sono inutilizzabili". In altre parole, se in tutto questo tempo hanno continuato a "monitorarci" e se verosimilmente continueranno a farlo - per sapere chi siamo e da dove veniamo e con chi parliamo e come la pensiamo e cosa facciamo - non dovremo preoccuparci. Tanto gli atti da gennaio all'infinito sono inutilizzabili. Eh, no. Non va bene. Urge programma tv che affronti la questione e spieghi al grande pubblico. Mi vanno bene anche Floris e Paragone. O una finestra nel tg di Mentana, a La7. Certo, da Fazio o da Vespa, oppure a Matrix, sarebbe già un altro share. Se proprio insiste, però, sceglierò Santoro.

martedì 28 settembre 2010



Imposimato ai giudici di Brescia: “Ecco come nell’ufficio della Finocchiaro si decise di “far fuori” Clementina Forleo”. Finocchiaro querela e Forleo la denuncia per calunnia: “A Milano mi hanno scippato il caso scalate bancarie”. Per i media non c’è notizia. C’è (sempre) chi fa la morale (agli altri)
Pubblicato il 27 settembre 2010 da Carlo Vulpio
Non mi aspettavo mica che questa notizia l’avrebbe data, chessò, “Il Foglio”, che non pubblica una garbata letterina di precisazioni nemmeno se gliela mandi due volte. Né mi aspettavo che l’avrebbero raccontata i giornali grandi e piccini. O i Tg 1, 2 e 3. Oppure le reti Mediaset. O la “nuova” La7. Oppure Sky, magari durante un Calcio Show.
No, questa notizia, che pure, come si dice in questi casi, “c’è tutta”, non l’ha data nemmeno la controcorrente Current Tv all’una di notte. E, soprattutto, non l’ha raccontata nemmeno il giornale che dice di dire “ciò che gli altri non dicono”, cioè FQ, il Fatto Quotidiano, che quando fa così a me piace chiamare “il Pacco Quotidiano” (non è che il sarcasmo può valere solo se chiami il Corriere della Sera “Pompiere della Sera”, no?).

Speravo allora che questa notizia, per spiegare com’è che funziona il giornalismo libero, quello che si chiede il perché e il percome, si riuscisse a raccontarla bene e tutta in uno dei “templi” del giornalismo libero, quella Columbia University di New York dove, a spiegare cosa sono la libertà e la stampa in Italia, sono atterrati i giornalisti Travaglio e Borromeo e il giudice di Cassazione Piercamillo Davigo.

Ospiti di Alexander Stille – figlio di Ugo Stille, il direttore che vent’anni fa mi chiamò al Corriere della Sera e del quale conservo un affettuosissimo ricordo -, i sopra citati Italians non hanno fatto nemmeno per errore un riferimento alle “cose di casa nostra” che fosse, diciamo così, un po’ diverso e un po’ più esaustivo dalla solita messa cantata su Berlusconi e il berlusconismo che ci impedirebbero – mannaggia – di raccontare “la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”.

Ed ecco dunque la notizia.
Anna Finocchiaro (capogruppo Pd al Senato, magistrato in aspettativa) ha querelato il gip di Cremona, Clementina Forleo (appena diventata mamma di una deliziosa bambina di nome Stella, auguri). La Forleo a sua volta ha denunciato la Finocchiaro per calunnia.
Forte, no? E mica soltanto per il fatto (nessun riferimento al giornale) in sé, ma anche e soprattutto per l’antefatto (ancora una volta, nessun riferimento).

La vicenda riguarda un “summit” che si è tenuto il 6 giugno 2007 nell’ufficio della Finocchiaro. L’incontro è stato raccontato da Ferdinando Imposimato – ex senatore Ds ed ex magistrato – in due verbali ai magistrati di Brescia.

Fu un incontro – dice Imposimato – in cui si decise di inviare un’ispezione ministeriale alla procura di Milano, il cui fine nemmeno tanto coperto era quello di mettere sotto procedimento disciplinare per “incompatibilità ambientale” l’allora gip di Milano, Forleo, che si stava occupando delle famose scalate bancarie dei “furbetti del quartierino”.
Più avanti, se volete conoscerlo nei dettagli, trovate una sintesi della ricostruzione di questo incontro tratta dal mio libro Roba Nostra (Il Saggiatore, con prefazione – ohibò – di Travaglio e postfazione di Antonio Ingroia).

Racconto questa vicenda per una ragione molto semplice: non mi piace che su questa storia tutti tacciano. Ma lo faccio anche perché, mentre tutti tacciono, la signora Finocchiaro spara querele, invece di spiegare cosa è accaduto quel giorno in quella stanza, mentre il PQ ogni santo giorno non solo si vanta di dire “ciò che gli altri non dicono”, ma fa pure la morale a tutti.
Ebbene, il PQ non ha dedicato un rigo a questo argomento. Non vuole raccontarlo. Non vuole proprio toccarlo. Non lo ha fatto nemmeno in occasione della festa per il suo primo compleanno, in Toscana, dove per l’occasione si è parlato di corruzione. Tra gli invitati alla festa c’era anche il pm milanese Francesco Greco. Ma anche lui, silenzio. Eppure Greco è uno di quelli che sulla vicenda Forleo qualcosa potrebbe dirla. Per esempio, potrebbe spiegare chi e perché ha “custodito” nei cassetti, senza mai dire da quale altro ufficio le avesse ricevute, le carte che invece dovevano finire sulla scrivania del gip naturale delle “scalate”, cioè Clementina Forleo.

Né ha sprecato, il pur solitamente informato PQ, un solo rigo per raccontarci, così, per amore della pura cronaca, come mai l’allora procuratore aggiunto di Milano, Edmondo Bruti Liberati, avesse sentito l’impellente bisogno di scrivere (online, nelle mailing list dei magistrati) un duro quanto inopportuno commento contro la pronuncia del Tar Lazio che dava ragione alla Forleo e sconfessava il Csm che l’aveva cacciata da Milano e trasferita a Cremona (immaginate se una cosa del genere l’avesse fatta un altro, o la stessa Forleo).
E sempre per la completezza della nostra beneamata cronaca, ci saremmo aspettati di leggere da qualche parte o di sentire da qualcuno che i protagonisti in toga dell’impropriamente denominato “caso Forleo” sono stati – dopo la “eliminazione” del gip milanese – tutti promossi: Piero Gamacchio è diventato presidente di sezione del Tribunale, Filippo Grisolia (quello che per pura coincidenza, il 30 luglio 2007 – cioè il giorno successivo a quello in cui Clementina Forleo si assenta per malattia -, deposita il parere sul “deficit di equilibrio” da cui sarebbe stata affetta la stessa Forleo) è diventato presidente di sezione della Corte d’Assise, Francesco Greco è diventato procuratore aggiunto ed Edmondo Bruti Liberati procuratore capo, quest’ultimo con la ostentata “benedizione” di destra e sinistra (rientra anche questo tra gli esempi di “inciucio buono”, come il PQ ama definire le cose che sponsorizza?).

Con un certo ritardo rispetto alla diffusione del racconto di Imposimato, ecco arrivare la querela di Anna Finocchiaro contro Clementina Forleo. Anche in questo caso, giornali e tv fanno i distratti. Un trafiletto può bastare. Ma c’è un giornale che si distingue per capacità di distrazione (non possiamo dire “di massa” perché non lo consente il numero di lettori). E’ l’Unità di Concita De Gregorio, che alla notizia dedica poche righe senza spiegare nulla, nemmeno “l’antefatto”: a leggerlo, chiunque penserebbe che Forleo abbia tirato un ceffone alla Finocchiaro, o qualcosa del genere. Eppure, Concita sulla vicenda poteva farsi illuminare. Per esempio, da Luigi (de Magistris). Che sull’Unità tiene pure una rubrica e sull’argomento sa di tutto e di più. Anche perché proprio lui ha scritto la postfazione a un libro in cui si parla abbondantemente di questo “summit”. Il libro è “Il caso Forleo”, di Antonio Massari (che è anche giornalista del FQ). Niente. Su questo, zitta Concita, zitto Luigi – che ignora persino i frequentatori del suo blog che chiedono lumi sulla vicenda Forleo – e zitto Antonio.

Zitto pure quell’altro campione della legalità, della libertà e della “democrazia dal basso” che risponde al nome di Beppe Grillo da Woodstock, provincia di Cesena.
Nel momento in cui Forleo “serviva” (come il sottoscritto, del resto) – a lui, a de Magistris, alla Alfano, a Santoro, a Travaglio – aveva anche aperto la finestra “Forza Clementina” sul suo blog. Dopo, silenzio assoluto e censura sistematica – ma in nome della libertà di espressione, ci mancherebbe – per tutti i commenti critici (puntualmente “bannati”) che piovevano sul suo blog.
Evidentemente, chi gli scrive i testi e gli ha programmato il rilancio politico-economico, per lui molto redditizio, ha spiegato a Grillo che è meglio, per il bene della democrazia e per “non fare il gioco di Berlusconi”, si capisce, non toccare l’argomento Forleo e così tacere su quella brutta pagina scritta nel Palazzo di Giustizia di Milano nell’estate del 2007, specialmente se è una pagina di cui oggettivamente non si può dare la colpa al Caimano.

Zitto, naturalmente, anche il vicequestore di Polizia in aspettativa Gioacchino Genchi. Lo capiamo, in qualche modo. Come potrebbe parlare di questa storia senza “farla propria”? Se lo facesse, mannaggia, sarebbe poi costretto ad aggiungere al suo voluminoso libro quel capitolo – su alcune figure (o figuri) del Palazzo di Giustizia milanese – che da quel libro è misteriosamente scomparso appena prima di andare in stampa.

Zitto anche Antonio Di Pietro, che pure alla Forleo aveva offerto due candidature, gentilmente non accettate dal giudice, ma pur sempre segno di stima e di considerazione nei suoi confronti.
Di Pietro non sa bene che pesci pigliare, in questo momento, e un po’ va capito. I sondaggi lo danno in pericolosa discesa e i “suoi”, ogni giorno che passa, si rivelano per quello che sono, né “capaci”, né “fedeli” e meno che mai “leali”. Ma è certo però che se continua su questa strada – un piede di qua, uno di là, un altro su, l’altro giù – torna al 2-3 per cento degli esordi.

E Salvatore Borsellino? Che cosa è successo a Salvatore Borsellino? Il suo silenzio – mi riferisco al silenzio pubblico, poiché le dichiarazioni private in questi casi lasciano il tempo che trovano – su Clementina Forleo, alla quale, non dimentichiamolo, è stato anche assegnato il premio in memoria del fratello Paolo, è assai strano, singolare, imbarazzante.
Salvatore Borsellino sa meglio di tutti cosa significa essere lasciati soli. Anche lui si è convertito alle ragioni della “ragion politica”? Anche lui soppesa la verità – la verità dei fatti – prima di enunciarla? Anche lui si chiede, prima di parlare, “cui prodest”?

Lo so, mi si obietterà che le battaglie di principio valgono fino a un certo punto. Poi occorre vincere. Anche “facendo un patto con il diavolo”, come hanno detto e ridetto, guarda un po’, Di Pietro e Vendola, e come in giro si sente ripetere sempre più spesso.
Ecco, io non la penso così. Penso che “il diavolo” sia il Male e che se dici di voler allearti persino con il Male per far trionfare il Bene, oltre a dire una enorme sciocchezza, stai anche barando. Non può venire nulla di buono da chi è disposto ad accompagnarsi anche con “il diavolo”. Ci provò già Faust con Mefistofele e sappiamo tutti com’è andata a finire.

Credo invece che se ti batti per un principio devi farlo per affermare quel principio e basta, non devi chiederti a chi giova e a chi no. E’ una strada difficile da percorrere, è vero, anche perché, purtroppo, la politica, tutta la politica, anche quella che oggi si spaccia come “alternativa”, ride di considerazioni del genere. Le reputa ingenue, folli, autolesionistiche. Punti di vista. Nessuno è obbligato a fare ciò che non ha scelto. E poiché ognuno, alla fine, sceglie, ognuno risponde di ciò che fa. O non fa.

Per me, l’obiettivo non è “abbattere” Berlusconi o chicchessia. Per me, l’obiettivo, ma a questo punto sarebbe meglio dire: la speranza, è cambiare in meglio le nostre vite, il nostro Paese, con le idee e soprattutto con i comportamenti che devono essere coerenti con le idee (diffidate di chi sostiene che la coerenza è la virtù degli imbecilli). Faccio un esempio terra terra: non puoi parlare dei precari a 500 euro al mese e “soffrire” per loro e intanto guadagnare 500mila o qualche milione di euro l’anno. Soprattutto se quei soldi sono denari pubblici. Altrimenti non sei credibile. In fondo, il nocciolo della questione è tutto qui: la credibilità. Do you understand?
Buona lettura

da “Roba Nostra” (Il Saggiatore, seconda edizione, 2009):
“E’ il 6 giugno 2007. Clementina Forleo non è stata ancora trasferita e si appresta, per poterle valutare e selezionare, a sbobinare le telefonate dei tre «Orazi» (D’Alema, Fassino e Latorre, Ds) e dei tre «Curiazi» (Grillo, Comincioli, Cicu, di Forza Italia).
A Roma sono molto preoccupati. Tanto che decidono di tenere un «summit» al volo in una qualche stanza del Parlamento. Chi partecipa a questa riunione ristretta e di cosa si discute? Lo rivela ai giudici – durante alcuni faccia a faccia ad alta tensione, quasi costretto a farlo dalla sua (ex) grande amica Forleo – l’ex senatore Ds ed ex magistrato Ferdinando Imposimato.
Dice Imposimato: «Ci fu una riunione nella stanza del capogruppo Anna Finocchiaro, dell’Unione, nel corso della quale era sopraggiunto anche il ministro Mastella, sollecitato da altri convenuti (Calvi, Latorre e altri) a un’ispesione ministeriale presso il tribunale di Milano. Il ministro aveva inizialmente rifiutato di disporre l’ispezione, perché pensava di dover attendere le determinazioni dei presidenti delle Camere…». […]
Se nessuno può fermarla con le buone, allora come si fa? La si fermi con le cattive. In che modo? Ma con un’ispezione ministeriale, no? E dunque ecco la scena: la senatrice Finocchiaro (anche lei ex magistrato), il senatore Nicola Latorre (uno dei principali coinvolti nell’inchiesta sulle scalate bancarie), il senatore Guido Calvi (avvocato di Massimo D’Alema), Clemente Mastella […] più «altri» non meglio identificati: tutti quanti insieme appassionatamente che discutono e si scervellano su come meglio servire la mela avvelenata a Clementina Forleo attraverso un’ispezione ministeriale urgente al tribunale di Milano. Ma bisogna fare le cose per bene. Quindi, meglio avere anche «le determinazioni dei presidenti delle Camere», di cui si discute nella stanza della Finocchiaro […]
Le «determinazioni» non si fanno attendere un minuto più del dovuto. Lo stesso giorno, 6 giugno, a firma congiunta – Franco Marini per il Senato e Fausto Bertinotti per la Camera – arriva la «determinazione» tanto attesa, che esprime le «preoccupazioni» del Parlamento per quelle benedette telefonate.
Ci sono tutti. Anzi, no. Ne manca ancora uno. Il capo dello Stato. E il 23 luglio arriva anche lui. Giorgio Napolitano, dall’aula di Palazzo dei Marescialli, durante un plenum del Csm, rivolge un appello ai giudici, chiedendo che «non inseriscano nei loro atti valutazioni non pertinenti». […]
Dopo, parecchio tempo dopo, quando ormai chi doveva capire la lezione l’aveva abbondantemente capita, ecco che dal Quirinale giunge una smentita, o meglio, una rettifica, che spiega come il presidente Napolitano non intendesse riferirsi a nessuno in particolare, e quindi nemmeno al giudice Forleo.
Ma intanto la macchina si è messa in moto, ed è un tritacarne inarrestabile. D’altra parte, bisogna fare in fretta. Intercettando Antonio Fazio si è arrivati a Giovanni Consorte e intercettando quest’ultimo si è arrivati a Massimo D’Alema. La partita si fa sempre più pericolosa. Saltano le regole e i vecchi riferimenti che servivano da orientamento si rivelano inutili. Non c’è più nemmeno l’alibi del «nemico» della magistratura per definizione, il «nemico di destra». Ora il nemico, il Caimano, arriva anche dall’altra sponda della palude. E questo sembra fare ancora più paura. Scappano tutti. E quelli che non si dileguano si fanno caimani pure loro. La Forleo viene lasciata sola.
Il resto è gioco di accerchiamento. Dopo la riunione segreta ospitata dalla Finocchiaro e i pronunciamenti delle tre più alte cariche dello Stato, Clemente Mastella dichiara ai giornali che la Forleo non rispetta la Costituzione e D’Alema dichiara al duopolio tv Rai-Mediaset che si è oltrepassato il segno (cioè è stato chiamato in causa lui) e i giudici vanno puniti. E’ stato detto tutto. E’ tutto pronto. Immediata, scatta l’azione disciplinare promossa dal procuratore generale della Corte di Cassazione, Mario Delli Priscoli. […]
La decisione annunciata di trasferire Clementina Forleo con la fantasiosa motivazione della «incompatibilità ambientale» è assunta dal Csm il 22 luglio 2008. Ma Forleo andrà a Cremona in settembre. Fino a quella data, quindi, il gip di Milano competente sulla storiaccia delle scalate bancarie è ancora lei. […] Che cosa è accaduto dal 29 maggio al 29 luglio 2008?
In questi due mesi, la procura e l’ufficio gip di Milano hanno fatto di tutto per ritardare la decisione di iscrivere sul registro degli indagati il senatore Nicola Latorre. Invece di fare ciò che potevano (e forse dovevano) fare, i magistrati di Milano hanno solo dato a vedere di volerlo fare con urgenza. E così hanno scippato il caso delle scalate bancarie dalle mani del gip Forleo, nonostante fosse lei il giudice competente.
Una vicenda gravissima […] Ma quando anche nel palazzo di Giustizia di Milano si arriva a questo, è giusto chiedersi cosa ci si può aspettare da altre procure e altri tribunali. Forse è anche per questo che i giornali e le tv non ne devono parlare. E infatti non ne parla nessuno. Quando lo scrivo, devo farlo su un blog, il sito di gossip «Dagospia». Ma nemmeno questo è sufficiente a far sì che giornali, radio e tv riprendano la notizia.
Vediamo dunque come sono andate le cose.
Dopo l’ordinanza del gip Forleo (quella dei «complici e non semplici tifosi») sull’operazione Unipol-Bnl-Antonveneta-Rcs, la Camera dei deputati aveva dato il nulla osta all’iscrizione dei parlamentari sul registro degli indagati, affermando che non era necessaria l’autorizzazione del Parlamento.
Restava da decidere solo il caso di Latorre, per il quale si doveva esprimere la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato.
Nella sua ultima seduta del 22 gennaio 2008, la Giunta propone al Senato di restituire gli atti all’autorità giudiziaria, come vuole la legge.
In altri termini – questo è il senso della decisione della Giunta –, poiché in questo caso non si sta chiedendo di intercettare un parlamentare, ma di utilizzare le sue conversazioni con altri indagati, quel parlamentare può essere iscritto sul registro degli indagati. Quindi Latorre (proprio come aveva stabilito la Camera dei deputati anche per D’Alema, Comincioli e gli altri parlamentari indagati) era «iscrivibile» e la procura di Milano poteva farlo già all’indomani del 22 gennaio 2008. […]
Un mese dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, il 29 maggio, la Giunta delle immunità parlamentari restituisce gli atti riguardanti Latorre al presidente del tribunale di Milano, Livia Pomodoro. La quale avrebbe dovuto trasmetterli, come aveva fatto in precedenza per gli atti della Camera, al gip competente, e cioè alla Forleo.
Invece quegli atti alla Forleo non sono mai arrivati. Ora, è vero che Livia Pomodoro e il capo «reggente» dei gip di Milano, Filippo Grisolia, nei giorni in cui si stavano cercando pretesti per massacrare la Forleo l’hanno accusata di protagonismo, mancanza di equilibrio e persino di «scarsa produttività». Ma nemmeno questa avversione nei confronti della Forleo poteva autorizzarli a non trasmettere gli atti al gip naturale.
E tuttavia, nel cristallino palazzo di Giustizia di Milano gli atti giunti dal Senato il 29 maggio vengono trasmessi direttamente alla procura, dove rimangono chiusi nel cassetto fino al 29 luglio. Saranno tirati fuori, «per l’urgenza a provvedere» due mesi dopo (l’urgenza? due mesi dopo?), quando è di turno il gip supplente Piero Gamacchio. E proprio quando la Forleo si assenta per malattia per alcuni giorni, a causa di un piccolo incidente domestico (rientrerà il 2 agosto). […]La richiesta di Gamacchio, sostenuta dalla procura di Milano (la firmano in cinque: il capo Minale, l’aggiunto Bruti Liberati, e i pm Orsi, Perrotti e Fusco) non si discosta granché da quella della Forleo, salvo in un paio di righe in cui si dice che le intercettazioni per cui si sta chiedendo l’autorizzazione «rimangono la sola fonte di innesco di una investigazione», ossia l’unico elemento per iscrivere Latorre tra gli indagati.
Ma allora, se è così, perché tutta questa perdita di tempo? Perché trattenere le carte per due mesi e poi sventolare l’urgenza a provvedere? Se Gamacchio non avesse fatto ciò che con ogni probabilità non avrebbe fatto la Forleo (qualora le avessero trasmesso gli atti che le spettava avere), a quest’ora le cose starebbero diversamente. Non ci sarebbero state tutte le danze inutili tra Roma e Strasburgo, tra parlamento italiano ed europeo, e Latorre, D’Alema e gli altri telefonisti, anche a loro garanzia si capisce, come per ogni altro cittadino, risulterebbero iscritti nel registro degli indagati.
Ma questo, in Italia, non si può dire. Non si può dire che il «caimano» Berlusconi, bene o male, nelle aule di giustizia ci è entrato (giustamente) affinché alcuni processi a suo carico fossero celebrati. Mentre per il «caimano» D’Alema (e compagni) non ci può essere nemmeno la semplice iscrizione in un registro degli indagati. […] Per la cronaca, resta l’esito finale: Forleo trasferita e Gamacchio promosso presidente di sezione.”

martedì 21 settembre 2010


MURGIA, LA «RIFIUTI CONNECTION»
Quadro sempre più inquietante dietro il recente omicidio del boss Bartolo Dambrosio
di Cosimo Forina•Spinazzola.
Un boss ucciso, il suo braccio destro svanito nel nulla, un giornalista a cui prima rompono le costole e poi gli bruciano la macchina, il mondo degli affari, della politica e della mafia, quello dei rifiuti, dei collaboratori e testimoni di giustizia messi in sicurezza con le loro famiglie.
L’OMICIDIO
L’efferato omicidio di Bartolo Dambrosio, boss indiscusso ad Altamura (per ammazzarlo sono stati sparati trentatré colpi di fucile e di pistola, di cui sette hanno raggiunto l’uomo, una esecuzione in stile mafioso) ha riacceso i riflettori degli investigatori sul territorio murgiano. Il procuratore della Repubblica di Bari, Antonio Laudati, sull’uccisone di Bartolo Dambrosio ha ipotizzato che sia «un omicidio strategico per chi intende assicurarsi un ruolo principale nella gestione delle attività criminali. È in atto un cambiamento di rapporti di forza all’interno della malavita del distretto barese».
COSA LEGA SPINAZZOLA AD ALTAMURA
Cosa lega Spinazzola ad Altamura, a questo delitto? Sicuramente la vicenda del giornalista Alessio Dipalo, direttore di Radio Regio, premio Livatino nel 2009 (a proposito, proprio oggi ricorre il ventesimo anniversario dell’uccisione del giudice-ragazzino). Di Palo dai microfoni della sua emittente altamurana continua, a dispetto di chi avrebbe voluto farlo tacere, a denunciare ogni sorta di malaffare.
FIRME E DISCARICA
È il 29 giugno del 2006 quando Alessio Dipalo partecipa con altri giornalisti ad una conferenza a Spinazzola che conclude la raccolta firme per una petizione sul «No» alla discarica del Bacino Ba/4 a «Grottelline».Lembo di terra nel territorio di Spinazzola, un sito di interesse paesaggistico, naturalistico e archeologico. La registrazione di quella conferenza in cui si denunciava anche la strana sparizione di documenti, Dipalo la trasmette nel suo programma «La cronaca» per alcuni giorni. Altamura è la città dove ha gravato per venti anni il peso ingombrante di altro immondezzaio gestito dalla società Tradeco. Il cui proprietario, Carlo Dante Columella, viene considerato il patron dei rifiuti in Puglia. Proprio la Tradeco si appresta con un’altra impresa, la Cogeam del gruppo Marcegaglia, a gestire per venti anni la discarica di Spinazzola. Contratto firmato dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola .
LA «LEZIONE»
Il 3 luglio 2006 due persone attendono Alessio Dipalo sotto la sua abitazione, l’intento è quello di dargli una lezione: pugni, calci e qualche costola incrinata. Gli artefici della spedizione punitiva sono Biagio Genco e Vincenzo Laterza. Il primo, braccio destro di Dambrosio svanito nel nulla nel novembre 2006 (ritenuto un caso di «lupara bianca»), l’altro divenuto collaboratore di giustizia e trasferito in località protetta con la famiglia dalla Direzione Distrettuale Antimafia, che oggi indaga anche sulla morte di Bartolo Dambrosio.
LA DIREZIONE ANTIMAFIA DI BARI
Partendo da quell’aggressione, dalle rivelazione del pentito, dalle intercettazioni sul Dambrosio che pare avesse ordinato ai due di dare la lezione al giornalista, la Direzione distrettuale antimafia di Bari giunge a quel filone di indagini che vede coinvolto il mondo della politica e dei rifiuti, da sempre denunciato da Alessio Dipalo. A dimettersi da assessore regionale alla sanità, non appena trapela il suo nome dalle inchieste è Alberto Tedesco ora senatore del Partito democratico.
LE INDAGINI
Le indagini portano nel 2010 anche a degli arresti, tra cui quello del figlio di Columella, Michele Columella e di suo zio Francesco Petronella: il primo rappresentante, il secondo titolare della società «Viri» che vince un appalto milionario sui rifiuti ospedalieri. La nascente discarica di Spinazzola viene prima sequestrata dalla procura di Trani (pm Michele Ruggiero) e poi dissequestrata dallo stesso magistrato a distanza di circa due anni.
LE OMBRE
Ma le ombre sull’immondezzaio di Spinazzola non sono affatto svanite, resta da comprendere il perché ad esempio sia sparita la memoria del computer dagli uffici della Regione Puglia che conteneva proprio i dati di «Grottelline». Questa verità è emersa dalla risposta del governo ad una interrogazione dell’on. Pierfelice Zazzera (Italia dei valori), lo stesso parlamentare che ottiene la messa in sicurezza del fratello di Dipalo, Francesco, imprenditore preso di mira dalla mala locale, divenuto testimone di giustizia. Per la morte di Bartolo Dambrosio molte le piste aperte dagli inquirenti che indagano anche sul legame del boss con la politica, gli imprenditori, gli affari, la monnezza.
IL CASO
LA CITTADINA MURGIANA SCOSSA DAL RECENTE OMICIDIO DEL BOSS BARTOLO DAMBROSIO E AD ALTAMURA SI DIMETTE IL SINDACO

Pasquale Dibednedetto Giovanni Longo • Altamura
Il terremoto politico che in queste ore sta scuotendo il Comune ha, sullo sfondo, proprio la questione legata al ciclo dei rifiuti che ha nel centro murgiano uno dei centri strategici. Un vero e proprio braccio di ferro è in atto. Il presidente del Consiglio comunale, Nico Dambrosio, dopo la bufera suscitata dalle sue dichiarazioni sull’omicidio del boss e suo procugino, Bartolo Dambrosio, stigmatizzate dal sottosegretario Alfredo Mantovano, non si dimette. E allora le dimissioni arrivano dal sindaco che ora ha solo venti giorni per ritirarle.
Ieri Mario Stacca non aveva l’aria di essere particolarmente amareggiato, al termine di una riunione con i rappresentanti dei partiti della sua coalizione in cui ha comunicato la scelta. Anzi si notava una sorta di sollievo. Il sindaco intende «mettere le forze di maggioranza di fronte a un fatto compiuto e indurle a esprimersi e a fare chiarezza, così da evitare che si continui a speculare sulla mia persona e sulla maggioranza che mi sostiene». Ma il gesto ha anche l’obiettivo «di far prendere coscienza alla persona interessata. Tutti i gruppi della coalizione sono vicini a me», assicura Stacca. Poi precisa: «Qui non è imputato nessuno ma voglio sgomberare il campo, con una forte presa di posizione, da tutti quei minimi dubbi e illazioni diffusi sulla mia onestà, correttezza e moralità. A Dambrosio chiedo un atto di alta responsabilità per dar conto non a me ma alla città. Se non lo farà, sono pronto ad andare alle elezioni tra qualche mese con la stessa trasparenza di questi anni».
Intanto ieri si era autosospeso dall’incarico anche il segretario particolare del sindaco Pasquale Lomurno, citato in alcune intercettazioni allegate a una informativa dei carabinieri (è agli atti della Dda in una delle inchieste sullo smaltimento dei rifiuti, quella sulla Vi.Ri. che ha condotto in carcere Michele Colummella e Francesco Petronella).
Al termine di un periodo di ferie già maturato diventeranno dimissioni effettive. «Il segretario si è dimesso - spiega Stacca - perché voleva avere le mani libere per meglio difendersi da alcune denigrazioni dette durante una telefonata di due anni fa». Sono «basse insinuazioni, evidentemente costruite ad arte, di cui anch’esso è vittima», aggiunge. Lo stesso Lomurno assicura di aver assolto al suo compito «con diligenza, passione, spirito di servizio, onestà morale e intellettuale, nel rispetto delle regole». E definisce questa «vicenda incresciosa» come uno «sciacallaggio politico e amministrativo». Sottolinea, poi, che sono state «artificiosamente» accostate due intercettazioni, una del 2002 e l’altra del 2008. «Nel primo periodo l’attuale sindaco ricopriva la carica di consigliere comunale» mentre io «ero totalmente assente dalla vita amministrativa e politica». Ed evidenzia che «allo stato attuale, nonostante l’indagine sia in piedi da diversi anni, nulla mi è stato mai contestato né sono mai stato destinatario di alcun provvedimento dell’autorità giudiziaria. Tolgo il disturbo al fine di essere libero e non creare condizionamenti o riflessi negativi al sindaco prima, ai dirigenti ed alla intera struttura di questo Comune poi, e mi impegno a ricostruire con atti, date, fatti e circostanze la storia politica degli ultimi venti anni di questa città al fine di ripristinare la verità». La decisione del sindaco di Altamura, almeno per ora, non cambiano più di tanto la situazione politico-amministrativa della città murgiana, vista con gli occhi della Prefettura. All’orizzonte, almeno per ora, lo scioglimento del consiglio comunale non è ai primi punti dell’agenda del Palazzo del Governo. «Da un punto di vista politico - spiega il prefetto Carlo Schilardi - non posso dire granché: le dimissioni di un sindaco rientrano nella sua autonomia decisionale». Ma al prefetto non si chiede certo un commento di natura politica, specie dopo le polemiche di queste settimane amplificate da quanto è emerso durante la riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica tenutosi otto giorni fa. «Bisogna prima attendere i venti giorni previsti dalla legge entro i quali il sindaco può ritirare le dimissioni», osserva il prefetto. Solo dopo il consiglio comunale potrà essere sciolto, provvedimento che comporta la nomina di un commissario ad acta, la cessazione dalla carica dei consiglieri e la decadenza della giunta, lo svolgimento dell’attività ordinaria fino alle successive elezioni.
L’INTERCETTAZIONE
E LOMURNO CANTÒ A COLUMELLA « C’È UNA BUSTA PER TE, DIMMI SE CI SEI»

Un conversazione di Pasquale Lomurno, segretario del sindaco Mario Stacca che si è dimesso ieri insieme con il primo cittadino di Altamura, è finita agli atti dell’inchiesta della Dda di Bari che indaga nell’ambito di una delle inchieste sullo smaltimento dei rifiuti, quella che ruoto attorno alla «Vi.Ri.», nell’ambito della quale, lo scorso luglio, sono finiti ai domiciliari Michele Columella e Francesco Petronella. Sono le 21.56 del 25 gennaio 2008 quando i carabinieri intercettano una conversazione tra Pasquale Lomurno e Saverio Columella. Columella S.: «Allora “Resta in ascolto” che c’è una busta per te e dimmi se ci sei (canta)». Lomurno P.: «Beh ehi! Hai finito di rompere i c... dove ci vediamo? Al Pich Pit?» Columella S.: «Noi stiamo al Pich Pit Pasquale... con chi stai tu Pasquale?» Lomurno P.: «No, mo’ sto a casa io». Columella S.: Oh Pasquale senti quest’altra canzone questa versione “Resta in ascolto” che c’è una busta per te e dimmi se... per me?». Lomurno P.: «Scusa passami una persona più seria passami Vito Giorgio, lascia stare queste chiacchiere». Columella S.: «O la devo portare a Mariolino (riferito al sindaco di Altamura Stacca Mario, annotano i carabinieri) e dimmi se ci sei hai capito? Questa è nuova versione... ah ah beh ehi muoviti Pasquale». Il contesto in cui è inserita la conversazione è chiarito qualche passaggio prima dai carabinieri che parlano «dell’antica abitudine dei Columella al pagamento di tangenti ai pubblici amministratori».
LE REAZIONI
ALTAMURA MANTOVANO: SITUAZIONE GRAVE

Sul caso ecco la dichiarazione del sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano. «Col Procuratore della Repubblica e il Prefetto di Bari, con i vertici territoriali delle forze di polizia e con i vertici nazionali delle strutture investigative specializzate si è esaminata nel dettaglio una situazione che è grave e che non si può comprendere se non partendo da lontano, dal 2005 e cioè dall'omicidio Scalera, dal sequestro Denora, dalle reazioni di carattere criminale che sono state condotte all'epoca nei confronti di un giornalista di una radio locale (Alessio Dipalo ndr) e tutti gli episodi che son venuti dopo, nel 2006 e 2007, fino all'ultimo omicidio».

E IL PDL SI DIVIDE SULLA DECISIONE NICOLA LOIZZO: «È UN COMPLOTTO»
[pas. dib.] • Altamura

Nico Dambrosio, sotto assedio, non parla. E cerca in ogni modo di evitare i giornalisti persino per telefono. In sua difesa interviene il co-coordinatore e consigliere comunale del Pdl di Altamura, Nicola Loizzo, secondo il quale ci si trova «di fronte a una situazione kafkiana». Innanzitutto spiega che «le sue dichiarazioni sono state travisate». Inoltre, ipotizza l’esistenza «di un complotto politico articolato e di una cabina di regia che ha l’obiettivo di abbattere con la diffamazione, la calunnia e il sospetto una amministrazione che alle ultime elezioni ha raggiunto risultati eclatanti. Sto raccogliendo informazioni - annuncia - per approfondire i motivi di questo accanimento mediatico su Nico Dambrosio e sullo stesso sindaco Stacca». Loizzo infine invita tutti i soggetti coinvolti a “sospendersi dall’incarico, così come ha già fatto il segretario del sindaco, per consentire agli organi investigativi di fare piena luce sulla vicenda”. Posizione diversa quella dell’altro coordinatore del Pdl e assessore all’Urbanistica, Vito Zaccaria che sposa la decisione del primo cittadino, anzi se ne dichiara «ispiratore». Il sindaco «ha valutato che non ci sono strumenti tecnici per la rimozione del presidente, né si può costringere nessuno alle dimissioni dal consiglio comunale. Non tocca a noi dare sentenze o fare processi ma è stata fatta una valutazione delle opportunità politiche su come proseguire questo percorso amministrativo. Stacca ha ritenuto di richiamare a sé la maggioranza per un atto di responsabilità. Da parte del presidente non c’è stata la sensibilità di ritenere necessarie le proprie dimissioni». Stacca incassa «la solidarietà e l’apprezzamento» del senatore del Pdl Luigi D’Ambrosio Lettieri che parla «di gesto, trasparente e coraggioso», che «contribuirà a porre fine allo stillicidio di insinuazioni e alle basse speculazioni che si sono susseguiti nelle ultime settimane e ad evitare che l'amministrazione sia avvolta da un cono d'ombra che certo non avrebbe giovato alla città». Infine per il deputato di Italia dei Valori Pierfelice Zazzera «senza il coinvolgimento
degli altamurani tutto questo rischia di rimanere una semplice manfrina politica».
«È PRESTO PER SCIOGLIERE IL CONSIGLIO IL SINDACO DECIDE IN PIENA AUTONOMIA» IL PREFETTO SCHILARDI: GRAVI SE CONFERMATE LE RELAZIONI TRA MALA E POLITICA
di Giovanni Longo
• Le dimissioni del sindaco di Altamura Mario Stacca, almeno per ora, non cambiano più di tanto la situazione politico-amministrativa della città murgiana, vista con gli occhi della Prefettura. All’orizzonte, almeno per ora, lo scioglimento del consiglio comunale non è ai primi punti dell’agenda del Palazzo del Governo. «Da un punto di vista politico - spiega il prefetto Carlo Schilardi - non posso dire granché: le dimissioni di un sindaco rientrano nella sua autonomia decisionale». Ma al prefetto non si chiede certo un commento di natura politica, specie dopo le polemiche di queste settimane amplificate da quanto è emerso durante la riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto otto giorni fa dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano che aveva stigmatizzato alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa da esponenti politici locali il giorno dopo il delitto del boss Bartolo Dambrosio. «Bisogna prima attendere i venti giorni previsti dalla legge entro i quali il sindaco può ritirare le dimissioni», osserva il prefetto. Solo dopo il consiglio comunale, se ci saranno le condizioni, potrà essere sciolto, provvedimento che comporta la nomina di un commissario ad acta, la cessazione dalla carica dei consiglieri e la decadenza della giunta, lo svolgimento dell’attività ordinaria fino alle successive elezioni. In un caso o nell’altro, l’evolversi della situazione ad Altamura viene monitorata dal rappresentante del Governo nella provincia. «Occorre distinguere il piano per così dire “informativo ” dall’aspetto “investigativo” vero e proprio. Su quest’ultimo non abbiamo alcun potere. Il segreto istruttorio vale anche nei nostri confronti. Spetta alla polizia giudiziaria e alla magistratura far luce su eventuali responsabilità, infiltrazioni, connivenze».Quanto riportato dagli organi di informazione e dichiarato da alcuni esponenti politici sul boss Bartolo Dambrosio viene seguito con attenzione, ma facendo i dovuti «distinguo». «In mancanza di informazioni su quanto sarebbe stato accertato dalla magistratura - spiega Schilardi - non possiamo certo rifarci solo a quanto è stato pubblicato sino ad oggi o alle polemiche che insistono sul territorio di Altamura». Certo, «se fossero accertate relazioni e connivenze tra esponenti della criminalità organizzate e rappresentanti delle istituzioni locali sarà nostro dovere intervenire. Si tratta, se confermate, di circostanze non certo edificanti». Da Schilardi, in sostanza, giunge quasi un invito alla prudenza. «Non vorrei che si pensasse che ci fossero giudizi sommari nei confronti delle persone», avverte il prefetto.

UN GRUPPO SU FACEBOOK PER SCONGIURARE LA CHIUSURA DELL’OSPEDALE
Mentre la giunta regionale, durante la «Fiera del Levante», in un vertice di maggioranza, ribadiva che i tagli in sanità, 18 ospedali e 2200 posti letto entro il 2012, più altre forme di risparmio, erano indispensabili, su Facebook, nel gruppo «Spinazzolesi nel mondo» fondato da Antonio Lovaglio (1000 iscritti, moltissimi gli emigranti) nasceva una discussione per gridare il “no” alla chiusura dell’ospedale della città incluso nella dismissione regionale. Una rottamazione che la Regione scarica al Governo che ha richiesto un dimagrimento della spesa sanitaria pugliese di 350 milioni di euro. Senza contare però che la voragine in Puglia nella sanità ha raggiunto un deficit di 211 milioni di euro e potrebbe arrivare al miliardo. E i dati di cronaca parlano di gestione allegra della spesa come di interventi della magistratura per far emergere irregolarità. E’ proprio Antonio Lovaglio ad aver aperto il confronto su Facebook, mentre in città da parte dei partiti politici, maggioranza come opposizione vige la consegna del silenzio. «Giunge notizia, scrive Lovaglio, della definitiva chiusura dell'ospedale cittadino, per chi come me viaggia intorno ai 50 anni, sa che valore aggiunto ha avuto l'ospedale per Spinazzola anni addietro. Prima che sia troppo tardi... o magari lo è già, non lo so, proviamo a far sentire la nostra voce. Questa è una battaglia che va combattuta da tutti, altrimenti non serve a niente. Non è facile ottenerne la riapertura o la "non chiusura", ma credo proprio che valga la pena provarci, almeno a far sentire che gli spinazzolesi non ci stanno a perdere veramente tutto. Riprendiamoci ciò che è sempre stato nostro e facciamo rivalutare il paese. Con le chiacchiere non si va lontano...... chiediamo i fatti. Noi purtroppo possiamo proporre e non disporre, ma se nessuno propone di certo nessuno disporrà nulla per Spinazzola. Spinazzolesi siamo ancora vivi?» Al grido di collera e di dolore hanno risposto in tanti immediatamente. Con il solito sarcasmo anche il cittadino Giovanni Michele Deflorio, (tale ama farsi definire su Facebook), assessore nella giunta del sindaco Carlo Scelzi, il quale tentando di smentire quanto riportato da tutte le agenzie di stampa, commentando gli articoli della “Gazzetta” postati in rete, scrive da oracolo illuminato: «Non vi preoccupate che l'ospedale non chiuderà, e poi ormai avreste già dovuto capire che certa stampa, da novella tremila e eva espress, scrive tanto per riempire pagine, pagine, pagine pagine”. Un altro dei commenti apparsi nel gruppo “Spinazzolesi nel Mondo”, arriva da un dirigente medico che opera nell’ospedale di Spinazzola nella Asl dal 1992 con abnegazione esemplare, Giuseppe Nicola Maino, il quale in sintesi elenca lo scippo perpetrato ai danni della città da anni: «rivogliamo l'ospedale, rivogliamo l'Enel, rivogliamo l'Acquedotto, rivogliamo l'Anas....... Rivogliamo la capacità di farci rispettare! La capacità di svegliarci, di aggregarci, di credere in alcuni progetti, di evitare i personalismi, di evitare le invidiucce da paesani, il sentirsi superiori a ogni problematica. Vogliamo che venga spazzata via la rassegnazione che aleggia nell'aria, una cappa di percezione di impotenza al cambiamento, la coscienza che siamo ormai parecchio indietro e che è difficile riacchiappare le occasioni. Ma lo spinazzolese è così, e vi assicuro che c'è anche chi giustifica, se non gioisce, della chiusura dell'ospedale!».